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Brano V – Un’allenza di circostanza

venerdì, 22 dicembre 2006 al folle orario delle 1:39
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I nostri salvatori ci conducono silenziosamente all’interno della grotta nascosta da una cascata, e ci fanno sedere vicino ad un grande fuoco. Una mano si posa sulla mia spalla, la scosto d’istinto: mi repelle l’idea di esser toccato. Però è innegabile che ho provato sollievo, poco dopo, a veder chiudersi molte delle ferite sul petto, a parte quella che attraversa il torace in tutta la sua larghezza, che smette almeno di sanguinare. àˆ rimasta lì, a impedirmi di dimenticare, perché il ricordo di quel dolore possa ancora farmi soffrire cento, mille volte ancora. àˆ rimasta lì, a beffarmi.
Ma soprattutto, la ferita è rimasta lì a darmi ancora un motivo per andare avanti, per vivere.

“Chi siete”, “cosa cercate”, “cosa fate qui”; le solite domande, e nessuno di noi ha poi gran voglia di chiacchierare. Tuttavia già  le prime parole di uno dei ribelli (dice di chiamarsi Rothgar) tramutano la mia apatia in rabbia. Com’è possibile tanta cecità , tale rispetto sopra ogni cosa, rispetto non ricambiato, rispetto di reietti, non ribelli, reietti che riconoscono ancora quell’essere inutile dell’Ar Ulric quale legittimo governatore. Ma perché arrabbiarmi? àˆ la loro vita, non è affar mio; il cibo che mi hanno dato è affar mio; le cure che mi hanno fornito sono affar mio. Le informazioni su come poter nuovamente raggiungere l’Ar Ulric sono affar mio. Se per guadagnare queste cose dovrò parlare un po’ del nostro passato, bene, sono disposto a farlo.

In fin dei conti è stato divertente vedere sulla faccia di Rothgar una rassegna di facce buffe: curiosità , incredulità , scetticismo, paura, smarrimento. Mi ricorda me stesso neanche un anno fa, ancora forte dei miei punti fermi, dei miei ricordi e dei racconti di Athulea, dei vivi che erano vivi e amavano e difendevano la vita, e dei morti che restavano morti e non si aveva motivo di temerli, al più si ricordavano con affetto e nostalgia.

Dopo la chiacchierata, ci concediamo qualche ora di riposo. Al mio risveglio, una scena singolare: Tà ras sembra aver messo radici, o meglio, sembra essere avviluppato da rampicanti. Nuin, interessato, sembra aver trovato la giusta occasione per fargli prendere un bello spavento, quando – con tutta la grazia tipica dei “fratelli nani”, brandisce la sua enorme ascia puntandola dritta ai polpacci dell’elfo “per liberarti!”, lo rassicura, suscitando lo scetticismo (e l’ilarità ) generale. “BAH!!” commenta Nuin, indignato.
Sembra che Rothgar stia spiegando qualcosa a Tà ras, sul capire come sviluppare incantamenti, con gesti e parole. “Invocazioni elfiche, apprese direttamente da Anemos”, si vanta l’uomo; chissà  che non serviranno a Tà ras a cavarci fuori dai guai, come ormai è solito fare. Temo che dovremo scoprirlo presto. Abbiamo deciso di entrare, insieme ad un gruppo di “ribelli” infiltrati, nel Middenhim servendoci di un carro di trasporto per i materiali di costruzione di una statua atta a celebrare la gloria dell’Ar Ulric; noi daremo una mano a impadronirci del carro, ma una volta in città  prenderemo strade diverse. Nessun patto; per noi è una comodità , come potrebbe esserla per Rothgar ed i suoi uomini la nostra presenza.

Brano V – L’eredità  rifiutata

mercoledì, 6 settembre 2006 al folle orario delle 2:02
Postato in Avventure di un Mezzelfo

La luce improvvisamente irrompe nell’oscurità  del cunicolo, accecandomi; ma è solo qualche istante. Pochi altri istanti per renderci conto di dove ci troviamo adesso: sulla sommità  della Rocca di Ulric, poco distanti dalla roccia a forma di pugno che sovrasta i tre settori concentrici che la compongono.

