Entropia
Le persone preferiscono chiudere gli occhi, perché vedere fa male. “Quello che fa male, se non ti uccide, ti rende più forte”. Cazzate.
Se non ti uccide, ti lascia ferito, mutilato, incompleto.
Chiaro che, se in un incidente mortale “te la cavi” perdendo un braccio, dopo ti sentirai molto più attaccato alla vita, e apprezzerai ogni piccola cosa, e ringrazierai di essere ancora vivo. Ma non puoi dire di vivere meglio di prima; hai solo “meno vita” di prima, e quella che ti resta ti sembra più preziosa.
Abbiamo un bel modo di consolarci quando, avendo conosciuto l’abbondanza, cadiamo nella miseria più nera. “Almeno non ho più niente da perdere”. Ridicolo.
C’è un periodo – l’adolescenza, di solito – in cui ci si sente Dio, perché si acquisisce la prima consapevolezza di sé, ma nessuna certezza è ancora crollata, e le illusioni hanno ancora il magnifico aspetto di un progetto grandioso e possibile, anzi, pressoché certo.
Uno stato di massima “energia potenziale” del nostro vivere, il momento in cui si vola più in alto, si è alla partenza, prima di qualsiasi bivio o ostacolo, si è artisti di fronte al blocco di marmo da cui ancora qualsiasi forma può essere ricavata.
Massimo grado di libertà è mancanza di limiti, che è mancanza di contorni, che è mancanza di forma.
Ogni scelta fatta è una limitazione del nostro grado di libertà ; scambiamo libertà con vincoli, incertezza con forma, energia potenziale con forza (quantità di moto rispetto al tempo). Siamo allora, sì, più forti, formati, duri.
Ma solo perché viviamo ad un livello meno alto, e le cadute ci faranno meno male.
Ma solo perché avremo già perso tanta di quella vita che potremo stringere più saldamente quella che ci rimane.
Ma solo perché, disperdendo l’energia che ci rende caldi e malleabili, tendiamo ad uno stato più solido, cristallino, ordinato. E freddo.
Niente si crea e niente si distrugge. Quale sistema andranno ad alterare le parti di “energia vitale” che dissipiamo istante dopo istante?

