Brano IV – Tum tum Tà ras (2)
Dal diario di Tà ras
Il silenzio nella stanza è spettrale, mentre tentiamo di riflettere su un eventuale enigma da risolvere per aprire un passaggio, ma i nostri pensieri si perdono, vani, nel silenzio. Alejandro prova ad aprire il sarcofago con i suoi attrezzi, ma non ci riesce. Gli occhi cavi potrebbero dover contenere delle pietre, come per la porta, ma tastandone la profondità una freccia vi scompare quasi per intero dentro ma non arriva a toccarne un eventuale fondo. Comincio a pensare che qualcosa vada versato al loro interno, ma i miei compagni stanno già discutendo di intraprendere una nuova via, verso l’alto, dove non siamo ancora stati. Mi trascino lungo le scale, fino all’altra stanza, ottagonale, alla cui estremità un sarcofago verticale al centro di due colonne reca scolpito sul coperchio una figura femminile con i capelli liberi e arruffati, denti aguzzi e artigli, vesti rovinate. Sopra di esso campeggia una scritta in diversi alfabeti e la parte elfica recita all’incirca: “Che il riposo della Signora non sia eterno”. Un’altra frase incomprensibile. Vys si fa avanti a guardare la figura scolpita, come affascinato, come al solito qualcosa lo turba, solo dopo capirà cosa. Alejandro gli fa cenno di scostarsi mentre sfodera i suoi attrezzi per tentare di aprire anche questo sarcofago. Stavolta sembra riuscirci, ma non sembra troppo soddisfatto di questo: fa appena in tempo a urlarci di scappare che il coperchio salta via scagliandosi verso il muro di fronte, portando con sè il non certo incolpevole Alejandro. Da dentro la pietra fuoriesce una nebbia spettrale quanto il silenzio che regna ancora nell’ambiente, mentre due occhi rossi si accendono da dietro di essa e una nenia tenebrosa si spande per la stanza. Mentre la nebbia si deposita sul fondo lucido della stanza, una figura simile a quella uscita dalla polla di sangue si fa avanti verso di noi, con un ringhio minaccioso che la fa apparire imponente e pericolosa: e’ molto più alta di noi. Si getta subito verso Kyro, colpendolo più volte, ma sotto gli strali miei e di Vys, le mazzate di Nuin e i fendenti di Kyro sembra avere la peggio: con un colpo particolarmente ben assestato di Kyro dal basso verso l’alto sembrano fuoriuscire dalla lama della sua spada fiamme innaturali che consumano l’essere che si sgretola rapidamente con un urlo disumano. Dopo l’ennesimo scontro ci rendiamo conto sconfortati che nella stanza non c’è null’altro e che le condizioni di Alejandro, liberato dal coperchio di pietra sopra di lui, sono davvero critiche: lui stesso ci chiede di essere sinceri, di dirgli se davvero per lui è finita. Non ho il coraggio di parlare, mentre provo a fargli ingoiare un po’ di pozione di cura. Una ferita interna sembra impedirgli di ingerire altro che il suo sangue, è evidente dal suo torace ammaccato: si fa liberare, da Vys, le braccia dai bracciali di cuoio che indossa, mentre io lo sorreggo, e mentre racconta, con un filo di voce, di come essi siano il suo primo bottino e delle proprietà che hanno, mi accorgo per primo che ha ormai smesso di respirare. Il silenzio si fa di colpo meno spettrale, ma molto pi� pesante: un altro compagno se n’è andato e non possiamo lasciarlo lì. Vys e Nuin portano il suo corpo nella stanza di sotto, mentre decidiamo di tornare più in basso nella stanza con l’altro sarcofago dato che non ci sono altre stanze da esplorare o altre porte da oltrepassare. Una volta sotto, di nuovo il buio, metaforicamente, ci avvolge. Vys ha portato con sè dalla stanza superiore un pezzo del coperchio del sarcofago, raffigurante gli occhi della figura: li poggia, occhi negli occhi, sulla figura dagli occhi cavi; il pezzo di pietra comincia a emanare calore, come se fosse un corpo vivo. Me lo mostra: guardando gli occhi di pietra nera, si ha l’impressione che a tratti uno sguardo ricambi l’osservatore. Osservo ancora gli occhi cavi, le due rune, ripenso alle due polle con i due liquidi… comunico agli altri i miei pensieri: due polle, due buchi, due rune e due liquidi, una frase che parla di un’essenza che si mescola. Gli altri, poco convinti, tornano poco dopo con i loro otri: quello di Vys è riempito con il sangue della polla, quello di Nuin reca l’acqua dell’altra polla. Versano i due liquidi nelle cavità e poco dopo i buchi sembrano riempirsi, gli occhi sembrano socchiudersi, mentre dalle fessure rimaste comincia a sgorgare sangue diluito, che si sparge intorno al sarcofago in quantità innaturalmente copiosa. L’assordante urlo di una bambina, o così sembra rimbomba nella stanza, mentre il coperchio del sarcofago finalmente si solleva. Dopo averlo scostato, all’interno delle scale scendono oltre una coltre di nebbia: uno sguardo e Kyro è davanti ad aprire la strada, seguito da tutti noi, meno Alejandro. La nebbia mi ricorda decisamente la cripta del castello di Dimitri, orrido presagio. E infatti, finite le scale, ci troviamo in una stanza in cui si trovano tre Lamie e una bambina, incatenata