Le orde di non morti sono già  penetrate nel primo settore, seminando distruzione e morte – anzi: non-vita – tra gli uomini bene armati o poveracci, tutti poco organizzati e preparati allo scontro. Alle mie orecchie giunge appena un fruscìo che troverei poco significativo, se non vedessi i miei compagni voltarsi tutti di scatto. Sento raggelarmi: non ho mai visto nulla di simile, nessun essere tanto grande e regale; e mentre mi chiedo che ne sarà  di noi e mi dico che non è possibile, una parte di me si fa sempre più certa, un’impressione che somiglia sempre più ad una consapevolezza. Quello è un Drago, un vero Drago, creatura delle leggende. La mia massima speranza è che fosse lì più per caso che altro, dandomi così l’occasione, un giorno, di poter raccontare che “Sì, ho visto anche un drago, un enorme Drago Rosso”. Ma la Creatura ci guarda, e poi si china, lasciandomi notare un particolare agghiacciante; il suo potere, di cui non riesco neppure a immaginare l’esistenza di confini, è soggiogato agli ordini di una figura esile dalle sembianze umane, un essere insignificante al suo confronto.

La figura ci rivolge la parola, con fare distaccato e allo stesso tempo minaccioso, chiedendoci chi, tra noi, avesse mai osato accettare la sua sfida. Ho ancora qualche dubbio che possa aver sbagliato persona, ma sentendo al collo il peso del Sigillo, non posso essere tranquillo. Mi rendo conto che cerca proprio noi, ma non per impossessarsi dell’artefatto: il pegno di sfida da noi “accettato” è la scaglia rossa, la cui provenienza è adesso chiara. La rossa scaglia di drago che ho con me.

“Vys, non raccogliere ciò che non conosci”, mi dicevano al villaggio. Valeva per i funghi, per le bacche, i semi… ed ora, comprendo, non solo per quelli.

Sembra essere un guerriero, questo perlomeno comunicano ai miei occhi la sua lucente armatura dalle rifiniture mirabili, l’elmo ornato a foggia di ali di drago e la sua enorme spada che brandisce con disinvoltura. Continua ad avanzare minaccioso, invitando chi avesse raccolto il pegno della sfida a farsi avanti e difendere l’onore. Devo, dovrei, so che dovrei, ma il mio corpo è pietrificato dalla paura. Provano a farsi avanti i miei compagni, ma il drago, che s’era adagiato calmo sulla rocca, ringhia ad ogni loro movimento, tranne che ai miei. Sa già  chi è lo sfidante, devo vincere la paura, non lasciare che la mia debolezza travolga i miei compagni. Così impugno la lancia e mi pongo dinnanzi al guerriero, sperando di riuscire a respingere la sua carica; ma nei suoi occhi (che mi danno una strana sensazione) leggo un moto di scherno, e mi fa cenno di farmi avanti: mi sta lasciando la prima mossa. Mi volto, cercando con lo sguardo i miei compagni, ma il Drago ha frapposto la sua enorme coda tra me e loro. Una freccia passa alla mia sinistra verso di lui e gli tocca il braccio. Sembra non avvedersene: vuole giocare solo con me. Tento anch’io di centrarlo con le mie frecce, che evita con disarmante facilità . Poi si avvicina e la sua lama trancia diagonalmente la mia armatura di cuoio e la mia pelle. Un taglio percorre il mio busto, dalla spalla all’inguine. Tento di allontanarmi dalla portata della sua spada per poterlo nuovamente prendere di mira, ma mi sorprende con un ulteriore spaventoso fendente, e mi invita – o, piuttosto, mi ordina – a lasciar perdere i giochetti con l’arco ed affrontarlo in un vero duello.

La sua voce è autoritaria e, sebbene si tratti di un nemico, una minaccia, non mi sento di contraddirlo; sfodero la lama leggera e lunga sottratta ai ragnacci nei sotterranei delle Lahmie.
I miei due veloci affondi però non colpiscono il mio avversario, che ferma il mio incerto movimento afferrandomi il polso, come si fa con i bambini che tengono in mano oggetti pericolosi. Mi rende l’arma nell’ennesimo, odioso gesto cavalleresco, e poi mi colpisce: ancora un taglio diagonale, dall’alto verso il basso, e subito dopo un altro, in risalita, come a descrivere una croce su di me. Abbandono ogni speranza, sono inerme e privo di forze, il sangue pulsa con schizzi copiosi e si riversa ai miei piedi, mentre il guerriero, lentamente, mi dice che è buona creanza, dopo un duello, rivelare la propria identità  allo sconfitto. “Vynion!” mi dice, mentre la luce quasi abbandona ai miei occhi e lotto per non crollare a terra “Vynion, perché hai sfidato il tuo sangue?” – “Avevo forse alternative?” rispondo, ormai rassegnato, senza rendermi conto che uno sconosciuto ha appena pronunciato il mio vero nome. Si priva di guanti ed elmo, mostrandomi il pallore splendente del suo volto elfico. “Il mio nome è Malvegil Magor”. Devo aver sentito male, non può che essere così. Ma, ancora una volta, sono costretto ad abbandonare la speranza di essermi sbagliato.

