il gatto bastardo
Cinque. Non sono le dieci di Battisti-Mogol, e soprattutto non sono per me. Sono le ragazze della mia vita, del mio vivere quotidiano, intendo.
Una per la sensibilità estetica, e perché mi sembra allo stesso tempo forte e sensibile.
Una per il senso dell’umorismo e la spontaneità.
Una perché mi pensa.
Una perché è bella e ha un buon odore.
Una perché rappresenta un mistero.
Non è un vero corteggiamento, e neanche un gioco al gatto col topo, perché per me non sono neanche prede. Semmai, per mantenere il paragone felino cui sono tanto affezionato, sono come gomitoli.
Sono lì, e per un motivo qualsiasi attirano la mia attenzione. Mi avvicino senza neanche provare a muovermi di soppiatto, tanto non scappano. Li spingo con la testa, con la zampa. Mi piace e mi interessa vedere che rotolano, li inseguo e mi diverto a vedere come a ogni mia mossa consegua un nuovo, pur prevedibile, movimento.
Se il gomitolo è incastrato e non si muove, lascio perdere. Ogni tanto lo rimpiango, a ricordarlo così tondo, morbido e profumato, e penso “sarebbe stato bello giocarci”… ma tanto è incastrato, finché resta bloccato lì non è divertente.
I gomitoli non devono neanche muoversi da soli però.
Cosa può fare un povero gatto quando vede un gomitolo che comincia a seguirlo? Scappo via terrorizzato, e da quel momento cerco di non farmi notare e sono in allarme, pronto a estrarre i piccoli artigli affilati.

