Brano V – Un’allenza di circostanza
I nostri salvatori ci conducono silenziosamente all’interno della grotta nascosta da una cascata, e ci fanno sedere vicino ad un grande fuoco. Una mano si posa sulla mia spalla, la scosto d’istinto: mi repelle l’idea di esser toccato. Però è innegabile che ho provato sollievo, poco dopo, a veder chiudersi molte delle ferite sul petto, a parte quella che attraversa il torace in tutta la sua larghezza, che smette almeno di sanguinare. àˆ rimasta lì, a impedirmi di dimenticare, perché il ricordo di quel dolore possa ancora farmi soffrire cento, mille volte ancora. àˆ rimasta lì, a beffarmi.
Ma soprattutto, la ferita è rimasta lì a darmi ancora un motivo per andare avanti, per vivere.
“Chi siete”, “cosa cercate”, “cosa fate qui”; le solite domande, e nessuno di noi ha poi gran voglia di chiacchierare. Tuttavia già le prime parole di uno dei ribelli (dice di chiamarsi Rothgar) tramutano la mia apatia in rabbia. Com’è possibile tanta cecità , tale rispetto sopra ogni cosa, rispetto non ricambiato, rispetto di reietti, non ribelli, reietti che riconoscono ancora quell’essere inutile dell’Ar Ulric quale legittimo governatore. Ma perché arrabbiarmi? àˆ la loro vita, non è affar mio; il cibo che mi hanno dato è affar mio; le cure che mi hanno fornito sono affar mio. Le informazioni su come poter nuovamente raggiungere l’Ar Ulric sono affar mio. Se per guadagnare queste cose dovrò parlare un po’ del nostro passato, bene, sono disposto a farlo.
In fin dei conti è stato divertente vedere sulla faccia di Rothgar una rassegna di facce buffe: curiosità , incredulità , scetticismo, paura, smarrimento. Mi ricorda me stesso neanche un anno fa, ancora forte dei miei punti fermi, dei miei ricordi e dei racconti di Athulea, dei vivi che erano vivi e amavano e difendevano la vita, e dei morti che restavano morti e non si aveva motivo di temerli, al più si ricordavano con affetto e nostalgia.
Dopo la chiacchierata, ci concediamo qualche ora di riposo. Al mio risveglio, una scena singolare: Tà ras sembra aver messo radici, o meglio, sembra essere avviluppato da rampicanti. Nuin, interessato, sembra aver trovato la giusta occasione per fargli prendere un bello spavento, quando – con tutta la grazia tipica dei “fratelli nani”, brandisce la sua enorme ascia puntandola dritta ai polpacci dell’elfo “per liberarti!”, lo rassicura, suscitando lo scetticismo (e l’ilarità ) generale. “BAH!!” commenta Nuin, indignato.
Sembra che Rothgar stia spiegando qualcosa a Tà ras, sul capire come sviluppare incantamenti, con gesti e parole. “Invocazioni elfiche, apprese direttamente da Anemos”, si vanta l’uomo; chissà che non serviranno a Tà ras a cavarci fuori dai guai, come ormai è solito fare. Temo che dovremo scoprirlo presto. Abbiamo deciso di entrare, insieme ad un gruppo di “ribelli” infiltrati, nel Middenhim servendoci di un carro di trasporto per i materiali di costruzione di una statua atta a celebrare la gloria dell’Ar Ulric; noi daremo una mano a impadronirci del carro, ma una volta in città prenderemo strade diverse. Nessun patto; per noi è una comodità , come potrebbe esserla per Rothgar ed i suoi uomini la nostra presenza.


