Brano IV – Aracnophobia

Che schifo! Stupido, stupido! Sono stato veramente stupido ad assaggiare quell’intruglio verde gelatinoso; i goblin potranno anche trovarlo importante o prelibato, per averlo nascosto lì, così gelosamente, ma questo non significa che ciò debba valere anche per me: mi è bastato toccarlo con la punta della lingua per avvertire un fortissimo disgusto che mi ha indotto a sputarlo prima di poterne ingoiare anche solo una presa. Difatti tutti si sono rifiutati di provarlo, anche Alejandro, che non mi è sembrato particolarmente schizzinoso, di solito. E nonostante tutto ho deciso di portarmi dietro la strana ampolla di vetro e metallo.
Su consiglio di Nuin, riscaldo un po’ di quell’intruglio verde nel pentolone posto sul fuoco acceso, completamente vuoto. Riscaldandosi, l’intruglio aumenta in volume, diventa liquido, di colore bluastro e, se possibile, persino più puzzolente. E peggiora persino come sapore; ebbene sì, l’ho assaggiato nuovamente, e stavolta non sono riuscito a sputarlo – non mi aspettavo quella consistenza così liquida, e l’ho mandato giù inavvertitamente.
Abbiamo portato la gemma recuperata dal bastone di quello che si atteggiava a capo dei goblin, e Nuin l’ha sistemata, con un paio di tentativi, nell’alloggiamento adatto del grosso portone chiuso con una strana serratura. La gemma attiva un meccanismo di cui riusciamo solo a sentire il rumore, ma la porta rimane chiusa.
Torniamo laddove avevamo fatto strage di ragni e ragnetti metallici. Quelli che chiamo “ragnetti” erano comunque grandi quanto le lepri che ero solito vedere nei pressi del mio villaggio (e, come esse, sono finiti infilzati da frecce. Solo che sembravano decisamente meno appetitosi delle lepri).
Tà ras decide di aprire la grossa sacca addominale del ragno grande, in cui (non senza un certo ribrezzo) rinveniamo un gran numero di uova, una gran quantità  di gelatinoso sangue verde – simile in tutto e per tutto all’intruglio che ho assaggiato, ahimè! – e, tolte di mezzo le uova col fuoco di un paio di torce, la seconda gemma per il meccanismo del portone.
Noto che l’attenzione di Nuin è attirata dai luminescenti carapaci metallici dei ragni e, dopo averli brevemente esaminati, ci dice che potrebbe essere in grado di lavorarli per ricavare piccoli manufatti di quel materiale, che sembra più leggero e resistente al fuoco del normale metallo delle nostre armi ed armature. Lo aiutiamo a raccogliere un discreto numero di carapaci, da cui, con la sua cassetta degli attrezzi da forgia e il fuoco del camino della capanna del capo-goblin, ricava un numero di borchie sufficienti a rimpiazzare e riparare quelli presenti sulle corazze di cuoio mia e di Tà ras.
Mancano ancora due gemme prima che Alejandro possa tentare di aprire il portone, scassinandone il meccanismo, e purtroppo l’unica zona inesplorata di quegli strani sotteranei rimane quella che prevede una bella discesa in apnea in un condotto d’acqua buio e freddo. In più comincio ad avere qualche difficoltà  respiratoria, la sensazione è simile a quella che si prova tentando di mandar giù un boccone troppo grosso senza aver prima masticato. Daltronde Alejandro stava per immergersi; così come io non mi ero sentito di avventurarmi laggiù da solo, non mi sembrava giusto che lo facesse lui, così decido di seguirlo. Appena mi immergo, mi sento stranamente meglio, anzi scopro una cosa che mi lascia a dir poco sconcertato: riesco a respirare. Mi rendo conto che non può trattarsi di una semplice stranezza, ma dev’essere un effetto di quello strano intruglio; così torno su a proporre ai miei compagni di ventura di assumere anche loro il rivoltante intruglio. Ma appena esco dall’acqua, mi sento nuovamente male. Realizzo che, per un problema che ha risolto, quella “pozione” me ne ha creati diversi; riesco a respirare solo