Dal diario di Tà ras:
Abbiamo proseguito il viaggio, sconcertati da quell’inqiuetante incontro: tutti, ne sono certo, ci stiamo chiedendo che genere di essere potesse essere quella enorme figura nera che ci sovrastava volteggiando nell’aria, scomparsa veloce proprio come era apparsa, e scomparsa, per di più, verso Nord Ovest. Tuttavia sembra che nessuno abbia voglia di discuterne, e dopo aver tentato invano di rassicurare Ar-Carà n ci siamo mantenuti sulla rotta originaria tenendoci al limitare della boscaglia. Tuttavia non è passato molto tempo, al massimo qualche ora al passo, che il nostro cammino è stato nuovamente interrotto da un nuovo incontro, preceduto da macabri segni di violenza sugli enormi tronchi di conifere attorno a noi: all’inizio era solo uno strano e ripetuto rumore; poi si è fatto più netto e regolare, fino a diventare il chiaro segnale di un pericolo. Una falange di scheletri in armatura che avanzava verso di noi dal fitto del bosco, con un fronte di almeno 50 passi. Non abbiamo avuto grandi dubbi sul da farsi, visto l’immane numero di nemici, che ho smesso di contare superati il centinaio: ci siamo messi in salvo come abbiamo potuto, chi coprendosi dietro il tronco di un albero, chi scalandone i rami più bassi, chi spronando il cavallo verso un luogo sicuro. Ma dal nuovo punto di osservazione abbiamo prima sentito, poi visto arrivare un’altra figura, altrettanto risoluta e imponente: un uomo al galoppo su un cavallo interamente bianco sulla cui groppa sedeva anche uno strano nano tatuato. I due arrivati si sono gettati senza alcu indugio contro la falange, il nano si è letteralmente lanciato da cavallo, facendo roteare pesanti asce attaccate con catene alle sue braccia, mentre l’uomo, dai capelli bianchissimi e lo sguardo gelido, sfrondava a colpi di martello i ranghi del nemico, aiutato dalla sua cavalcatura a colpi di zoccoli. Rincuorati dall’aiuto provvidenziale cominciamo ad infierire sugli scheletri, che sembrano ad un tratto essere passati da una situazione vantaggiosa ad una di sicuro massacro. Volano molte frecce, molti scheletri cadono, molti altri vengono frantumati, molti altri letteralmente polverizzati. Il nano sembra aver perso il controllo delle sue azioni, perchè con una mossa di una violenza inaudita comincia a vorticare su se stesso colpendo anche il malcapitato nuin e sbalzandolo via: gli scheletri però sono tutti caduti. Quando il nano torna in sè comincia a parlare con lo strano uomo, capiamo così che i segni sugli alberi hanno un unico responsabile: Borag, il nano calvo con la barba rossa e le asce catenate che abbiamo di fronte. L’umano dice di voler essere chiamato il grigio, poichè il nome della sua famiglia è maledetto. Ci chiede il perchè del nostro viaggio, ma noi esitiamo a rispondere, tuttavia riveliamo che dobbiamo dirigerci alla rocca di Ulric per conferire con qualche membro della Casata dei Tol, dalla quale ci è stata commissionata un’impresa, ma l’uomo, al sentir pronunciare questo nome, accenna una risatina. “Non mi sembra di aver commissionato alcunchè”, dice al nano, spiegandoci poi di essere Tolsimir del Lupo Bianco, ultimo discendente della Casata dei Tol. Chiedo subito a Kyro di mostrare le monete dategli da Sebastian, come prova che non stiamo farneticando, ma con somma presa e rammarico, al posto delle monete non sono rimasti che sassi e pietrisco. Sento Nuin mormorare “Sebastian è morto” a denti serrati, e ahimè sento una strana vicinanza d’intenti tra me e lui. Parlando con i due scopriamo che la nostra meta è la medesima, così ci accordiamo per viaggiare insieme, approfittando anche di una guida esperta dei luoghi in cui ci troviamo, passiamo una notte stranamente tranquilla, a parte un’ubriacatura di Kyro (per dimenticare, diceva) in una radura nel fitto del bosco, vicino ad un ruscello gelato; al mattino, dopo una tisana calda e ristoratrice, ci rimettiamo in marcia e prima di sera siamo alla Rocca. Una colossale costruzione che si arrampica in cerchi concentrici e fortificati sul dorso della montagna, con una enorme torre a forma di pugno sulla sommità . Attendiamo ai cancelli che ci aprano, una volta dentro Il Grigio ci conduce al santuario di Lar Ulric, il sommo sacerdote di Ulric, con cui anche lui desidera parlare. Entrando nel santuario scorgiamo lunghe file di pregiati martelli, elmi, scudi e corazze, tutti con uno stemma raffigurante un lupo con le fauci spalancate, mentre Il Grigio ha cautamente coperto con il suo mantello blu l’armatura che reca uno stemma con un lupo con le fauci serrate. Lar Ulric ci riceve, intterogandoci sul perchè siamo venuti a chiedere udienza, ma appena gli accenniamo qualche particolare sui nostri dubbi e sulla nostra missione, sembra incupirsi, alterarsi, ci manda fuori di lì, ordinandoci di pernottare alla rocca e di conferire con lui la mattina dopo. Ho la mente esausta di questa continua instabilità . Mi sento come una foglia la cui ultima linfa viene asciugata dall’ultimo vento d’estate.