Archivio di giugno, 2007

C’è modo e modo

martedì, 12 giugno 2007 al folle orario delle 21:38
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Luigi Pirandello ha un modo speciale di “rubare i pensieri di bocca”. Non servirà  armarsi di nessuna pazienza, per leggere i brani che giro qui; al massimo, la pazienza sarà  utile per non correre subito a (ri?) leggere “Uno, Nessuno e Centomila”.

III. Bel modo di essere soli

Desiderai da quel giorno ardentissimamente d’esser solo, almeno per un’ora.
Ma veramente, più che desiderio, era bisogno: bisogno acuto urgente smanioso, che la presenza o la vicinanza di mia moglie esasperavano fino alla rabbia.

«Hai sentito, Gengè, che ha detto ieri Michelina? Quantorzo ha da parlarti d’urgenza.»
«Guarda, Gengè, se a tenermi cosi la veste mi paiono le gambe.»
«S’è fermata la pendola, Gengè.»
«Gengè, e la cagnolina non la porti più fuori? Poi ti sporca i tappeti e la sgridi. Ma dovrà  pure, povera bestiolina… dico… non pretenderai che… Non esce da iersera.»
«Non temi, Gengè, che Anna Rosa possa esser malata? Non si fa più vedere da tre giorni, e l’ultima volta le faceva male la gola.»
Â«àˆ venuto il signor Firbo, Gengè. Dice che ritornerà  più tardi. Non potresti vederlo fuori? Dio, che noioso!»
Oppure la sentivo cantare:

E se mi dici di no,
Caro il mio bene, domà n non verrò;
Domà n non verrò

Domà n non verrò…

Ma perché non vi chiudevate in camera, magari con due turaccioli negli orecchi?
Signori, vuol dire che non capite come volevo esser solo.
Chiudermi potevo soltanto nel mio scrittoio, ma anche li senza poterci mettere il paletto, per non far nascere tristi sospetti in mia moglie ch’era, non dirò trista, ma sospettosissima. E se, aprendo l’uscio all’improvviso, m’avesse scoperto?
No. E poi, sarebbe stato inutile.
Nel mio scrittoio non c’erano specchi. Io avevo bisogno d’uno specchio.
Io avevo bisogno d’uno specchio. D’altra parte, il solo pensiero che mia moglie era in casa bastava a tenermi presente a me stesso, e proprio questo io non volevo.
Per voi, esser soli, che vuol dire?

Restare in compagnia di voi stessi, senza alcun estraneo attorno.
Ah si, v’assicuro ch’è un bel modo, codesto, d’esser soli.
Vi s’apre nella memoria una cara finestrella, da cui s’affaccia sorridente, tra un vaso di garofani e un altro di gelsomini, la Titti che lavora all’uncinetto una fascia rossa di lana, oh Dio, come quella che ha al collo quel vecchio insopportabile signor Giacomino, a cui ancora non avete fatto il biglietto di raccomandazione per il presidente della Congregazione di carità , vostro buon amico, ma seccantissimo anche lui, specie se si mette a parlare delle marachelle del suo segretario particolare, il quale ieri… no, quando fu? L’altro ieri che pioveva e pareva un lago la piazza con tutto quel brillio di stille a un allegro sprazzo di sole, e nella corsa, Dio che guazzabuglio di cose, la vasca, quel chiosco da giornali, il tram che infilava lo scambio e strideva spietatamente alla girata, quel cane che scappava: basta, vi ficcaste in una sala di bigliardo, dove c’era lui, il segretario del presidente della Congregazione di carità ; e che risatine si faceva sotto i baffoni pelosi per la vostra disdetta allorché vi siete messo a giocare con l’amico Carlino detto Quintadecima. E poi? Che avvenne poi, uscendo dalla sala del bigliardo? Sotto un languido fanale, nella via umida deserta, un povero ubriaco malinconico tentava di cantare una vecchia canzonetta di Napoli, che tant’anni fa, quasi tutte le sere udivate cantare in quel borgo montano tra i castagni, ov’eravate andato a villeggiare per star vicino a quella cara Mimà­, che poi sposò il vecchio commendator Della Venera, e morì un anno dopo. Oh, cara Mimà­! Eccola, eccola a un’altra finestra che vi s’apre nella memoria…
Si, si, cari miei, v’assicuro che è un bel modo d’esser soli, codesto!