al centro di una rituale stella a sette punte. Su un altare Kayle, la responsabile di tutto, fa roteare due sigilli davanti a sè sfruttandone il potere per chissà quale ignobile fine; davanti a lei, al centro della stanza, due Lamie sono chine sull’inerme ragazzina e le infliggono ferite di coltelli e di artigli. Non passa che qualche secondo prima che si accorgano di noi: Kayle continua con il suo rituale, pronunciando parole su una signora che deve tornare dal suo sonno per mezzo del sangue di una vergine, mentre una delle due Lamie al centro fa un balzo verso l’alto, molto in alto, e sparisce fra le ombre; l’altra si getta al collo della bambina, sbranandola, e dopo essersi leccata le labbra si getta su Kyro: io mi rendo conto con orrore che nella faretra ho le ultime due frecce. Ne scaglio una su Kayle, prendendola in piena fronte: la sua testa si piega all’indietro. Non avrei mai creduto di riuscire a fare un colpo così perfetto, e così inutile: con un movimento innaturale la sua testa torna in avanti e la freccia si spezza, riprovo a colpirla ma il colpo viene quasi risucchiato dal turbinio rosso e nero che i due sigilli provocano davanti a lei. Mi interrogo sul da farsi mentre vedo gli altri combattere strenuamente: d’un tratto ripenso a Sebastian, ai sigilli, alla nostra missione iniziale. Una rabbia intensa mista ad una fortissima determinazione mi salgono dentro, mentre tiro fuori il martello che mi è stato affidato. Lo osservo a lungo, o almeno così mi pare, fissando nella mia mente quel poco che so sul suo funzionamento. Un po’ incerto lo punto sulla Lamia che poco prima è riapparsa di fronte a Vys e faccio scattare il meccanismo: la centro in pieno, facendola dissolvere in un cumulo di fiamme e cenere. Ancora incredulo, miro verso Kayle, impegnata con Nuin dopo che il nano l’ha caricata con scarsi risultati: il mio colpo sembra perfetto anche stavolta, ma il turbine risucchia anche il paletto. Comincio a pensare che la carica di Nuin non doveva essere stata poi così scarsa: Kayle sembra inattaccabile. Nel frattempo vedo che Kyro lotta con l’altra Lamia, si girano e si rigirano, e più volte il mio compagno rischia graffi e morsi, ma per fortuna l’armatura lo protegge. Mi avvicino e prendo la mira: anche stavolta il colpo è a segno e la figura sparisce in un cumulo di fiamme e cenere. Dal turbine rosso e nero davanti a Kayle un raggio parte verso la bambina e sangue rosso comincia a zampillare dappertutto dal corpo della piccola figura. Un altro moto di rabbia mi fa tornare l’attenzione su di lei: mi avvicino ancora, prendo meglio la mira, scocco il colpo da questo strano arnese. Stavolta la prendo alla spalla e lei sembra accusare il colpo, urla: “NO!” e indietreggia. Nuin non aspetta altro che caricarle una pesante asciata sulle spalle. L’azione è rapidissima: i sigilli vengono spazzati via al centro della stanza, le catene della bambina si spezzano, si rialza e corre a prenderli ma Kyro la precede, scivolando e recuperandone solo uno. Io, mosso più dall’istinto che altro, tengo sotto tiro la bambina, mentre Vys e Nuin finiscono Kayle, che si sgretola anche lei fra fiamme e cenere. Una voce riecheggia per la stanza: “La pagherete”. La bambina trema, mi avvicino a lei: “Dacci quel sigillo!”. Trema ancora, e con voce rotta risponde: “Cosa…cosa �?”. Le rispondo, severo: “E’ il motivo per cui siamo qui”. Ma lei non sembra soddisfatta: “E voi..chi..chi siete?”. C’è qualcosa di molto strano in questa figura, dilaniata e sfatta di sangue che davanti a me, con un sigillo del potere stretto fra le braccia mi parla a viso aperto, ma le rispondo; in fondo, mi dico, la sto ancora tenendo sotto tiro: “Siamo quelli che ti hanno salvato, forse.” Non ho il tempo di finire la frase che lei si getta con un balzo innaturale verso Kyro e il sigillo che tiene in mano: il mio presentimento era fondato, e il colpo parte puntuale e preciso. Il petto le si apre mentre il paletto la attraversa, e il suo piccolo corpo, destinato a chissà che cosa, ormai, collassa in un’esplosione di sangue. Il sigillo è spazzato via verso il bordo della stanza: lo recupero e lo indosso, mentre le terra continua, come faceva ormai da un pezzo, a tremare. Torniamo di corsa sui nostri passi, su fino alla stanza del sepolcro, poi a quella pentagonale: la grata blocca ancora il passaggio da cui siamo entrati: Kyro e Nuin la sollevano, io vi incastro la spada che ha ucciso il mezzo ragno, ancora una volta, penso, mi salva la vita. Siamo fuori, Vys ha il corpo di Alejandro. Il terremoto continua, ma dobbiamo correre ancora per molto, oltre la porta gemmata, ancora scale, di nuovo al pinnacolo argenteo, l’inizio di tutto. Il tremore non smette, scappiamo fuori, il ponte di pietra che la prima volta aveva significato sicurezza, lo significa ancora una volta. Lo attraversiamo, ma appena oltre tutta la montagna dall’altro lato sembra collassare su se stessa: il pinnacolo argenteo è distrutto, con esso le Lamie, i sigilli recuperati. E l’onore?

