Archivio di settembre, 2006

Last day of summer

giovedì, 21 settembre 2006 al folle orario delle 2:27
Postato in The Cure

Last day of summer – Bloodflowers

Testo – Traduzione

Nothing I am
Nothing I dream
Nothing is new
Nothing I think or believe in or say
Nothing is true

It used to be so easy
I never even tried
Yeah, it used to be so easy…

But the last day of summer never felt so cold
The last day of summer never felt so old

Never felt so…

All that I have
All that I hold
All that is wrong
All that I feel for or trust in or love
All that is gone

It used to be so easy
I never even tried
Yeah, it used to be so easy…

But the last day of summer never felt so cold
The last day of summer never felt so old
The last day of summer never felt so cold
Never felt so…

L’ultimo giorno d’estate

non sono niente
non sogno niente
niente è nuovo
niente io penso
o credo o dico
niente è vero

era così facile una volta
non ci provavo nemmeno
già  era così facile una volta
ma l’ultimo giorno d’estate
non ho mai sentito così freddo
l’ultimo giorno d’estate
non ho mai provato così freddo

tutto quello che ho
tutto quello a cui tengo
tutto quello
è sbagliato
tutto quello che mi è caro
o su coi conto o che amo
tutto quello
è andato

era così facile una volta
non ci provavo nemmeno
già  era così facile una volta
ma l’ultimo giorno d’estate
non ho mai sentito così freddo
l’ultimo giorno d’estate
non mi sono mai sentito così vecchio

l’ultimo giorno d’estate
non ho mai sentito così freddo
io non mi sono mai sentito così…

(

sabato, 16 settembre 2006 al folle orario delle 20:51
Postato in blog

Una testa tanta a parlare di questi matrimonii, ed alla fine uno è arrivato, perdipiù lasciandomi illeso. Oddio, per essere certo di questo devo almeno aspettare di svegliarmi domani, dopo aver buttato giù insalata di mare, gamberetti in salsa rosa, filetti di salmone e pesce spada, verdure saltate e ripiene, risotto alla salsa d’aragosta, panzotti al pistacchio, gamberoni e pesce in crosta di sale con contorno di verdure al vapore, sella di vitellina con crocchette di patate e piselli e dolci assortiti.

Dopotutto mi sento abbastanza bene, e non è tanto per mancanza di voglia o appetito ma solo per puro senso della decenza che non mangio qualcosa per cena.

Non scrivo da qualche giorno; all’assemblea dell’agi, ieri, tutto bene; solo, mi sono (quasi matematicamente) già  fatto carico di diversi impegni e tremo all’idea di scoprire dove troverò il tempo per rispettarli.
Per completare la settimana degli ammaronamenti, anche ieri mi sono dato da fare in tal senso. Nonostante avessi lasciato intendere che avevo alcune priorità , non mi sono neppure fatto sentire per “il sì o il no”. Scusate, se potete.
Domani sera parto per Roma :)

a mente serena

martedì, 12 settembre 2006 al folle orario delle 23:31
Postato in blog

Riprendo brevemente il discorso del post precedente. “Le parole sono pietre”, si dice, ma io non la vedo così.

Penso che spesso le parole non hanno tutto il valore che si sarebbe portati ad attribuirgli, anche se esprimono a chiare lettere un pensiero, perché ognuno di noi è naturalmente portato ad avere una gamma “completa” di pensieri, dal più generoso e buono al più egoista e stronzo, e di solito nel tradurre un pensiero in parole hanno un gran peso umore, contesti, valutazioni. Tutte condizioni che possono variare o addirittura ribaltarsi completamente.

Ora scrivo un po’ di diario, però :P

àˆ capitato Sabato 9: mi sono svegliato e a casa non c’era nessuno, se non la nonna Agata. Non avrei neppure notato questo particolare, se la nonna non mi avesse detto che il resto della famiglia è partita per “la vacanza”. Già , la gita ad Erice. Lei vuole essere riaccompagnata a Ragalna, e così verso le 10 partiamo, in auto. Arrivati a Nicolosi troviamo tutte le vie transennate per il passaggio delle automobili della “cronoscalata dell’Etna”. E così, a furia di cercare una strada alternativa, io e la nonna ci siamo ritrovati al Rifugio Sapienza, per poi raggiungere Ragalna tramite una strada – ma sembrava più un sentiero – scoscesa e stretta, quella dell’Osservatorio Astrofisico.
Almeno ho mangiato insieme alla nonna, essendo arrivati a destinazione in perfetto orario per il pranzo, alle 12:30.
Di pomeriggio il direttivo, con i suoi lati positivi (un sacco di presenti) e negativi (discorsi che avrei preferito non fare ma, a quanto pare, mi toccano). Infine, di sera, l’uscita “tutti insieme”, quindi moderatamente disastrosa nell’organizzazione e foriera di malcontenti generalizzati :P

