sto provando

dolore.

Come ogni volta, in questa condizione mi risulta difficile fare quello che sento, sentire quello che faccio.

Mi ritrovo a immaginare l’inferno come la vita con la differenza che ogni male è spiegato e finalizzato,  il paradiso come la vita con la differenza che la felicità dipende solo da sè stessi; ma alla fine torna sempre la consapevolezza di non saperne proprio un cazzo, va da sè considerare l’attaccamento alla vita come paura dello sconosciuto e inevitabile, e il tempo per i sorrisi spontanei strettamente pari alla somma di momenti  di illusione e momenti di oblìo.

Trovo sempre più brutta la mia immagine riflessa; per quanto possa nasconderlo dietro le mie sregolatezze tricologiche, il mio viso è sempre più spesso deformato in qualche smorfia di dolore, di disgusto o d’ubriachezza, eventualmente.

È proprio indispensabile aggrapparsi al sogno per sopravvivere a questo squallore.

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