Il tempo di morire

Cos’è che ho stampato in faccia in questi giorni, che mi guardate strano? C’è qualcosa che notate tutti, lo capisco dalla vostra espressione, dall’atteggiamento, dal tono e dalle parole che usate con me; lo notate tutti, ma quasi nessuno di voi me lo dice.

Voi non potete saperlo, ma io so che mi rendo insopportabile in casa, che mia madre le prova tutte con me. Di solito il ciclo prevede:

  1. “prendermi con le buone” con ostentazioni esagerate di affetto e gentilezza
  2. lasciarsi andare a borbottìi e rimproveri
  3. per finire poi con insulti, espressioni di disprezzo e delusione, accuse di essere io la causa dell’infelicità sua e di tutta la famiglia.

Poi si ricomincia dalla prima fase. Ogni tanto mi diverto a farle notare quanto questa sia ridicola, così lei passa direttamente all’ultima.

So che mio padre sta male, e non ne parla. So che ha tante cose da chiedermi (dall’assistenza informatica per gli aggeggi che compra ma non sa usare alle richieste – realmente discrete e gentilissime – di aggiornamenti sull’andamento della mia esistenza) e mi vede troncare ogni tentativo di comunicazione.

So che butto tutto il mio tempo alienandomi, o davanti allo schermo di un computer ormai da tempo inutile (culturalmente inutile, direbbe Moh), o nella socializzazione, nel rifugiarmi dietro lo schermo impersonale di iniziative da organizzare e pubblicizzare, mostrare alla più grossa fetta di mondo che riesco a raggiungere la rappresentazione giocosa/gioiosa di una mia volontà superficiale per far dimenticare a tutti voi che notate come rispondo prontamente e piattamente: «tutto a posto».

So che dovrei andare dal barbiere, limitare le uscite (nel senso fisico e economico), e i Cointreau.

So che non può essere stata tutta un’atroce serie di reazioni a catena, effetti di scelte sbagliate che mi hanno portato nelle condizioni di dover scegliere ancora, e ancora sbagliare.

In questo momento mi sembra che sbagliare sia il mio posto nel mondo, poter dire “è colpa mia” è ciò che mi rende utile agli altri, deludere le aspettative di chi mi ama/mi ha amato/ha provato a amarmi è il mio contributo alla sua esperienza di vita, così che possa illudersi di aver trovato il cancro che ne consuma la felicità, ne distrugge i progetti, ne spreca il tempo; e possa estirparlo o esserne nobile martire.

Aspettatemi, per favore. Non ci metterò molto a tornare a provare almeno a convincermi che mi freghi qualcosa delle materie che (non) studio e della laurea stessa, a ricordarmi che il senso si trova quando si smette di cercarlo e non viceversa, che non mi posso lamentare perché dalla vita ho avuto e continuo ad avere tanto, che proiettare la mente troppo nel passato o nel futuro mi causa sofferenza perché la metto in un luogo che non c’è più, o non c’è ancora, e che comunque potrebbe non esserci per il resto della mia vita.

Non ci metterò molto, mi basta il tempo di morire. Probabilmente nessuno se ne accorgerà, forse mi rivedrete nella mia nuova vita e direte: “è tornato il solito Gaetano”.

Nei prossimi giorni voglio imparare a nuotare, e farmi un bel regalo.

7 commenti to “Il tempo di morire”

  1. jacobthejoker Scrive:

    gaeta devi pensare in grande! mmmmmm non ho idee xò ci vuole qualcosa con cui fare il botto … in senso positivo ovviamente ….. ci vuole una svolta… che ne so preparati alla grande sulla materia peggiore di tutte e prendi il massimo dei voti… intanto puoi iniziare da questo XD

  2. galeot Scrive:

    E non sarebbe affatto un cattivo inizio… :)

    Grazie, Fabiano.

  3. Estragon Scrive:

    “le cose cambiano o loro cambiano te..:”
    x ogni problema ricorda che hai un set di amici pronto all’uso,qualora possa esserti d’aiuto..sai che tanta gente sarebbe felice di poterti dare una mano…dai,capo,non mollare :)

  4. Ikki Scrive:

    “è tornato il solito Gaetano”.

    Tra i tanti quale sfodererai questa volta?
    Perdona la battuta alla “Uno,nessuno,centomila” ma è naturale,talvolta,apparire come un istantanea di cioè che non si è.
    Nel tuo caso è più un come potrei essere; il ragionare ti mantiene in potenza e dunque ti limita nelle azioni ^^

    Per dirla semplice: penseresti meno e concluderesti di più(ne abbiamo già discusso).L’utopia è quella di pensare che un giorno lo farai(smettere di pensare,non concludere di più,quello lo fai già,solo con la discostanza,dato che non sei una macchina e pensi); la cosa migliore è sapere che per te, per noi, rimani il solito “adorabile” filosofo delle 3.30 del mattino (x la serie “che erano belli i tuoi post in notturna”).

    Per il tuo prossimo compleanno ti regalo uno scatolo di miei vecchi sonniferi.Fanno miracoli.Anche sul non riflettere.

  5. galeot Scrive:

    Pensare di meno e concludere di più
    Pensare di meno e studiare di più
    Pensare di meno e dire - fare - baciare di più

    Una bella canna ci starebbe proprio.

  6. Ricciolino Scrive:

    proseguiamo nella stessa direzione, la deriva…non sai dove sei diretto, ma sai che sei diretto, da chi, da cosa, non l’abbiamo ancora capito. Dal nostro epicureismo forse, dal nostro incessante bisogno del nutrimento sociale che ostacola lampantemente lo studio, la determinazione di concludere qualcosa che è troppo immateriale per i nostri sensi grezzi… ora come ora le parole e i consigli non servirebbero ad altro che a illuminare il sole, come puntare una torcia verso la stella e dire: “guarda!”. Tu già vedi, già sai, già conosciamo la risposta ai nostri problemi, ma non riusciamo ad amarla, a farla nostra, possederla e ucciderla.
    Se io stesso riuscirò nell’impresa, ti farò sapere non il perchè o il cosa, ma il come ce l’avrò fatta. Ancora è solo utopia.

  7. galeot Scrive:

    e a questo serve, l’utopia: ad andare avanti.

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