volere vomitare

quel vino giovane e traditore, quello che va giù come – meglio dell’acqua, che fa parlare troppo, dimenticare le ansie, sorridere per nulla… sentire fame; io ho mandato giù di tutto, roba buona e schifezze, bevendoci su.
Leggero e frizzante, un lambrusco da quattro soldi, tanto per star allegri. E mi sono lasciato trasportare. Mi sono ubriacato come un coglione, ho fatto cose imbarazzanti, chissà  cosa avranno pensato di me.

Ed ora che mi rendo conto, ora che sto male, con lo stomaco a puttane e mille aghi in testa, voglio vomitare. Ora. Prima che la sbornia mi passi del tutto.

Che la testa smetta di girare, che ritorni l’equilibrio, che mi venga la nausea al solo pensiero di bere, per un bel po’.

3 reazioni a “volere vomitare”

  1. Ikki:

    Buon vecchio Dioniso =) lo odierai per un pò, lo amerai subito dopo. È fatto così, lui.

  2. galeot:

    È per questo che mi piace :)

  3. Quintino:

    Amico fragile è nata così: quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m’ero fatto una casa nel ‘69, in uno di questi ghetti della costa nord sarda: d’estate arrivavano tutti, romani, milanesi… in questo parco residenziale, e m’invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano. Una sera ho tentato di dire: “Perché piuttosto non parliamo di…”. Era il periodo, ricordo, che Paolo VI se n’era venuto fuori con la faccenda – ripresa poi mi pare da quest’altro qui, della stessa pasta – degli esorcismi. Insomma dico: “Parliamo un po’ di quello che sta succedendo in Italia…”; nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto Amico fragile. L’ho scritta da sbronzo, in un’unica notte. Ricordo che erano circa le otto del mattino, mia moglie mi cercava, non mi trovava né a letto né da nessun’altra parte: c’era infatti una specie di buco a casa nostra, che era poi una dispensa priva anche di mobili, dove m’ero rifugiato e mi hanno trovato lì che stavo finendo proprio questa canzone.
    [F. De André, in Doriano Fasoli, Fabrizio De André. Passaggi di tempo, p. 60]

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