Quello che ho di fronte, il nemico che mi ha quasi ucciso è la persona che ho sempre considerato un esempio inarrivabile di valore, uno dei più valorosi e nobili guerrieri tra le file elfiche, mio PADRE!
Athulea ha sempre evitato di rivelarmelo, ma per quanto potessi apparire spensierato e spericolato, non mi sono mai reputato degno del mio sangue, degno figlio di un eroe. E l’eroe s’è rivelato invece un cavalcatore di draghi, condottiero sì, ma non di eleganti elfi, bensì di putridi non-morti.

“Perché sono qui?” chiedo allora, “perché mi avete lasciato in vita?”. E intendevo chiedere sia come mai non mi abbia finito ma abbia preferito sfigurarmi per sempre, umiliarmi e infliggermi dolore, sia come mai un essere come lui non abbia ucciso un misero mezzosangue come me.
“Perché anche tu, come l’ho avuta io, hai diritto a scegliere se accettare l’eredità . Io l’accettai, adesso tocca a te scegliere la tua via”.
“Se è l’eredità  di cui parlate ciò che vi ha reso come siete, consideratemi uno sconosciuto” dico, dandogli le spalle. Faccio qualche passo, forse in fondo spero che un ultimo fendente stacchi la mia testa. Ma, affilate come la sua spada, arrivano solo altre parole: “Sono dunque i sigilli che cercate? La vera forza è il valore in battaglia, noi Draghi Sanguinari non ce ne facciamo niente di questi artefatti” schernisce, sfilandosi il sigillo che indossa e lanciandolo ai miei piedi. “Anzi, vai, vai in Arabia a prendere anche l’altro, se pensi che ti renderà  più potente. Vieni pure a cercarmi quando sarai forte dei tuoi artefatti, e ti dimostrerò cos’è il vero valore”.
Eppure qualcosa in lui lo fa sentire in dovere di aggiungere: “Non avrei mai voluto che anche mio figlio avesse scelto la mia strada”. La cosa mi sembra troppo assurda per essere letta come un gesto d’approvazione, ma un timore balena nella mia mente. Anche lui è stato dunque corrotto dal potere, da esso inebriato e reso succube. C’è stato, dunque, un tempo in cui mio padre è stato veramente l’eroe che ho sempre creduto.
Vorrei morire, ma ancora una volta sono inerme, a terra, come un lurido verme. M’è capitato di riflettere cosa stessi cercando in questa avventura, cosa volessi in cambio. M’è stato anche chiesto più di una volta, ed ho sempre risposto che volevo diventare valoroso. “Come mio padre”, pensavo, forse.

Vale ancora la pena di andare avanti. Ora, anzi, vale più che mai. Solo, l’obiettivo è cambiato. Devo affrontare nuovamente Malvegil Magor, e tenergli testa tanto a lungo da riuscire a capire se io, erede del suo sangue, debba porre fine alla vita che non più gli appartiene e restituire onore alla sua memoria o possa nuovamente chiamarlo “padre”.

Ma, per riuscire, devo diventare ancora molto, molto, molto più forte.

Brano V – sangue-acqua

martedì, 5 settembre 2006 al folle orario delle 16:31
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Dal diario di Tà ras:

