Brano V – sangue-acqua
Dal diario di Tà ras:
Appena i nostri occhi si riabituano alla luce solare ci rendiamo conto di dove siamo sbucati: davanti e sotto di noi, la Rocca di Ulric è assediata dal colossale esercito che ore prima avevamo visto schierato nella valle; il portone è caduto, ogni porta del primo stadio ha ceduto alla forza degli arieti, corpi giacciono immobili a terra mentre un fiume di non vita si sposta lasciando solo distruzione dietro di sè.
Gli invasori sono troppi, troppo organizzati e troppo terrificanti, le urla della battaglia arrivano fino alla vetta del monte. Vedo Ar Carà n volteggiare verso di noi in stretti cerchi, si posa sulla mia spalla manifestandomi tutta la sua paura: non ho la minima idea di cosa abbia potuto spaventarlo così. Almeno, non ancora. Ci avviciniamo in fretta alla zona del tempio, nel terzo stadio, dopo aver recuperato il medaglione con il lupo che ci aveva permesso di arrivare fin lì: “Devo resituirlo a Tolsimir”, pensavo.
Devo imparare a pensare meno.
Nemmeno il tempo di arrivare al portone del tempio e affacciarci verso la parte sottostante della città che già sentiamo un poderoso sbattere d’ali che si avvicina, seguito da un tonfo massiccio alle nostre spalle, sulla rocca: un enorme ombra si staglia sopra di noi e l’essere a cui appartiene ci osserva con sguardo fiero e temibile; la stessa creatura che aveva proiettato la sua ombra su di noi vicino quella torre a Sud della Rocca, prima che incontrassimo Tolsimir e Borag: un enorme Dragone rosso.
Il medaglione dorato del lupo mi cade dalle mani con un rumore sordo di metallo contro pietra. Presi da un oscuro terrore non riusciamo a distogliere lo sguardo da quella visione, così quasi subito notiamo, perso nell’immensità dell’animale, un guerriero finemente armato che cavalca il Drago con disarmante facilità , come se l’enorme creatura fosse a lui sottomessa.
Alla sua vita noto una cinta sulla cui fibbia riluce una doppia M. Accanto alla sella, scorgo chiaramente due teste appese dai capelli: sono quelle di Tolsimir e Borag. Impietriti, osserviamo il cavaliere scendere dalla cosa del drago verso di noi quando, una volta a terra, comincia a interrograci con tono sicuro e severo riguardo a chi di noi abbia raccolto la sua sfida. Vys sembra tremare, bisbigliando mi informano che mentre ero intento a leggere i tomi nella torre loro tre lì fuori avevano rinvenuto e raccolto una scaglia di drago. Una scaglia di quel drago. Vys l’aveva con sè, quindi era lui lo sfidante.
Entrambi ci sembravano avversari fuori dalla nostra portata, eppure li abbiamo combattuti uniti come forse mai avevamo fatto, anche se il drago con la sua coda ci ha impedito di intrometterci nel duello, sono solo riuscito a scalfire l’armatura della figura, interamente composta da scaglie di drago, conficcandogli una freccia nella gamba: quando però Vys si è accasciato a terra, sfinito dalla lotta e dalle molte ferite, il cavaliere, dimostratosi leale almeno in duello, si è tolto l’elmo mostrando il suo volto e dichiarando di essere Malvegil Magor. Quando si è slacciato l’elmo un brivido mi ha attraversato la schiena: un elfo di Ulthuan, a cavallo di un drago rosso, identico a Vys. Vys a sentire quel nome sussulta, per quanto possa farlo accasciato a terra: quel sanguinario cavaliere, capitano dei Draghi Sanguinari, è suo padre. Mi rendo conto tutto a un tratto di non sapere nulla di Vys e della sua vita, ma da come risponde alla richiesta di suo padre di seguire le sue orme, capisco quanto siano intimamente diversi. Malvegil Ci schernisce, forte della sua potenza, ci getta addosso il sigillo che porta al collo, dicendoci che non saranno certo dei ridicoli oggetti magici a fermare la follia delle casate più potenti e arcane e, promettendo di tornare ad occupare la rocca, ormai sconfitta, rimonta in sella al drago e vola via, subito seguito dal ripiegare del suo esercito.