sott’acqua, adesso. Ma non sono un pesce, io, il mio corpo non è fatto per stare a mollo ore ed ore. Alejandro decide di assumere anche lui la pozione riscaldata e resa liquida, per esplorare insieme a me il cunicolo subacqueo; per ora, dunque, non pensiamo immediatamente a come risolvere il problema che s’è venuto a creare, preferendo scoprire cosa ci aspetta dall’altro lato. Così prendo il mio pugnale e mi immergo insieme a lui. Lo precedo, nel cunicolo, e faccio un incontro a dir poco sgradito: uno dei ragni “piccoli”. La differenza rispetto a prima è che quello si trova decisamente più a suo agio sott’acqua, al contrario di me. Mi procura due ferite, un taglio sul braccio sinistro, quasi all’altezza della spalla, ed un orribile squarcio orizzontale in pieno volto, proprio sotto gli occhi: da guancia a guancia, attraverso il naso. Brucia da morire, comincio ad accoltellare disperatamente l’essere finchè non lo vedo cadere. Anche quest’esperienza è stata fruttuosa, però, perchè ho notato che il sangue di questo ragno, una volta a contatto con l’acqua, s’è immediatamente disciolto e disperso. Anche Alejandro si rende conto di questa peculiarità  della poltiglia, e invita Tà ras ad andarne a raccogliere un po’ dai cadaveri dei ragni, mentre io mestamente annuncio che anche i miei compagni saranno costretti ad assaggiare entrambi i rivoltanti liquami.
Una volta giunti insieme alla stanza oltre il cunicolo, dobbiamo affrontare la prima delle scelte: quale passaggio utilizzare dei due che vediamo di fronte a noi. Chiedo ai miei compagni di medicare la mia ferita perché non si infetti e il sangue, colando su naso e bocca, non mi sia d’impedimento. Tà ras opera un’accurata medicazione, e si avvia per le scale che portano all’apertura sulla destra. Scusandomi con Kyro e Nuin, annuncio che mi rifiuterò di andare avanti in esplorazione: “vi coprirò le spalle con arco e frecce”, dichiaro, ma la verità  è che ho paura di trovarmi nuovamente da solo, e ferito, davanti ad uno o più di quei ragni. Il mio timore si rivela fondato: il passaggio in cui si stavano per avventurare Tà ras e Nuin è completamente infestato da quei ragni dagli occhi scarlatti.
Mentre riflettiamo sul da farsi, notiamo delle incisioni sul soffitto; sembrano raccontare una storia: esili figure umane (probabilmente elfi) che si rifugiano nel sottosuolo e, comunicando con gli animali che lo popolano – i ragni – stabiliscono con loro un’alleanza.
Dato che c’è una via alternativa, propongo di approfittarne: Tà ras comincia a farsi strada attraverso un’intricata trama di viscose ragnatele, fendendole con la sua lama corta. Lo affianca Kyro, tenendo alto il suo scudo e precedendo Nuin, Alejandro e me. Con un breve cammino, giungiamo all’altra estremità  del passaggio. Un locale simile a quello da cui siamo partiti, e davanti a noi un arco in pietra porta all’ingresso di una stanza cavernosa e buia; dalla volta scendevano, assottigliandosi fino al suolo, delle strane colonne naturali. Da quando ci siamo avviati il dolore al volto mi ha fatto tenere l’arco teso e gli occhi spalancati. Ed è al centro di due occhi rossi e lucidi al punto da riflettere la luce delle nostre torce che ho mirato e scoccato una freccia, mentre l’aria comincia a risuonare dell’ormai familiare ticchettio metallico delle zampe affilate di quegli esseri. Messi in allarme, riusciamo ora a vedere che moltissimi di quegli esseri si stavano servendo di quelle strane colonne per raggiungere il suolo ed altri, al risuonare di una voce nella stanza, addirittura si lanciano, scagliandosi contro di noi.
Quei ragni sono agli ordini di un essere in qualche modo simile a loro, per via delle otto zampe, ma con l’asciutto busto di un elfo dalla scura carnagione in luogo della testa. Due grosse scimitarre al suo fianco, una faretra alla spalla ed un arco in mano.
