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forse è questo

Venerdì, 15 Agosto 2008 al folle orario delle 16:34
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Ritornavo da una serata, con in mente lo sfogo di E. sulle amicizie; ero turbato dall’evidenza di non riuscire a esprimere in parole i sentimenti che mi ha suscitato. Stavo scaricando dalla Punto gli amplificatori e appoggiando i treppiedi allo scaffale nel garage, quando sul ripiano un piccolo libro ingiallito tra gli altri attira - senza motivo apparente - la mia attenzione . Nonostante dovessi ancora completare La Svastica Sul Sole, ho deciso di portarlo su in camera mia, e non ho più pensato alle parole, o meglio alla loro assenza.
Ora, intontito per la notte insonne, i distillati e la permanenza sotto il sole, ho sentito la necessità di scrivere quel commento, rubando le parole al libro ingiallito. Perché niente è più necessario del caso, e io e te siamo solo coincidenze.
E di scriverlo qui, perché desidero che anche tu lo legga.

e soprattutto beva con me, ho bisogno della sua simpatia.
Vedo che è stupito di questa dichiarazione. Non ha mai avuto tutt’a un tratto bisogno di simpatia, di aiuto, di amicizia? Certamente sì. Io ho imparato ad accontentarmi della simpatia. Si trova con maggior facilità, e poi non impegna. «Creda alla mia simpatia», nell’intimo precede immediatamente «ed ora occupiamoci d’altro». È un sentimento da presidente del consiglio: lo si ottiene a buon mercato dopo le catastrofi. L’amicizia è una cosa meno semplice. È lunga e difficile da ottenere, ma quando la si ha, non c’è più modo di liberarsene, bisogna far fronte. Soprattutto non creda che gli amici telefonino ogni sera, come dovrebbero, per sapere se non è proprio quella la sera in cui uno ha deciso di uccidersi, o più semplicemente se ha bisogno di compagnia, se è disposto ad uscire. Ma no, se telefonano, stia tranquillo, sarà la sera in cui non si è soli e la vita è bella. Al suicidio magari vi ci spingono, in nome di ciò che, secondo loro, uno deve a se stesso. Caro signore, ci salvi il cielo dall’essere collocati troppo in alto dai nostri amici!
[...]
Senta, mi hanno parlato di un tale a cui avevano messo un amico in prigione. Ogni sera si coricava sul pavimento della sua stanza per non godere di una comodità che era stata tolta a colui ch’egli amava. Caro signore, chi dormirebbe sul pavimento per noi? Se io ne sarei capace? Ascolti, vorrei esserne capace, lo sarò. Sì, lo saremo tutti un giorno, e sarà la salvezza. Ma non è facile, perché l’amicizia è svagata, o almeno impotente. Quello che vuole, non lo può. Forse, dopotutto, non lo vuole abbastanza. Forse non amiamo abbastanza la vita? Ha notato che soltanto la morte ci ridesta i sentimenti? Come vogliamo bene agli amici che ci hanno lasciato, vero? Come ammiriamo quei nostri maestri che non parlano più, e hanno la bocca piena di terra. Allora l’omaggio viene spontaneo, quell’omaggio che forse avevano atteso da noi tutta la vita. Ma lo sa perché siamo sempre più giusti e generosi con i morti? È semplice. Verso di loro non ci sono obblighi. Ci lasciano liberi, possiamo scegliere noi il momento, trovar posto per l’omaggio fra un cocktail e un’amante carina, a tempo perso insomma. Se un obbligo ci fosse, sarebbe quello della memoria, e noi abbiamo la memoria corta. No, nei nostri amici amiamo il morto fresco, il morto doloroso, la nostra emozione, noi stessi insomma!

La caduta, Camus

non odio.

Sabato, 2 Agosto 2008 al folle orario delle 14:40
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Credo che amore e odio abbiano lo stesso costo in pensieri, parole, opere e omissioni; reputo questi sentimenti popolari non un bene di prima necessità, ma un investimento. Non pane, ma companatico. Non indispensabili per sopravvivere, ma per vivere. Ok, basta con le metafore sdolcinate e soprattutto stupide :)
Il punto è che a me l’odio non piace. È come il fumo, l’ho provato: è amaro, fa male, si accompagna bene ad altre cose che danneggiano l’organismo, da’ assuefazione. Proprio una schifezza. Forse è proprio per questo che, da quando l’ho provato, a volte mi attrae (l’odio, e anche il fumo).
Non è una cosa automatica, non mi basta seguire i sensi e dire “non mi va quindi non lo faccio”; è una scelta. Non fumo. Non odio.

Inciso:
Anche l’indifferenza nei confronti di persone che conosco o che hanno significato qualcosa per me non è una cosa facile, e richiede una grande costanza e dedizione all’assassinio, per convincermi giorno dopo giorno che quella persona sia morta. La costanza purtroppo non è mai stata il mio forte. Quindi non riesco a forzare l’indifferenza tanto a lungo da farla radicare nella mia quotidianità, farla - per così dire - attecchire e diventare indipendente da un mio sforzo di volontà.
Semplicemente, e spogliandomi di qualsiasi orgoglio, ho solo due atteggiamenti per le persone che non amo e continuano a popolare i miei pensieri: le rispetto, oppure no.

Il fu

Sabato, 28 Giugno 2008 al folle orario delle 4:28
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Le dieci e mezza. Aspetto C. e M., sotto casa di lei. Aspetto, e mi torna in mente quanto fosse dolce dimenticare che ora è. Dalle casse della Stilo sento Gilmour cantare

Hey you … did you ever realise what you’d become
And did you see it wasn’t only me you were running from
[...]