IV. Com’io volevo esser solo
Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt’al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.

Vi sembra già  questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già  essere in me la pazzia, non nego, ma vi prego di credere che l’unico modo d’esser soli veramente è questo che vi dico io.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, è soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, cosi che la vostra volontà  e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità  stessa della vostra coscienza. La vera solitudine in un luogo che vive per sé e che per voi non ha traccia né voce, e dove dunque l’estraneo siete voi.
Cosi volevo io esser solo. Senza me. Voglio dire senza quel me ch’io già  conoscevo, o che credevo di conoscere. Solo con un certo estraneo, che già  sentivo oscuramente di non poter più levarmi di torno e ch’ero io stesso: estraneo inseparabile da me.
Ne avvertivo uno solo, allora! E già  quest’uno, o il bisogno che sentivo di restar solo con esso, di mettermelo davanti per conoscerlo bene e conversare un po’ con lui, mi turbava tanto, con un senso tra di ribrezzo e di sgomento.
Se per gli altri non ero quel che ora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?
Vivendo, non avevo mai pensato alla forma del mio naso; al taglio, se piccolo o grande, o al colore dei miei occhi; all’angustia o all’ampiezza della mia fronte, e via dicendo. Quello era il mio naso, quelli i miei occhi, quella la mia fronte: cose inseparabili da me, a cui, dedito ai miei affari, preso dalle mie idee, abbandonato ai miei sentimenti, non potevo pensare.
Ma ora pensavo:
“E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un paio d’occhi, i miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono.
Che relazione c’è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.” Cosi, seguitando, sprofondai in quest’altra ambascia: che non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita; vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come quello d’un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità  era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto. Io non potevo vedermi vivere. Potei averne la prova nell’impressione dalla quale fui per cosi dire assaltato, allorché, alcuni giorni dopo, camminando e parlando col mio amico Stefano Firbo, mi accadde di sorprendermi all’improvviso in uno specchio per via, di cui non m’ero prima accorto. . Non poté durare più d’un attimo quell’impressione, ché subito seguì quel tale arresto e finì la spontaneità  e cominciò lo studio. Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l’impressione d’un estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai. Dovevo esser molto pallido. Firbo mi domandò: «Che hai?» «Niente,» dissi. E tra me, invaso da uno strano sgomento ch’era insieme ribrezzo, pensavo: “Era proprio la mia quell’immagine intravista in un lampo? Sono proprio cosi, io, di fuori, quando – vivendo – non mi penso? Dunque per gli altri sono quell’estraneo sorpreso nello specchio: quello, e non già  io quale mi conosco: quell’uno li che io stesso in prima, scorgendolo, non ho riconosciuto. Sono quell’estraneo che non posso veder vivere se non cosi, in un attimo impensato. Un estraneo che possono vedere e conoscere solamente gli altri, e io no.”

Sotto la doccia

domenica, 10 giugno 2007 al folle orario delle 15:57
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Calda, l’acqua addosso è sempre piacevole, anche ora che fa caldo, è il 10 giugno e l’estate è vicina.
Se ci penso, all’estate, alle “vacanze” (che poi, dai 19 anni in su, è tutto un lamentarsi del fatto che non ci sarà  tempo per le vacanze, che c’è lavoro o studio da recuperare, esami o test d’ingresso a settembre, quando a pensarci bene le vacanze ci sono comunque, perché a volte il caldo bloccherà  tutto, perché non proverò nemmeno a privarmi di eventuali scappate a mare, scampagnate, mangiate di pesce e più probabili granite, perché come me anche chi mi circonda avrà  voglia di sentirsi euforico e non fuori luogo come un animale notturno sotto il bel sole estivo) provo una sensazione un po’ sgradevole.
Non che mi aspetti chissà  che periodo disastroso. Fastidio, questo sì, come quando si va, tutto beato, pregustandosi la serata, in quel bel locale di cui si è parlato tanto di andare e non si trova posto. Se la compagnia è buona, qualsiasi altro locale va bene. Certo. Però… però.