Appena i nostri occhi si riabituano alla luce solare ci rendiamo conto di dove siamo sbucati: davanti e sotto di noi, la Rocca di Ulric è assediata dal colossale esercito che ore prima avevamo visto schierato nella valle; il portone è caduto, ogni porta del primo stadio ha ceduto alla forza degli arieti, corpi giacciono immobili a terra mentre un fiume di non vita si sposta lasciando solo distruzione dietro di sè.
Gli invasori sono troppi, troppo organizzati e troppo terrificanti, le urla della battaglia arrivano fino alla vetta del monte. Vedo Ar Carà n volteggiare verso di noi in stretti cerchi, si posa sulla mia spalla manifestandomi tutta la sua paura: non ho la minima idea di cosa abbia potuto spaventarlo così. Almeno, non ancora. Ci avviciniamo in fretta alla zona del tempio, nel terzo stadio, dopo aver recuperato il medaglione con il lupo che ci aveva permesso di arrivare fin lì: “Devo resituirlo a Tolsimir”, pensavo.
Devo imparare a pensare meno.
Nemmeno il tempo di arrivare al portone del tempio e affacciarci verso la parte sottostante della città  che già  sentiamo un poderoso sbattere d’ali che si avvicina, seguito da un tonfo massiccio alle nostre spalle, sulla rocca: un enorme ombra si staglia sopra di noi e l’essere a cui appartiene ci osserva con sguardo fiero e temibile; la stessa creatura che aveva proiettato la sua ombra su di noi vicino quella torre a Sud della Rocca, prima che incontrassimo Tolsimir e Borag: un enorme Dragone rosso.
Il medaglione dorato del lupo mi cade dalle mani con un rumore sordo di metallo contro pietra. Presi da un oscuro terrore non riusciamo a distogliere lo sguardo da quella visione, così quasi subito notiamo, perso nell’immensità  dell’animale, un guerriero finemente armato che cavalca il Drago con disarmante facilità , come se l’enorme creatura fosse a lui sottomessa.
Alla sua vita noto una cinta sulla cui fibbia riluce una doppia M. Accanto alla sella, scorgo chiaramente due teste appese dai capelli: sono quelle di Tolsimir e Borag. Impietriti, osserviamo il cavaliere scendere dalla cosa del drago verso di noi quando, una volta a terra, comincia a interrograci con tono sicuro e severo riguardo a chi di noi abbia raccolto la sua sfida. Vys sembra tremare, bisbigliando mi informano che mentre ero intento a leggere i tomi nella torre loro tre lì fuori avevano rinvenuto e raccolto una scaglia di drago. Una scaglia di quel drago. Vys l’aveva con sè, quindi era lui lo sfidante.
Entrambi ci sembravano avversari fuori dalla nostra portata, eppure li abbiamo combattuti uniti come forse mai avevamo fatto, anche se il drago con la sua coda ci ha impedito di intrometterci nel duello, sono solo riuscito a scalfire l’armatura della figura, interamente composta da scaglie di drago, conficcandogli una freccia nella gamba: quando però Vys si è accasciato a terra, sfinito dalla lotta e dalle molte ferite, il cavaliere, dimostratosi leale almeno in duello, si è tolto l’elmo mostrando il suo volto e dichiarando di essere Malvegil Magor. Quando si è slacciato l’elmo un brivido mi ha attraversato la schiena: un elfo di Ulthuan, a cavallo di un drago rosso, identico a Vys. Vys a sentire quel nome sussulta, per quanto possa farlo accasciato a terra: quel sanguinario cavaliere, capitano dei Draghi Sanguinari, è suo padre. Mi rendo conto tutto a un tratto di non sapere nulla di Vys e della sua vita, ma da come risponde alla richiesta di suo padre di seguire le sue orme, capisco quanto siano intimamente diversi. Malvegil Ci schernisce, forte della sua potenza, ci getta addosso il sigillo che porta al collo, dicendoci che non saranno certo dei ridicoli oggetti magici a fermare la follia delle casate più potenti e arcane e, promettendo di tornare ad occupare la rocca, ormai sconfitta, rimonta in sella al drago e vola via, subito seguito dal ripiegare del suo esercito.