And did you know …
I never thought that you’d lose that light in your eyes

, appena prima che iniziasse Marooned. C’è pace intorno; l’Etna sanguina, e anch’io non sto troppo bene.

«Ecco, io vi sono stato! Ora, quanta vita mi sfugge, che séguita ad agitarsi qua e là variamente. Eppure, in quanti luoghi ho detto - Qua vorrei aver casa! Come ci vivrei volentieri! -. E ho invidiato gli abitanti che, quietamente, con le loro abitudini e le loro consuete occupazioni, potevano dimorarvi, senza conoscere quel senso penoso di precarietà che tien sospeso l’animo di chi viaggia.»
Questo penoso senso di precarietà mi teneva ancora e non mi faceva amare il letto su cui mi ponevo a dormire, i varii oggetti che mi stavano intorno.

Il tempo di morire

Giovedì, 29 Maggio 2008 al folle orario delle 3:30
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Cos’è che ho stampato in faccia in questi giorni, che mi guardate strano? C’è qualcosa che notate tutti, lo capisco dalla vostra espressione, dall’atteggiamento, dal tono e dalle parole che usate con me; lo notate tutti, ma quasi nessuno di voi me lo dice.

Voi non potete saperlo, ma io so che mi rendo insopportabile in casa, che mia madre le prova tutte con me. Di solito il ciclo prevede:

  1. “prendermi con le buone” con ostentazioni esagerate di affetto e gentilezza
  2. lasciarsi andare a borbottìi e rimproveri
  3. per finire poi con insulti, espressioni di disprezzo e delusione, accuse di essere io la causa dell’infelicità sua e di tutta la famiglia.

Poi si ricomincia dalla prima fase. Ogni tanto mi diverto a farle notare quanto questa sia ridicola, così lei passa direttamente all’ultima.

So che mio padre sta male, e non ne parla. So che ha tante cose da chiedermi (dall’assistenza informatica per gli aggeggi che compra ma non sa usare alle richieste – realmente discrete e gentilissime – di aggiornamenti sull’andamento della mia esistenza) e mi vede troncare ogni tentativo di comunicazione.

So che butto tutto il mio tempo alienandomi, o davanti allo schermo di un computer ormai da tempo inutile (culturalmente inutile, direbbe Moh), o nella socializzazione, nel rifugiarmi dietro lo schermo impersonale di iniziative da organizzare e pubblicizzare, mostrare alla più grossa fetta di mondo che riesco a raggiungere la rappresentazione giocosa/gioiosa di una mia volontà superficiale per far dimenticare a tutti voi che notate come rispondo prontamente e piattamente: «tutto a posto».

So che dovrei andare dal barbiere, limitare le uscite (nel senso fisico e economico), e i Cointreau.

So che non può essere stata tutta un’atroce serie di reazioni a catena, effetti di scelte sbagliate che mi hanno portato nelle condizioni di dover scegliere ancora, e ancora sbagliare.

In questo momento mi sembra che sbagliare sia il mio posto nel mondo, poter dire “è colpa mia” è ciò che mi rende utile agli altri, deludere le aspettative di chi mi ama/mi ha amato/ha provato a amarmi è il mio contributo alla sua esperienza di vita, così che possa illudersi di aver trovato il cancro che ne consuma la felicità, ne distrugge i progetti, ne spreca il tempo; e possa estirparlo o esserne nobile martire.

Aspettatemi, per favore. Non ci metterò molto a tornare a provare almeno a convincermi che mi freghi qualcosa delle materie che (non) studio e della laurea stessa, a ricordarmi che il senso si trova quando si smette di cercarlo e non viceversa, che non mi posso lamentare perché dalla vita ho avuto e continuo ad avere tanto, che proiettare la mente troppo nel passato o nel futuro mi causa sofferenza perché la metto in un luogo che non c’è più, o non c’è ancora, e che comunque potrebbe non esserci per il resto della mia vita.

Non ci metterò molto, mi basta il tempo di morire. Probabilmente nessuno se ne accorgerà, forse mi rivedrete nella mia nuova vita e direte: “è tornato il solito Gaetano”.

Nei prossimi giorni voglio imparare a nuotare, e farmi un bel regalo.

volere vomitare

Mercoledì, 30 Aprile 2008 al folle orario delle 18:05
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quel vino giovane e traditore, quello che va giù come - meglio dell’acqua, che fa parlare troppo, dimenticare le ansie, sorridere per nulla… sentire fame; io ho mandato giù di tutto, roba buona e schifezze, bevendoci su.
Leggero e frizzante, un lambrusco da quattro soldi, tanto per star allegri. E mi sono lasciato trasportare. Mi sono ubriacato come un coglione, ho fatto cose imbarazzanti, chissà  cosa avranno pensato di me.

Ed ora che mi rendo conto, ora che sto male, con lo stomaco a puttane e mille aghi in testa, voglio vomitare. Ora. Prima che la sbornia mi passi del tutto.

Che la testa smetta di girare, che ritorni l’equilibrio, che mi venga la nausea al solo pensiero di bere, per un bel po’.

Memorie e Jack Daniel’s

Mercoledì, 16 Aprile 2008 al folle orario delle 1:37
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Il tuo dono,
scatola troppo grande
azzurro cielo,
fiocchi di neve soffice.
Bianco rosso nero;
una scatola di té
(vaniglia)
una scatola di Te.
Una canzone mia,
ancora canzoni
(vaniglia)
ancora neve soffice
fredda e vera.
Ancora bianco, nero;
nel tuo dono
manca il rosso
adesso.