Domenica mattina arriva in fretta, dunque, e dimentico di comprare il pane prima di andare alla lezione di chitarra, che però va almeno un po’ meglio delle precedenti. Pranzo semplice ma soddisfacente, lunga (più o meno del previsto, secondo i punti di vista) giocata a D&D (la “Daemon”)

La sera di lunedì mi sono ritrovato a fare due cose che non facevo da tempo: vivere il gusto dell’avventura che comporta andare a Catania con la 500 e gustarmi il sapore di quel mix letale chiamato “panino”.

Ed oggi sono qua, contento perché la Giò ha passato l’esame teorico per la patente e s’è “piazzata bene” nella graduatoria della Cattolica (e nonostante sia tutta timorosa, ha buone probabilità  di entrare), la mia famiglia è tornata, divertita ma sorpresa da un acquazzone nella Valle dei Templi mentre io cucinavo e mangiavo un bel piatto di pasta e piselli. Abbiamo cenato tutti insieme, con pane e companatico, e infine eccomi qui tutto intento a dedicare a chiunque capiti di leggere queste righe il mio augurio di

buonanotte.

cosa leggi?

lunedì, 11 settembre 2006 al folle orario delle 16:46
Postato in blog

Non so più cosa scrivere.

La scoperta dell’acqua calda: nessun testo sarà  mai compreso nell’esatto significato di cui l’autore voleva fargli carico. Interpretazione, sovrainterpretazione, fraintendimenti, fiducia: c’è l’imbarazzo della scelta.

True False - Ambigramma di Kim Scott

Sarebbe stupido ed ingiusto da parte mia lamentarmi con un “sono stanco”, perché non ho mai lavorato per rimediare a ciò che trovo sbagliato, mai ho sopportato ingiustizie imponendomi di pazientare in silenzio, mai ho subito lo stress del contesto, perché me ne sono tirato fuori a piacimento.

Guglielmo

giovedì, 7 settembre 2006 al folle orario delle 13:41
Postato in blog

La prima parola che m’è venuta in mente quando ho iniziato a scrivere è stata “ricordi”, come a relegarti a parte di un nostalgico come eravamo, ineluttabilmente contrapposto a come siamo.

Io e Guglielmo sedicenni

In fondo, sono sicuro, non siamo cambiati. Non ci siamo cambiati a vicenda, anche se da te ho imparato tanto, e la mia speranza è di averti a mia volta insegnato qualcosa.
La fraterna, esclusiva amicizia delle superiori, noi due ragazzini – io bambinone di grossa taglia, tu adulto ma passionale e giocherellone come sei tuttora – i progetti piccoli e grandi, il lavoro insieme, la DS, gli SR i pranzi, gli infiniti pomeriggi.

Certo, ti ho fatto spesso incazzare, mi hai fatto incazzare. I nostri litigi sono tra i più bei ricordi che abbia. Veri, sentiti, discussi con rabbia e passione. Io con la mia pretesa di uscire in gruppo invece che in due, tu che dai 14 anni in poi non hai più potuto fare a meno delle ragazze, io che “mi perdo” e non rispondo al telefono, e le tue estati al Thurium.
Tanto poi ci si spiegava (spesso, prima di avere la connessione ad Internet, nel 99, scambiandoci files di testo su floppy a scuola) e ci si chiariva, non mancando sicuramente di prendere nota dei comportamenti e dei difetti propri e dell’altro, ma non con l’atteggiamento di chi “se la lega al dito”, bensì consci di aver conquistato un altro pezzettino di conoscenza della persona.
E così ora ci conosciamo a vicenda, ci ammiriamo per le nostre virtù e comprendiamo i nostri limiti.
Col tempo mi sono reso conto che in gruppo non ci andiamo bene, sui motivi mi sono fatto diverse idee, ma non vale la pena di considerarli uno ad uno. Però mi hai sempre dimostrato che tieni a me, che vuoi aiutarmi come e quando puoi, che conti sul mio aiuto, anche se impegni, affetti e circostanze ci tengono lontani, spesso per molto tempo.

