Brano V – Il blasfemo
Dal diario di Tà ras
Allungando le mani verso il calice e tenendolo in mano, mi accorgo di come mi pervada un innaturale calore di cui Kyro, quando glielo porgo, non si accorge: forse dipende dal fatto che i miei piedi calcano le orme sul pavimento. Avvicino il calice alle labbra, prendendo un breve sorso di quel liquido scuro: mi sento per un attimo mancare, mentre per un attimo sento di essere lontanissimo da quel luogo, per poi ritornarvi e vederlo mutato; al mio posto, dietro l’altare, un uomo barbuto con il calice in mano recita delle invocazioni mentre sulle panche di fronte sono seduti uomini in armatura che sembrano attendere in silenzio.
D’un tratto un tonfo, la porta cede sotto i colpi di un ariete, liberando la via ad un’orda di fanatici dalle bianche vesti, come il sacerdote di Ulrich che ci ha prestato le sue cure alla rocca, che danno inizio ad un vero e proprio massacro. Mi accorgo con dolore di essere tornato in me, sono seduto per terra ai piedi dell’altare e forse per un attimo ho perso i sensi, mentre Vys mi aiuta ad alzarmi mi fanno notare che la scritta dietro l’altare è mutata: adesso sotto “lode e gloria a lupo guerriero” campeggia “e morte ai profanatori”; in cuor nostro speriamo che non sia rivolto a noi.
Mentre racconto agli altri ciò che ho visto, ci muoviamo verso la parte del piano ancora inesplorata: in una stanza, il cui pavimento è crollato, è visibile una scaffalatura piena di libri, mentre Nuin e Kyro scardinano la porta che ci blocca l’accesso al resto dell’edificio, provo a pensare come superare lo strapiombo per raggiungerla visto che siamo lì per trovare dei manoscritti. L’anta della porta appena scardinata potrebbe fare al caso nostro, se non fosse che mentre tentiamo di posizionarla a mo’ di ponte, a me e Vys sfugge la corda di mano scivolando nel baratro insieme alla porta.
Decido allora di assicurarla al mio torace e di saltare mentre gli altri trattengono l’altra estremità : dopo un maldestro tentativo riesco ad arrivare alla libreria ma, con un po’ di delusione dopo tutti gli sforzi compiuti, nessuno dei libri presenti sembra, a mio giudizio, sacrilego. Così ne prendo uno in una lingua a me sconosciuta e uno su alcune antiche leggende del Middenland. La strana lingua si rivelerà poi essere nanico, un trattato sull’alleanza tra i nani e i Tol: “cose che mio zio Norin troverebbe divertentissime”, sentenzia stizzito Nuin, convinto che stiamo solo perdendo tempo.
Oltrepassiamo la porta scardinata, che dà accesso ad una stanza che si allarga verso il fondo, con una porta sulla parete di fronte a noi che si apre, stavolta con facilità , su delle scale; le scendiamo per qualche minuto, e ci toviamo in una stanza di forma simile, con una porta sulla parete di fronte a noi: questa, però, sembra non recare il minimo segno di fuoco, è ancora intatta e rifulgente di metallo lucido. La apriamo con qualche cigolìo e accediamo ad una camera circolare con quattro statue di splendida fattura che ritraggono ancora uomini in armatura che guardano ognuno un angolo della stanza; di fronte a noi, sul muro, ci sono quattro leve, ognuna sembra attivare una rispettiva statua: ce ne accorgiamo a nostre spese io e Nuin, ognuno con una sonora botta in testa.
Si prova allora ad abbassarle tutte e quattro insieme e sembra essere una soluzione corretta: una parte di muro scorre liberando l’accesso ad un altro locale, chiudendo però quello da cui siamo entrati, mentre le statue si girano l’una verso l’altra, alzano i martelli e li uniscono al centro della stanza, irradiando luce tutto intorno. Nella stanza appena aperta si vedono i corpi, o forse le anime, degli uomini che avevo visto nella visione, pervasi e arsi dalle fiamme divine della loro punizione: essi piangono, si disperano, piangono e si consumano senza mai trovare pace.
Una nenia atroce risuona nell’aria in antico imperiale ed essi sono inginocchiati di fronte ad una statua, in tutto e per tutto somigliante a Tolsimir, che, con in mano una penna, sembra vergare un diario che sta sull’altare di fronte a sè. Mi accorgo che i dannati non fanno caso a noi e mentre mi risuona ancora la frase “morte ai profanatori” mi aggiro nel locale, le cui pareti sono interamente ricoperte di libri: gli unici due che risaltano sono il diario della statua e un libro su un leggio dietro di essa. Il libro parla di Vurdalack, e di leggende sugli antichi e sui cinque sigilli e le cinque casate, parla del bacio di sangue della regina Azastra e di draghi sanguinari: pare sia questo il tomo sacrilego che l’Ar Ulric tanto brama di avere tra le mani; il diario invece reca dure parole contro di lui, lo accusa di essere al servizio del dio della menzogna, Tzeentch, ma forse sono solo i dubbi di un povero folle che si ostina a perseguire i suoi fini di conoscenza: è il diario di Tolgred, regnante dei Tol, e scrive di non avere intenzione di levare le armi su coloro che verranno ad eseguire la condanna che l’Ar Ulric ha elevato su di loro, nel nome dei suoi avi e della sua casata. Ma che non lascerà che tutti periscano ingiustamente, i suoi figli si dovranno salvare, attraverso un cunicolo essi avranno la possibilità di fuggire, e forse di perseguire il suo obiettivo: recuperare i cinque sigilli per scampare alla follia dei Vurdalack.
Lette queste parole, mi ritornano in mente i racconti di Sebastian, prendo il libro sui Vurdalack. Ripenso alle parole di Tolsimir “guarda il medaglione quando non saprete dove andare”, così lo osservo: si è stranamente illuminato della stessa luce dei martelli delle statue e indica un punto proprio dove essi si incrociano. Mi posiziono in quel punto e dal medaglione scaturisce un fascio di luce, come un faro, che arriva fino al muro oltre cui siamo arrivati e che adesso è sbarrato. Mi rendo conto che devo cercare un’altra uscita, così mi giro verso la stanza dei dannati, e il fascio si posa su un libro in particolare: faccio cenno agli altri di andare lì e prenderlo, ma quando ci provano il libro si rivela essere una leva che apre uno stretto passaggio dietro la statua: corro verso il passaggio che quasi subito inizia a richiudersi, entro per ultimo, accorgendomi di essermi ficcato in un cunicolo buio, stretto e lungo.
Quando Kyro accende una torcia, notiamo sulla parete dei graffi, come di mani sfregate sulla roccia, e una scritta: “addio padre”; ci incamminiamo, capendo che se Tolgred ha mandato i suoi figli per questa via, non dev’essere rischiosa nè insidiosa; dopo un altro po’ di tempo, chissà quanto, vediamo in terra una coperta abbandonata a terra: reca il vessillo del lupo; dopo ancora un pezzo di strada, un’altro graffito sul muro, recita:”Tolsimir e Tolvarich, fratelli per sempre”; ancora dopo, chissà davvero quanto tempo sarà passato, un vicolo cieco, solo una fessura circolare nel muro risalta sulla nuda pietra: ripenso ancora una volta alle parole di Tolsimir “quando non saprete dove andare”, il medaglione sembra calzare nella fessura. Lo inserisco e lo faccio ruotare verso sinistra: la parete scorre, lasciando che la luce ci investa di nuovo…


settembre 2nd, 2006 at 14:45
=P Ecco a cosa porta avere poco interesse verso l’hobby dell’università .
Please,don’t try this at home.