La luce improvvisamente irrompe nell’oscurità del cunicolo, accecandomi; ma è solo qualche istante. Pochi altri istanti per renderci conto di dove ci troviamo adesso: sulla sommità della Rocca di Ulric, poco distanti dalla roccia a forma di pugno che sovrasta i tre settori concentrici che la compongono.
Le orde di non morti sono già penetrate nel primo settore, seminando distruzione e morte – anzi: non-vita – tra gli uomini bene armati o poveracci, tutti poco organizzati e preparati allo scontro. Alle mie orecchie giunge appena un fruscìo che troverei poco significativo, se non vedessi i miei compagni voltarsi tutti di scatto. Sento raggelarmi: non ho mai visto nulla di simile, nessun essere tanto grande e regale; e mentre mi chiedo che ne sarà di noi e mi dico che non è possibile, una parte di me si fa sempre più certa, un’impressione che somiglia sempre più ad una consapevolezza. Quello è un Drago, un vero Drago, creatura delle leggende. La mia massima speranza è che fosse lì più per caso che altro, dandomi così l’occasione, un giorno, di poter raccontare che “Sì, ho visto anche un drago, un enorme Drago Rosso”. Ma la Creatura ci guarda, e poi si china, lasciandomi notare un particolare agghiacciante; il suo potere, di cui non riesco neppure a immaginare l’esistenza di confini, è soggiogato agli ordini di una figura esile dalle sembianze umane, un essere insignificante al suo confronto.
La figura ci rivolge la parola, con fare distaccato e allo stesso tempo minaccioso, chiedendoci chi, tra noi, avesse mai osato accettare la sua sfida. Ho ancora qualche dubbio che possa aver sbagliato persona, ma sentendo al collo il peso del Sigillo, non posso essere tranquillo. Mi rendo conto che cerca proprio noi, ma non per impossessarsi dell’artefatto: il pegno di sfida da noi “accettato” è la scaglia rossa, la cui provenienza è adesso chiara. La rossa scaglia di drago che ho con me.
“Vys, non raccogliere ciò che non conosci”, mi dicevano al villaggio. Valeva per i funghi, per le bacche, i semi… ed ora, comprendo, non solo per quelli.
Sembra essere un guerriero, questo perlomeno comunicano ai miei occhi la sua lucente armatura dalle rifiniture mirabili, l’elmo ornato a foggia di ali di drago e la sua enorme spada che brandisce con disinvoltura. Continua ad avanzare minaccioso, invitando chi avesse raccolto il pegno della sfida a farsi avanti e difendere l’onore. Devo, dovrei, so che dovrei, ma il mio corpo è pietrificato dalla paura. Provano a farsi avanti i miei compagni, ma il drago, che s’era adagiato calmo sulla rocca, ringhia ad ogni loro movimento, tranne che ai miei. Sa già chi è lo sfidante, devo vincere la paura, non lasciare che la mia debolezza travolga i miei compagni. Così impugno la lancia e mi pongo dinnanzi al guerriero, sperando di riuscire a respingere la sua carica; ma nei suoi occhi (che mi danno una strana sensazione) leggo un moto di scherno, e mi fa cenno di farmi avanti: mi sta lasciando la prima mossa. Mi volto, cercando con lo sguardo i miei compagni, ma il Drago ha frapposto la sua enorme coda tra me e loro. Una freccia passa alla mia sinistra verso di lui e gli tocca il braccio. Sembra non avvedersene: vuole giocare solo con me. Tento anch’io di centrarlo con le mie frecce, che evita con disarmante facilità . Poi si avvicina e la sua lama trancia diagonalmente la mia armatura di cuoio e la mia pelle. Un taglio percorre il mio busto, dalla spalla all’inguine. Tento di allontanarmi dalla portata della sua spada per poterlo nuovamente prendere di mira, ma mi sorprende con un ulteriore spaventoso fendente, e mi invita – o, piuttosto, mi ordina – a lasciar perdere i giochetti con l’arco ed affrontarlo in un vero duello.
La sua voce è autoritaria e, sebbene si tratti di un nemico, una minaccia, non mi sento di contraddirlo; sfodero la lama leggera e lunga sottratta ai ragnacci nei sotterranei delle Lahmie.