Non manchi mai di raccomandarmi di non perdermi, di farmi vivo, di vederci; e non sono solo frasi di circostanza, perché il più delle volte sono io che non ci sono, tu non manchi di cercarmi. Spero che questo mio pensiero ti possa ripagare almeno in minima misura di tutte le volte in cui, se fossi stato un altro, mi avresti già  inviato a quel paese.

Tanti auguri, Guglielmo. Ti voglio bene

Brano V – L’eredità  rifiutata

mercoledì, 6 settembre 2006 al folle orario delle 2:02
Postato in Avventure di un Mezzelfo

La luce improvvisamente irrompe nell’oscurità  del cunicolo, accecandomi; ma è solo qualche istante. Pochi altri istanti per renderci conto di dove ci troviamo adesso: sulla sommità  della Rocca di Ulric, poco distanti dalla roccia a forma di pugno che sovrasta i tre settori concentrici che la compongono.

Le orde di non morti sono già  penetrate nel primo settore, seminando distruzione e morte – anzi: non-vita – tra gli uomini bene armati o poveracci, tutti poco organizzati e preparati allo scontro. Alle mie orecchie giunge appena un fruscìo che troverei poco significativo, se non vedessi i miei compagni voltarsi tutti di scatto. Sento raggelarmi: non ho mai visto nulla di simile, nessun essere tanto grande e regale; e mentre mi chiedo che ne sarà  di noi e mi dico che non è possibile, una parte di me si fa sempre più certa, un’impressione che somiglia sempre più ad una consapevolezza. Quello è un Drago, un vero Drago, creatura delle leggende. La mia massima speranza è che fosse lì più per caso che altro, dandomi così l’occasione, un giorno, di poter raccontare che “Sì, ho visto anche un drago, un enorme Drago Rosso”. Ma la Creatura ci guarda, e poi si china, lasciandomi notare un particolare agghiacciante; il suo potere, di cui non riesco neppure a immaginare l’esistenza di confini, è soggiogato agli ordini di una figura esile dalle sembianze umane, un essere insignificante al suo confronto.

La figura ci rivolge la parola, con fare distaccato e allo stesso tempo minaccioso, chiedendoci chi, tra noi, avesse mai osato accettare la sua sfida. Ho ancora qualche dubbio che possa aver sbagliato persona, ma sentendo al collo il peso del Sigillo, non posso essere tranquillo. Mi rendo conto che cerca proprio noi, ma non per impossessarsi dell’artefatto: il pegno di sfida da noi “accettato” è la scaglia rossa, la cui provenienza è adesso chiara. La rossa scaglia di drago che ho con me.

“Vys, non raccogliere ciò che non conosci”, mi dicevano al villaggio. Valeva per i funghi, per le bacche, i semi… ed ora, comprendo, non solo per quelli.

Sembra essere un guerriero, questo perlomeno comunicano ai miei occhi la sua lucente armatura dalle rifiniture mirabili, l’elmo ornato a foggia di ali di drago e la sua enorme spada che brandisce con disinvoltura. Continua ad avanzare minaccioso, invitando chi avesse raccolto il pegno della sfida a farsi avanti e difendere l’onore. Devo, dovrei, so che dovrei, ma il mio corpo è pietrificato dalla paura. Provano a farsi avanti i miei compagni, ma il drago, che s’era adagiato calmo sulla rocca, ringhia ad ogni loro movimento, tranne che ai miei. Sa già  chi è lo sfidante, devo vincere la paura, non lasciare che la mia debolezza travolga i miei compagni. Così impugno la lancia e mi pongo dinnanzi al guerriero, sperando di riuscire a respingere la sua carica; ma nei suoi occhi (che mi danno una strana sensazione) leggo un moto di scherno, e mi fa cenno di farmi avanti: mi sta lasciando la prima mossa. Mi volto, cercando con lo sguardo i miei compagni, ma il Drago ha frapposto la sua enorme coda tra me e loro. Una freccia passa alla mia sinistra verso di lui e gli tocca il braccio. Sembra non avvedersene: vuole giocare solo con me. Tento anch’io di centrarlo con le mie frecce, che evita con disarmante facilità . Poi si avvicina e la sua lama trancia diagonalmente la mia armatura di cuoio e la mia pelle. Un taglio percorre il mio busto, dalla spalla all’inguine. Tento di allontanarmi dalla portata della sua spada per poterlo nuovamente prendere di mira, ma mi sorprende con un ulteriore spaventoso fendente, e mi invita – o, piuttosto, mi ordina – a lasciar perdere i giochetti con l’arco ed affrontarlo in un vero duello.