Siamo lì immobili: di fronte a noi la porta del tempio di Ulric, sbarrata dall’interno, alle nostre spalle un’ecatombe d’innocenti. La rabbia che monta nel mio petto sta diventando incontrollabile, mi dirigo alla porta e busso violentemente sentendo rispondermi da dentro ridicole minacce di morte.
Dopo aver annunciato la ritirata del nemico il portone si socchiude e due guardie osservano verso fuori, con un calcione spalanco la porta mentre i due corrono a sincerarsi che la notizia sia vera e vedo lì, al centro del tempio, l’Al Ulric seduto sul suo trono regale, circondato da un manipolo di guardie. Sono stanco della sua aria di superiorità , della sua strafottenza e della sua vigliaccheria: i suoi uomini muoiono nelle strade e lui si rinchiude nella rocca senza muovere un dito, non riesco nemmeno a pensare che abbia rivolto una sola preghiera al suo dio.
Non gli riservo parole gentili o sorrisi accondiscendenti, sono adirato come non lo ero mai stato in vita mia; non sono disposto a vedere degli innocenti morire per l’inettitudine e la menzogna di colui che dovrebbe essere la loro guida: manda le sue guardie verso di me, ma se non sono fuggito davanti ad un drago, perchè dovrei temere adesso?
Il sacerdote reclama i libri per i quali ci ha spedito alla rocca maledetta dei Tol, così tiro fuori dallo zaino il fagotto con i due tomi presi nella stanza senza pavimento: il libro di leggende dei Tol e il trattato di alleanza in nanico. Sfogliando il primo sembra rimanere indifferente, ma quando apre il secondo i suoi occhi si illuminano di una strana luce di vittoria: evidentemente, come me, non capisce l’idioma dei nani e crede davvero che quell’inutile tomo sia il libro sui vurdalack che andava cercando.
Vedendo ciò non posso che trovare conferme su quanto la sua reggenza sia fondata sulla menzogna e lo dico apertamente, ricevendo le solite accuse di blasfemia: le guardie si avvicinano per ammanettare me e Kyro che nel frattempo si è avvicinato alla soglia, insieme ad una folla di curiosi dapprima festanti per la ritirata del nemico ed è a loro che rivolgo le mie accuse, dicendo di acclamare il loro messo divino che mentre loro combattevano la morte guardandola negli occhi non aveva saputo fare niente di meglio che rimanere chiuso nella sua rocca ad aspettare gli eventi; indico Vys, steso a terra privo di forze come prova che non è stato certo l’Al Ulric a scacciare il drago, ma le guardie, seppur testimoni della verità , non hanno il coraggio di ribellarsi al loro vile superiore.
Capisco allora che è inutile continuare perchè la gente crederà al sacerdote, e le guardie dovrenno eseguire i suoi ordini per non essere accusate anch’esse di blasfemia: non tutti vogliono cercare l’avventura. Veniamo così ammanettati, mentre veniamo condotti in una grotta naturale usata come prigione, passiamo davanti al luogo dove avevo lasciato cadere il medaglione di Tolsimir, e chiedo ad una guardia di raccoglierlo per me “E’ il ricordo di un amico”.
Le guardie ci trattano gentilmente, i legacci non sono costrittivi e le loro mani non ci stritolano: sembrano anzi dispiaciuti per quello che ci stanno facendo, ma le celle in cui veniamo rinchiusi sono umide e fredde. Riusciamo appena a riposare qualche ora che dei passi frettolosi ci svegliano: ci stanno facendo evadere, un gruppo di reietti, non più fedeli all’Al Ulric ci raccoglierà fuori città , lungo la via usata per i morti della città . Il fiume scorre in una cavità sotterranea, l’acqua è gelida e purissima, è il fiume Nunl, lo stesso in cui mi ero immerso quando incontrammo quei due strani personaggi, mi chiedo dove saremmo adesso, altrimenti. La traversata sembra andare per il meglio, al punto prestabilito veniamo fermati da una rete, evitando così di dover tentare di non cadere dalla cascata che ci era stata preannunciata. Degli uomini con tuniche blu e il volto coperto ci accolgono nel loro rifugio, una grotta scavata dietro il baratro d’acqua.


settembre 8th, 2006 at 17:02
Eheh,povero Al Urlic!
Avanzi,quando si giocaaaaaaaa???
ottobre 8th, 2006 at 18:39
Le ultime parole famose…eheh!