Siamo lì immobili: di fronte a noi la porta del tempio di Ulric, sbarrata dall’interno, alle nostre spalle un’ecatombe d’innocenti. La rabbia che monta nel mio petto sta diventando incontrollabile, mi dirigo alla porta e busso violentemente sentendo rispondermi da dentro ridicole minacce di morte.
Dopo aver annunciato la ritirata del nemico il portone si socchiude e due guardie osservano verso fuori, con un calcione spalanco la porta mentre i due corrono a sincerarsi che la notizia sia vera e vedo lì, al centro del tempio, l’Al Ulric seduto sul suo trono regale, circondato da un manipolo di guardie. Sono stanco della sua aria di superiorità , della sua strafottenza e della sua vigliaccheria: i suoi uomini muoiono nelle strade e lui si rinchiude nella rocca senza muovere un dito, non riesco nemmeno a pensare che abbia rivolto una sola preghiera al suo dio.
Non gli riservo parole gentili o sorrisi accondiscendenti, sono adirato come non lo ero mai stato in vita mia; non sono disposto a vedere degli innocenti morire per l’inettitudine e la menzogna di colui che dovrebbe essere la loro guida: manda le sue guardie verso di me, ma se non sono fuggito davanti ad un drago, perchè dovrei temere adesso?
Il sacerdote reclama i libri per i quali ci ha spedito alla rocca maledetta dei Tol, così tiro fuori dallo zaino il fagotto con i due tomi presi nella stanza senza pavimento: il libro di leggende dei Tol e il trattato di alleanza in nanico. Sfogliando il primo sembra rimanere indifferente, ma quando apre il secondo i suoi occhi si illuminano di una strana luce di vittoria: evidentemente, come me, non capisce l’idioma dei nani e crede davvero che quell’inutile tomo sia il libro sui vurdalack che andava cercando.
Vedendo ciò non posso che trovare conferme su quanto la sua reggenza sia fondata sulla menzogna e lo dico apertamente, ricevendo le solite accuse di blasfemia: le guardie si avvicinano per ammanettare me e Kyro che nel frattempo si è avvicinato alla soglia, insieme ad una folla di curiosi dapprima festanti per la ritirata del nemico ed è a loro che rivolgo le mie accuse, dicendo di acclamare il loro messo divino che mentre loro combattevano la morte guardandola negli occhi non aveva saputo fare niente di meglio che rimanere chiuso nella sua rocca ad aspettare gli eventi; indico Vys, steso a terra privo di forze come prova che non è stato certo l’Al Ulric a scacciare il drago, ma le guardie, seppur testimoni della verità , non hanno il coraggio di ribellarsi al loro vile superiore.
Capisco allora che è inutile continuare perchè la gente crederà  al sacerdote, e le guardie dovrenno eseguire i suoi ordini per non essere accusate anch’esse di blasfemia: non tutti vogliono cercare l’avventura. Veniamo così ammanettati, mentre veniamo condotti in una grotta naturale usata come prigione, passiamo davanti al luogo dove avevo lasciato cadere il medaglione di Tolsimir, e chiedo ad una guardia di raccoglierlo per me “E’ il ricordo di un amico”.
Le guardie ci trattano gentilmente, i legacci non sono costrittivi e le loro mani non ci stritolano: sembrano anzi dispiaciuti per quello che ci stanno facendo, ma le celle in cui veniamo rinchiusi sono umide e fredde. Riusciamo appena a riposare qualche ora che dei passi frettolosi ci svegliano: ci stanno facendo evadere, un gruppo di reietti, non più fedeli all’Al Ulric ci raccoglierà  fuori città , lungo la via usata per i morti della città . Il fiume scorre in una cavità  sotterranea, l’acqua è gelida e purissima, è il fiume Nunl, lo stesso in cui mi ero immerso quando incontrammo quei due strani personaggi, mi chiedo dove saremmo adesso, altrimenti. La traversata sembra andare per il meglio, al punto prestabilito veniamo fermati da una rete, evitando così di dover tentare di non cadere dalla cascata che ci era stata preannunciata. Degli uomini con tuniche blu e il volto coperto ci accolgono nel loro rifugio, una grotta scavata dietro il baratro d’acqua.