La sua voce è autoritaria e, sebbene si tratti di un nemico, una minaccia, non mi sento di contraddirlo; sfodero la lama leggera e lunga sottratta ai ragnacci nei sotterranei delle Lahmie.
I miei due veloci affondi però non colpiscono il mio avversario, che ferma il mio incerto movimento afferrandomi il polso, come si fa con i bambini che tengono in mano oggetti pericolosi. Mi rende l’arma nell’ennesimo, odioso gesto cavalleresco, e poi mi colpisce: ancora un taglio diagonale, dall’alto verso il basso, e subito dopo un altro, in risalita, come a descrivere una croce su di me. Abbandono ogni speranza, sono inerme e privo di forze, il sangue pulsa con schizzi copiosi e si riversa ai miei piedi, mentre il guerriero, lentamente, mi dice che è buona creanza, dopo un duello, rivelare la propria identità  allo sconfitto. “Vynion!” mi dice, mentre la luce quasi abbandona ai miei occhi e lotto per non crollare a terra “Vynion, perché hai sfidato il tuo sangue?” – “Avevo forse alternative?” rispondo, ormai rassegnato, senza rendermi conto che uno sconosciuto ha appena pronunciato il mio vero nome. Si priva di guanti ed elmo, mostrandomi il pallore splendente del suo volto elfico. “Il mio nome è Malvegil Magor”. Devo aver sentito male, non può che essere così. Ma, ancora una volta, sono costretto ad abbandonare la speranza di essermi sbagliato.

Quello che ho di fronte, il nemico che mi ha quasi ucciso è la persona che ho sempre considerato un esempio inarrivabile di valore, uno dei più valorosi e nobili guerrieri tra le file elfiche, mio PADRE!
Athulea ha sempre evitato di rivelarmelo, ma per quanto potessi apparire spensierato e spericolato, non mi sono mai reputato degno del mio sangue, degno figlio di un eroe. E l’eroe s’è rivelato invece un cavalcatore di draghi, condottiero sì, ma non di eleganti elfi, bensì di putridi non-morti.

“Perché sono qui?” chiedo allora, “perché mi avete lasciato in vita?”. E intendevo chiedere sia come mai non mi abbia finito ma abbia preferito sfigurarmi per sempre, umiliarmi e infliggermi dolore, sia come mai un essere come lui non abbia ucciso un misero mezzosangue come me.
“Perché anche tu, come l’ho avuta io, hai diritto a scegliere se accettare l’eredità . Io l’accettai, adesso tocca a te scegliere la tua via”.
“Se è l’eredità  di cui parlate ciò che vi ha reso come siete, consideratemi uno sconosciuto” dico, dandogli le spalle. Faccio qualche passo, forse in fondo spero che un ultimo fendente stacchi la mia testa. Ma, affilate come la sua spada, arrivano solo altre parole: “Sono dunque i sigilli che cercate? La vera forza è il valore in battaglia, noi Draghi Sanguinari non ce ne facciamo niente di questi artefatti” schernisce, sfilandosi il sigillo che indossa e lanciandolo ai miei piedi. “Anzi, vai, vai in Arabia a prendere anche l’altro, se pensi che ti renderà  più potente. Vieni pure a cercarmi quando sarai forte dei tuoi artefatti, e ti dimostrerò cos’è il vero valore”.
Eppure qualcosa in lui lo fa sentire in dovere di aggiungere: “Non avrei mai voluto che anche mio figlio avesse scelto la mia strada”. La cosa mi sembra troppo assurda per essere letta come un gesto d’approvazione, ma un timore balena nella mia mente. Anche lui è stato dunque corrotto dal potere, da esso inebriato e reso succube. C’è stato, dunque, un tempo in cui mio padre è stato veramente l’eroe che ho sempre creduto.
Vorrei morire, ma ancora una volta sono inerme, a terra, come un lurido verme. M’è capitato di riflettere cosa stessi cercando in questa avventura, cosa volessi in cambio. M’è stato anche chiesto più di una volta, ed ho sempre risposto che volevo diventare valoroso. “Come mio padre”, pensavo, forse.

Vale ancora la pena di andare avanti. Ora, anzi, vale più che mai. Solo, l’obiettivo è cambiato. Devo affrontare nuovamente Malvegil Magor, e tenergli testa tanto a lungo da riuscire a capire se io, erede del suo sangue, debba porre fine alla vita che non più gli appartiene e restituire onore alla sua memoria o possa nuovamente chiamarlo “padre”.

Ma, per riuscire, devo diventare ancora molto, molto, molto più forte.