Brano V – prima dell’assedio
Dal diario di Tà ras:
Come previsto, fattosi giorno dopo una notte stranamente tranquilla, siamo stati riportati al tempio per conferire con l’Ar Ulric. La nostra situazione di incertezza non ci ha però permesso di essere molto più chiari della sera precedente e i toni, dunque, non sono stati tanto diversi; il nostro colloquio con quel sacerdote scorbutico è stato tuttavia interrotto dall’ingresso di una guardia trafelata recante in mano una pergamena arrotolata: l’Ar Ulric l’ha letta con un filo di voce, incupendosi ancor più in volto. Ci ha praticamente obbligato, poi, a partire in avanscoperta per quantificare l’entità della minaccia di un attacco, poichè tale pergamena che ci ha poi fatto leggere, recava l’avviso che un esercito bramoso di sangue stava per assediare la città , utile ai fini del comandante di tale esercito per difendersi da un negromante. La pergamena era firmata con una doppia M.
Senza molta scelta, dunque, siamo partiti verso un punto valido di osservazione, e dopo circa un’ora di cammino, sporgendoci dalla sommità di un colle verso la vallata sottostante, siamo stati investiti da una visione raccapricciante come poche ne ho avute in vita mia: numerose falangi di scheletri armati di tutto punto stavano lì in posizione, ordinatamente schierate, mentre una nutrita schiera di cavalieri, con i loro cavalli anch’essi scheletrici, erano in posizione accanto ad un enorme Drago d’ossa, come quello che incontrammo nella tomba a sud di Mordheim; Tolsimir e Borag sembravano sorpresi, ma non credo in cuor loro più di tanto, di certo non delusi. Preoccupanti, ancor più del resto, erano invece degli enormi arieti interamente di ossa maneggiati da manipoli di scheletri. Visto l’eccessivo numero di avversari senza dover riflettere più di tanto abbiamo deciso di rientrare alla rocca per fare rapporto su quanto visto, ma mentre ci allontanavamo ci siamo trovati circondati da un gruppo di strani esseri, simili a miei consanguinei, e forse lo erano, un tempo, in armatura ed elmo, armati di spada e scudo che però venivano trapassati dalle mie freccie come se fossero privi di corpo. Uno di loro ha toccato Vys ed è quasi subito sparito, come per incanto. Ne abbiamo fatti fuori un paio, poi il nano ha provato a caricarne uno ma vi è passato attraverso, come una freccia, così abbiamo ripiegato approfittando di questo fatto e siamo fuggiti verso la rocca, guardandoci le spalle. Una volta alla rocca, nemmeno il tempo di fare rapporto e rifiatare, visto che Vys e Kyro, entrambi colpiti da quegli esseri, sembravano accusare un serio malessere, che l’Ar Ulric ci ha subito affidato il compito di recuperare alcuni tomi sacrileghi dalla residenza maledetta dei Tol, a Est della rocca. La ricordo, ce l’aveva indicata Tolsimir, una colonna di fumo che saliva poco lontano dalla rocca. I tomi, secondo l’Ar Ulric, contengono preziose informazioni sulla non vita, ma nessuno dei suoi chierici potrebbe, o oserebbe, o forse semplicemente avrebbe il coraggio di avvicinarsi a quel posto. Siamo stati dunque curati, anche se il chierico ha reagito in uno strano modo dopo aver sanato Vys e il ragazzo stesso è rimasto un po’ intontito, ci è stato consegnato un amuleto argentato a forma di testa di lupo per difenderci dal fuoco divino che pervade quella costruzione e ci è stato ordinato di tornare il prima possibile, prima dell’assedio in ogni caso. Tolsimir e Borag non ci hanno accompagnato, ma l’umano mi ha dato un altro medaglione, a forma di testa di lupo anch’esso ma con le fauci chiuse, dicendo che mi avrebbe indicato la via se non avessi saputo dove andare. Siamo quindi partiti alla volta del maniero dei Tol, che abbiamo raggiunto quasi subito: un enorme palazzo di due piani, totalmente avvolto da lingue fiammeggianti di fuoco. Senza indugiare troppo, dopo aver indossato l’amuleto argentato mi sono introdotto nell’edificio dalla porta principale, forse un po’ avventatamente, ma ci era stato detto di fare più in fretta che potevamo. Abbiamo esplorato quasi tutto il primo piano, trovando solo una lettera per una donna e alcune pagine di diario che parlavano degli ultimi rapporti diplomatici tra la casata e la rocca, di un certo culto, di tattiche e di diversità di vedute: guerra civile, insomma. Siamo fermi in una specie di santuario, sul cui altare campeggia una scritta di lode al “lupo guerriero” e un calice colmo di vino: ai suoi piedi, invece, le orme di due calzari restano come unica impronta intatta nel pavimento totalmente devastato dal fuoco.