Brano V – Il blasfemo

venerdì, 1 settembre 2006 al folle orario delle 1:10
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Dal diario di Tà ras

Allungando le mani verso il calice e tenendolo in mano, mi accorgo di come mi pervada un innaturale calore di cui Kyro, quando glielo porgo, non si accorge: forse dipende dal fatto che i miei piedi calcano le orme sul pavimento. Avvicino il calice alle labbra, prendendo un breve sorso di quel liquido scuro: mi sento per un attimo mancare, mentre per un attimo sento di essere lontanissimo da quel luogo, per poi ritornarvi e vederlo mutato; al mio posto, dietro l’altare, un uomo barbuto con il calice in mano recita delle invocazioni mentre sulle panche di fronte sono seduti uomini in armatura che sembrano attendere in silenzio.
D’un tratto un tonfo, la porta cede sotto i colpi di un ariete, liberando la via ad un’orda di fanatici dalle bianche vesti, come il sacerdote di Ulrich che ci ha prestato le sue cure alla rocca, che danno inizio ad un vero e proprio massacro. Mi accorgo con dolore di essere tornato in me, sono seduto per terra ai piedi dell’altare e forse per un attimo ho perso i sensi, mentre Vys mi aiuta ad alzarmi mi fanno notare che la scritta dietro l’altare è mutata: adesso sotto “lode e gloria a lupo guerriero” campeggia “e morte ai profanatori”; in cuor nostro speriamo che non sia rivolto a noi.
Mentre racconto agli altri ciò che ho visto, ci muoviamo verso la parte del piano ancora inesplorata: in una stanza, il cui pavimento è crollato, è visibile una scaffalatura piena di libri, mentre Nuin e Kyro scardinano la porta che ci blocca l’accesso al resto dell’edificio, provo a pensare come superare lo strapiombo per raggiungerla visto che siamo lì per trovare dei manoscritti. L’anta della porta appena scardinata potrebbe fare al caso nostro, se non fosse che mentre tentiamo di posizionarla a mo’ di ponte, a me e Vys sfugge la corda di mano scivolando nel baratro insieme alla porta.
Decido allora di assicurarla al mio torace e di saltare mentre gli altri trattengono l’altra estremità : dopo un maldestro tentativo riesco ad arrivare alla libreria ma, con un po’ di delusione dopo tutti gli sforzi compiuti, nessuno dei libri presenti sembra, a mio giudizio, sacrilego. Così ne prendo uno in una lingua a me sconosciuta e uno su alcune antiche leggende del Middenland. La strana lingua si rivelerà  poi essere nanico, un trattato sull’alleanza tra i nani e i Tol: “cose che mio zio Norin troverebbe divertentissime”, sentenzia stizzito Nuin, convinto che stiamo solo perdendo tempo.
Oltrepassiamo la porta scardinata, che dà  accesso ad una stanza che si allarga verso il fondo, con una porta sulla parete di fronte a noi che si apre, stavolta con facilità , su delle scale; le scendiamo per qualche minuto, e ci toviamo in una stanza di forma simile, con una porta sulla parete di fronte a noi: questa, però, sembra non recare il minimo segno di fuoco, è ancora intatta e rifulgente di metallo lucido. La apriamo con qualche cigolìo e accediamo ad una camera circolare con quattro statue di splendida fattura che ritraggono ancora uomini in armatura che guardano ognuno un angolo della stanza; di fronte a noi, sul muro, ci sono quattro leve, ognuna sembra attivare una rispettiva statua: ce ne accorgiamo a nostre spese io e Nuin, ognuno con una sonora botta in testa.
Si prova allora ad abbassarle tutte e quattro insieme e sembra essere una soluzione corretta: una parte di muro scorre liberando l’accesso ad un altro locale, chiudendo però quello da cui siamo entrati, mentre le statue si girano l’una verso l’altra, alzano i martelli e li uniscono al centro della stanza, irradiando luce tutto intorno. Nella stanza appena aperta si vedono i corpi, o forse le anime, degli uomini che avevo visto nella visione, pervasi e arsi dalle fiamme divine della loro punizione: essi piangono, si disperano, piangono e si consumano senza mai trovare pace.
Una nenia atroce risuona nell’aria in antico imperiale ed essi sono inginocchiati di fronte ad una statua, in tutto e per tutto somigliante a Tolsimir, che, con in mano una penna, sembra vergare un diario che sta sull’altare di fronte a sè. Mi accorgo che i dannati non fanno caso a noi e mentre mi risuona ancora la frase “morte ai profanatori” mi aggiro nel locale, le cui pareti sono interamente ricoperte di libri: gli unici due che risaltano sono il diario della statua e un libro su un leggio dietro di essa. Il libro parla di Vurdalack, e di leggende sugli antichi e sui cinque sigilli e le cinque casate, parla del bacio di sangue della regina Azastra e di draghi sanguinari: pare sia questo il tomo sacrilego che l’Ar Ulric tanto brama di avere tra le mani; il diario invece reca dure parole contro di lui, lo accusa di essere al servizio del dio della menzogna, Tzeentch, ma forse sono solo i dubbi di un povero folle che si ostina a perseguire i suoi fini di conoscenza: è il diario di Tolgred, regnante dei Tol, e scrive di non avere intenzione di levare le armi su coloro che verranno ad eseguire la condanna che l’Ar Ulric ha elevato su di loro, nel nome dei suoi avi e della sua casata. Ma che non lascerà  che tutti periscano ingiustamente, i suoi figli si dovranno salvare, attraverso un cunicolo essi avranno la possibilità  di fuggire, e forse di perseguire il suo obiettivo: recuperare i cinque sigilli per scampare alla follia dei Vurdalack.
Lette queste parole, mi ritornano in mente i racconti di Sebastian, prendo il libro sui Vurdalack. Ripenso alle parole di Tolsimir “guarda il medaglione quando non saprete dove andare”, così lo osservo: si è stranamente illuminato della stessa luce dei martelli delle statue e indica un punto proprio dove essi si incrociano. Mi posiziono in quel punto e dal medaglione scaturisce un fascio di luce, come un faro, che arriva fino al muro oltre cui siamo arrivati e che adesso è sbarrato. Mi rendo conto che devo cercare un’altra uscita, così mi giro verso la stanza dei dannati, e il fascio si posa su un libro in particolare: faccio cenno agli altri di andare lì e prenderlo, ma quando ci provano il libro si rivela essere una leva che apre uno stretto passaggio dietro la statua: corro verso il passaggio che quasi subito inizia a richiudersi, entro per ultimo, accorgendomi di essermi ficcato in un cunicolo buio, stretto e lungo.
Quando Kyro accende una torcia, notiamo sulla parete dei graffi, come di mani sfregate sulla roccia, e una scritta: “addio padre”; ci incamminiamo, capendo che se Tolgred ha mandato i suoi figli per questa via, non dev’essere rischiosa nè insidiosa; dopo un altro po’ di tempo, chissà  quanto, vediamo in terra una coperta abbandonata a terra: reca il vessillo del lupo; dopo ancora un pezzo di strada, un’altro graffito sul muro, recita:”Tolsimir e Tolvarich, fratelli per sempre”; ancora dopo, chissà  davvero quanto tempo sarà  passato, un vicolo cieco, solo una fessura circolare nel muro risalta sulla nuda pietra: ripenso ancora una volta alle parole di Tolsimir “quando non saprete dove andare”, il medaglione sembra calzare nella fessura. Lo inserisco e lo faccio ruotare verso sinistra: la parete scorre, lasciando che la luce ci investa di nuovo…