Chi si accontenta, gode. Sarebbe utile poter perdere la consapevolezza del “ripiego”. Non sapere che ci si sta accontentando. In effetti, non è affatto detto che mi “accontenterò”, già  mentre lo penso mi dico “sì, come no.”

Sono bello, dopotutto. Dovrei mettere su qualche chiletto, settantaquattro cominciano ad essere pochi per la mia statura, le caviglie ed i polsi larghi, il bacino e le spalle ampi, le gambe e le braccia lunghe. Un po’ di carne in più addosso, sì, continuando con flessioni e piegamenti per non perdere tono. Sono magro, i miei muscoli non sono voluminosi ma allenati, la mia pelle un po’ troppo morbida per i miei gusti, ma piacevole al tatto d’altro canto. Qualche anno fa sognavo di essere così, né pensavo che mi ci sarei mai ritrovato, grassottello e timido com’ero. Non mi sono ancora scrollato di dosso il mio modo di essere a tratti goffo ed insicuro, ma mi accorgo di esserlo in un numero di occasioni sempre minore, ed in minore misura.

Pretendo di dire quello che sento di dover dire, questo è uno degli insegnamenti dei miei genitori e l’ultimo che mi ha ricordato mio padre; mi appaga e mi rende anche più credibile agli occhi degli altri. A volte spaventa ed allontana, senz’altro però continua a valerne la pena.

Questi capelli devono essere sfoltiti. Li faccio crescere o li accorcio? Se ne parla dopo gli esami, comunque.
Vediamo chi c’è online, magari scrivo qualcosa. E poi si studia.

Ricorda: schiena dritta, testa alta. Sorridi.

Un sorriso

Ricordo

venerdì, 8 giugno 2007 al folle orario delle 10:30
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Questa è sempre Pictures Of You, ma in una mia traduzione molto parafrasata, poco fedele all’originale, già  a partire dalla parola Pictures forzata in “Ricordi”.

Ho pensato così tanto a questi ricordi di te
da scambiarli quasi con la realtà 
Ho vissuto così tanto con i ricordi di te
da credere quasi che fossero tutto ciò che potessi
sentire.
Ricordandoti
stare ferma sotto la pioggia
mentre io correvo al tuo cuore, per starti vicino
e ci siamo baciati, mentre il cielo ci cadeva addosso
standoti vicina
come lo sono sempre stato, nelle tue paure.
Ricordandoti
correre leggera nella notte
eri più grande, brillante e candida della neve
e ti arrabbiavi per le illusioni
e urlavi contro il cielo
e alla fine hai trovato tutto il tuo coraggio
per darci un taglio.

Ricordandoti
caduta tra le mie braccia
mentre piangevi per la morte del tuo cuore
eri di marmo
così delicato
persa nel gelo…
eri sempre così persa nell’oscurità !
Ricordando
come eri
annegata lentamente
eri un angelo,
eri molto più di qualsiasi altra cosa
un ultimo abbraccio e sei scivolata via silenziosamente…
apro gli occhi
ma non vedo mai niente!

Se solo avessi pensato alle parole giuste
forse sarei riuscito a restare nel tuo cuore
Se solo avessi tirato fuori le parole giuste
adesso non sarei qui a cercare di disfare
i miei ricordi di te.

Ho pensato così tanto ai miei ricordi di te
ma non sono mai riuscito a restarti dentro
Ho cercato così tanto parole che fossero vere
ma sto sempre qui a liberarmi
dei miei ricordi di te.

Non c’è nulla al mondo
che io abbia mai desiderato di più
che sentirti sempre nel mio cuore
Non c’è nulla al mondo
che io abbia mai desiderato di più
che non sentire mai disfarsi
tutti i miei ricordi di te.

Tre Luci

domenica, 3 giugno 2007 al folle orario delle 11:50
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Qui non si vive solo per vivere
Qui non si vive solo per morire
Ma qui si muore solo per vivere.

Sebastiano, credo che non avresti potuto farmi dono più bello di questo.

Grazie, alaghj.