I miei due veloci affondi però non colpiscono il mio avversario, che ferma il mio incerto movimento afferrandomi il polso, come si fa con i bambini che tengono in mano oggetti pericolosi. Mi rende l’arma nell’ennesimo, odioso gesto cavalleresco, e poi mi colpisce: ancora un taglio diagonale, dall’alto verso il basso, e subito dopo un altro, in risalita, come a descrivere una croce su di me. Abbandono ogni speranza, sono inerme e privo di forze, il sangue pulsa con schizzi copiosi e si riversa ai miei piedi, mentre il guerriero, lentamente, mi dice che è buona creanza, dopo un duello, rivelare la propria identità allo sconfitto. “Vynion!” mi dice, mentre la luce quasi abbandona ai miei occhi e lotto per non crollare a terra “Vynion, perché hai sfidato il tuo sangue?” – “Avevo forse alternative?” rispondo, ormai rassegnato, senza rendermi conto che uno sconosciuto ha appena pronunciato il mio vero nome. Si priva di guanti ed elmo, mostrandomi il pallore splendente del suo volto elfico. “Il mio nome è Malvegil Magor”. Devo aver sentito male, non può che essere così. Ma, ancora una volta, sono costretto ad abbandonare la speranza di essermi sbagliato.
Quello che ho di fronte, il nemico che mi ha quasi ucciso è la persona che ho sempre considerato un esempio inarrivabile di valore, uno dei più valorosi e nobili guerrieri tra le file elfiche, mio PADRE!
Athulea ha sempre evitato di rivelarmelo, ma per quanto potessi apparire spensierato e spericolato, non mi sono mai reputato degno del mio sangue, degno figlio di un eroe. E l’eroe s’è rivelato invece un cavalcatore di draghi, condottiero sì, ma non di eleganti elfi, bensì di putridi non-morti.
“Perché sono qui?” chiedo allora, “perché mi avete lasciato in vita?”. E intendevo chiedere sia come mai non mi abbia finito ma abbia preferito sfigurarmi per sempre, umiliarmi e infliggermi dolore, sia come mai un essere come lui non abbia ucciso un misero mezzosangue come me.
“Perché anche tu, come l’ho avuta io, hai diritto a scegliere se accettare l’eredità . Io l’accettai, adesso tocca a te scegliere la tua via”.
“Se è l’eredità di cui parlate ciò che vi ha reso come siete, consideratemi uno sconosciuto” dico, dandogli le spalle. Faccio qualche passo, forse in fondo spero che un ultimo fendente stacchi la mia testa. Ma, affilate come la sua spada, arrivano solo altre parole: “Sono dunque i sigilli che cercate? La vera forza è il valore in battaglia, noi Draghi Sanguinari non ce ne facciamo niente di questi artefatti” schernisce, sfilandosi il sigillo che indossa e lanciandolo ai miei piedi. “Anzi, vai, vai in Arabia a prendere anche l’altro, se pensi che ti renderà più potente. Vieni pure a cercarmi quando sarai forte dei tuoi artefatti, e ti dimostrerò cos’è il vero valore”.
Eppure qualcosa in lui lo fa sentire in dovere di aggiungere: “Non avrei mai voluto che anche mio figlio avesse scelto la mia strada”. La cosa mi sembra troppo assurda per essere letta come un gesto d’approvazione, ma un timore balena nella mia mente. Anche lui è stato dunque corrotto dal potere, da esso inebriato e reso succube. C’è stato, dunque, un tempo in cui mio padre è stato veramente l’eroe che ho sempre creduto.
Vorrei morire, ma ancora una volta sono inerme, a terra, come un lurido verme. M’è capitato di riflettere cosa stessi cercando in questa avventura, cosa volessi in cambio. M’è stato anche chiesto più di una volta, ed ho sempre risposto che volevo diventare valoroso. “Come mio padre”, pensavo, forse.
Vale ancora la pena di andare avanti. Ora, anzi, vale più che mai. Solo, l’obiettivo è cambiato. Devo affrontare nuovamente Malvegil Magor, e tenergli testa tanto a lungo da riuscire a capire se io, erede del suo sangue, debba porre fine alla vita che non più gli appartiene e restituire onore alla sua memoria o possa nuovamente chiamarlo “padre”.
Ma, per riuscire, devo diventare ancora molto, molto, molto più forte.