Brano V – il male, il rimedio

mercoledì, 23 agosto 2006 al folle orario delle 2:32
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Dolore. Poi debolezza, smarrimento, sensi intorpiditi, reazioni tardive. Se solo quella specie di elfo fosse stato più solido, l’avrei colpito più duramente.
Invece l’ho trapassato del tutto, o forse sarebbe più corretto dire che è stato lui ad oltrepassare me, in un modo assolutamente assurdo: passandomi attraverso.
Avevo giurato che non mi sarei più stupito o spaventato di nulla, dopo quanto ho già  visto; proprio la paura, invece, mi ha spinto a muovere qualche passo per seguire Nuin e Tà ras e, con loro, mettermi in salvo.
Mi reputo molto fortunato ad essere stato aiutato dal nano che, senza preoccuparsi della sua fatica, della sua incolumità  e della sua statura, mi ha trasportato sulle sue larghe spalle fino all’entrata della rocca.
Arrivati lì ci aspettava, ansioso (naturalmente, per l’attesa del nostro rapporto, non per paura per le nostre vite) “sua grazia”, l’Ar Ulric. Costui mi sembra matto come un cervo ferito! Non solo non ci ringrazia per il pericoloso servizio reso, ma ci rivolge delle minacce e ci nega le cure se non prima acconsentiamo ad accettare un’altra pericolosa missione e addirittura a promettergli fedeltà  e protezione in battaglia! “Naturalmente non vi conviene rifiutare”… “Diciamo che avete poca scelta”….
Quando questa storia sarà  finita e ci saremo fatti un’idea di come e dove recuperare gli altri Sigilli, non mi congederò di certo con gentilezza da questo nobiluomo.
Che ci dice che dovremo introdurci nella rocca divorata dalle fiamme della casata maledetta dei Tol e recuperare alcuni tomi “sacrileghi” che avrebbero fornito loro le conoscenze per contrastare un esercito che non avevano mai affrontato, un esercito di morti che camminano. Avendo intuito cosa intende il vegliardo per sacrilego, gli mostro il tomo sui Vurdalak reperito nella torre. Lo definisce infatti “sacrilego”, come gli altri libri proibiti, ma non utile ai suoi scopi, e lo butta via simulando indifferenza – non prima però di aver sfogliato con rapide ma avide occhiate le sue pagine. Sempre più strano…

Ci fornisce degli amuleti che dovrebbero permetterci di accedere a quella rocca, inaccessibile a chiunque ne fosse sprovvisto perché avvolta da “purificatrici” fiamme incantate.
Ad ogni modo, in un modo o nell’altro, uno dei suoi sacerdoti s’è preso cura delle nostre ferite, maneggiando una strana polvere. Se le ferite si sono richiuse e le mie mani hanno nuovamente conosciuto la forza a cui ero abituato, i miei sensi sono rimasti intorpiditi, mi girava la testa ed una impressionante sete ardeva la mia gola, al che ho cominciato a chiedere con insistenza acqua a chiunque. Fortunatamente il freddo Tolsimir, forse mosso a pietà , mi ha concesso un sorso dalla sua borraccia.
Poi lui ed il curioso nano suo compagno ci danno un ricordo, un pegno da portare con noi e restituire poi al nostro ritorno, in segno di buon auspicio.
Qualche ora di cammino e giungiamo alla rocca infuocata. Un po’ timoroso, attraverso il muro di fuoco, seguendo i miei compagni andati avanti. All’interno si diramano corridoi e stanze. Ci dividiamo, per fare in fretta. Io seguo Nuin in una stanza, dove rinveniamo tra i mobili bruciati un letto il cui lenzuolo sembra non risentire del calore e delle fiamme e su cui è appoggiata una busta da lettera. Si tratta di una lettera d’amore, e mi spiace veramente trovarla in questo luogo di morte e distruzione. Non ho ancora ben capito quale motivo mi abbia spinto a portarla con me. In un’altra stanza, forse una cappella, “c’è un altare su cui è appoggiato un calice colmo per metà  di liquido dal colore simile al vino. Aggirandolo, due impronte risaltano sul pavimento annerito”: così spiego a Tà ras, che va a sincerarsi sul posto e sembra aver notato qualcosa…

Brano V – prima dell’assedio

mercoledì, 23 agosto 2006 al folle orario delle 1:52
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Dal diario di Tà ras:

