Money for nothing
(Non si pensi che io scriva tutto questo sull’onda di chissà quale litigio furibondo: tutt’altro, sto vivendo un raro periodo di serenità domestica. Ho da giorni e giorni in bozza quanto segue, e non mi ero mai deciso a pubblicarlo, per una forma di ritegno o contegno che non saprei spiegare.)
Non lo so da quand’è che sento il distacco dalla mia famiglia. Ho sempre creduto si trattasse dei classici conflitti adolescenziali, e che una bella mattina mi sarei svegliato, sarei sceso in cucina – trovando mio padre, mia madre, i miei fratelli – e mi sarei detto “io qui ci sto bene, mi dispiacerà andarmene”.
Andarmene. Sì, è chiaro, ho quasi 24 anni, non so che ci faccio ancora nella casa dei miei; sta di fatto che non conosco nessun mestiere e sono ancora nel bel mezzo del corso di laurea di primo livello. Tuttavia, nel bene o nel male, so che questa condizione (convivenza in famiglia) avrà vita breve.
E invece no, non sto bene. Quando penso ad ogni singolo membro della mia famiglia ho sentimenti di affetto, stima, riconoscenza; ciononostante la convivenza mi risulta difficile. Non voglio stare con loro, evito di restare a lungo in stanza insieme, sono quasi completamente all’oscuro di ogni singolo aspetto della mia vita al di fuori della casa, e di buona parte anche di quelli al suo interno. Mio padre ha saputo che stavo per andare per una settimana a Ciampino tre ore prima che il treno partisse.
Mi danno soldi, che mi causano grande imbarazzo. E che non riesco a rifiutare, perché mi sono necessari. E la casa, i vestiti lavati e stirati, l’affetto, la comprensione e i rimproveri.
Basta procrastinare, è ora di partire.