Come previsto, fattosi giorno dopo una notte stranamente tranquilla, siamo stati riportati al tempio per conferire con l’Ar Ulric. La nostra situazione di incertezza non ci ha però permesso di essere molto più chiari della sera precedente e i toni, dunque, non sono stati tanto diversi; il nostro colloquio con quel sacerdote scorbutico è stato tuttavia interrotto dall’ingresso di una guardia trafelata recante in mano una pergamena arrotolata: l’Ar Ulric l’ha letta con un filo di voce, incupendosi ancor più in volto. Ci ha praticamente obbligato, poi, a partire in avanscoperta per quantificare l’entità  della minaccia di un attacco, poichè tale pergamena che ci ha poi fatto leggere, recava l’avviso che un esercito bramoso di sangue stava per assediare la città , utile ai fini del comandante di tale esercito per difendersi da un negromante. La pergamena era firmata con una doppia M.

Senza molta scelta, dunque, siamo partiti verso un punto valido di osservazione, e dopo circa un’ora di cammino, sporgendoci dalla sommità  di un colle verso la vallata sottostante, siamo stati investiti da una visione raccapricciante come poche ne ho avute in vita mia: numerose falangi di scheletri armati di tutto punto stavano lì in posizione, ordinatamente schierate, mentre una nutrita schiera di cavalieri, con i loro cavalli anch’essi scheletrici, erano in posizione accanto ad un enorme Drago d’ossa, come quello che incontrammo nella tomba a sud di Mordheim; Tolsimir e Borag sembravano sorpresi, ma non credo in cuor loro più di tanto, di certo non delusi. Preoccupanti, ancor più del resto, erano invece degli enormi arieti interamente di ossa maneggiati da manipoli di scheletri. Visto l’eccessivo numero di avversari senza dover riflettere più di tanto abbiamo deciso di rientrare alla rocca per fare rapporto su quanto visto, ma mentre ci allontanavamo ci siamo trovati circondati da un gruppo di strani esseri, simili a miei consanguinei, e forse lo erano, un tempo, in armatura ed elmo, armati di spada e scudo che però venivano trapassati dalle mie freccie come se fossero privi di corpo. Uno di loro ha toccato Vys ed è quasi subito sparito, come per incanto. Ne abbiamo fatti fuori un paio, poi il nano ha provato a caricarne uno ma vi è passato attraverso, come una freccia, così abbiamo ripiegato approfittando di questo fatto e siamo fuggiti verso la rocca, guardandoci le spalle. Una volta alla rocca, nemmeno il tempo di fare rapporto e rifiatare, visto che Vys e Kyro, entrambi colpiti da quegli esseri, sembravano accusare un serio malessere, che l’Ar Ulric ci ha subito affidato il compito di recuperare alcuni tomi sacrileghi dalla residenza maledetta dei Tol, a Est della rocca. La ricordo, ce l’aveva indicata Tolsimir, una colonna di fumo che saliva poco lontano dalla rocca. I tomi, secondo l’Ar Ulric, contengono preziose informazioni sulla non vita, ma nessuno dei suoi chierici potrebbe, o oserebbe, o forse semplicemente avrebbe il coraggio di avvicinarsi a quel posto. Siamo stati dunque curati, anche se il chierico ha reagito in uno strano modo dopo aver sanato Vys e il ragazzo stesso è rimasto un po’ intontito, ci è stato consegnato un amuleto argentato a forma di testa di lupo per difenderci dal fuoco divino che pervade quella costruzione e ci è stato ordinato di tornare il prima possibile, prima dell’assedio in ogni caso. Tolsimir e Borag non ci hanno accompagnato, ma l’umano mi ha dato un altro medaglione, a forma di testa di lupo anch’esso ma con le fauci chiuse, dicendo che mi avrebbe indicato la via se non avessi saputo dove andare. Siamo quindi partiti alla volta del maniero dei Tol, che abbiamo raggiunto quasi subito: un enorme palazzo di due piani, totalmente avvolto da lingue fiammeggianti di fuoco. Senza indugiare troppo, dopo aver indossato l’amuleto argentato mi sono introdotto nell’edificio dalla porta principale, forse un po’ avventatamente, ma ci era stato detto di fare più in fretta che potevamo. Abbiamo esplorato quasi tutto il primo piano, trovando solo una lettera per una donna e alcune pagine di diario che parlavano degli ultimi rapporti diplomatici tra la casata e la rocca, di un certo culto, di tattiche e di diversità  di vedute: guerra civile, insomma. Siamo fermi in una specie di santuario, sul cui altare campeggia una scritta di lode al “lupo guerriero” e un calice colmo di vino: ai suoi piedi, invece, le orme di due calzari restano come unica impronta intatta nel pavimento totalmente devastato dal fuoco.