Siamo nuovamente in battaglia; non c’è più dolore, fatica, ansia, dubbio. Ci sono i nemici e le mie armi, la loro vita o la mia. Le frecce spariscono in fretta dalla mia faretra, molti di quei piccoli ragni finiscono zampe in aria, contorcendosi in una pozza di liquame verde, e tre lunghe frecce sono piazzate, l’una vicino all’altra, dalla clavicola allo sterno di quell’immondo ibrido. Nuin si lancia fieramente, ascia alla mano e scudo alto, contro il nemico evidentemente più imponente di lui. Infligge e subisce fendenti, mentre uno di quei terribili ragnetti, dopo essersi lanciato dal soffitto si accanisce sul mio braccio destro, tagliando con le zampe affilate e dimostrandomi che ha anche una dentatura affilata e seghettata con cui straziare le mie carni. Non avverto dolore sul momento, ma urlo di rabbia strappando via l’essere dal braccio e scagliandolo a qualche metro da me. Disperatamente tendo il rigido arco, ma il braccio risponde solo parzialmente alle mie intenzioni, ed i tiri approssimativi mancano il nemico alle prese con Nuin che, all’improvviso, sparisce in un’assurda esplosione di oscurità . Do’ uno sguardo a Kyro e Tà ras, che in questo momento si stanno occupando dei ragnetti rimanenti, quando mi ricordo all’improvviso del ragno che ho staccato dal mio braccio poco prima; non faccio in tempo a maledire la mia distrazione che, con le zampe affilate raggiunge la mia caviglia. Urlante, conficco entrambe le lame del mio pugnale nel suo corpo e le estraggo tanto bruscamente da sollevarlo a mezz’aria e colpirlo nuovamente, sul fianco. Ora posso essere abbastanza sicuro che non si muoverà  più. Mi si chiudono gli occhi per un istante, ma non è ancora tempo di cedere: riaprendoli, ecco nuovamente l’immenso “elfo-ragno” chino su Tà ras, che pronuncia rabbioso qualche parola, che Tà ras riesce a capire e replicare, furibondo. Capisco solo “Traditori” delle parole che l’elfo pronuncia, ansimante e sofferente, mentre dimostrando uno sforzo eccessivo per le piccole dimensioni della sua arma, conficca la lama della spada corta nel torace nero. Non più stretto dalla morsa delle possenti zampe, Tà ras cade al suolo.
Il pericoloso elfo-ragno si sposta si un paio di metri, poi si abbatte su un fianco e si contorce in un modo che ho ormai imparato a riconoscere. Rimango in piedi per qualche istante, non sembra muoversi nient’altro all’interno della caverna. Venuto meno l’allarme, avverto di colpo il dolore di tutte le mie ferite. Riesco a muovere appena un passo verso l’enorme corpo dell’elfo-ragno, poi mi accascio al suolo. Sospinto da un misto di rabbia e necessità  di avere la certezza della morte del mostro, striscio fino a raggiungerlo e conficco a fondo il mio pugnale nel suo collo, poi mi abbandono al suolo.
Alejandro, anch’egli ferito, ci esorta a fare un ultimo sforzo e spingerci nella stanza adiacente. Aiutandomi con l’asta della mia lancia seguo a rilento i miei compagni. Un altro elfo-ragno – dalle sembianze femminili, a prima vista – ci osserva ed emette un terribile urlo. Socchiudo gli occhi: il terrore ha lasciato spazio alla rassegnazione, non ho più forza per combattere. Ma la grande creatura, impugnato un grosso pugnale, lo usa per togliersi la vita con uno squarcio verticale portato dal ventre al mento. La femmina custodiva un grosso cumulo di uova, a cui Alejandro – lamentandosi per l’ingrato compito – da’ fuoco, portando alla luce le due gemme mancanti, un particolare diadema e altri rilievi sul soffitto: gli elfi, prima cacciati via brutalmente dall’isola, hanno trovato ospitalità  dove nessuno avrebbe creduto, nell’oscurità  del sottosuolo. Le iscrizioni finivano con un’incisione a noi sin troppo familiare: “il buio fuori, la luce dentro me”.
Mi volto e, nella penombra, un bagliore attira la mia attenzione. Nonostante adesso muovermi mi costi molto, torno ai resti dell’esule sotterraneo che – scopriamo – stava solo difendendo la sua famiglia. A riflettere anche i più deboli raggi di luce, le sue affilate scimitarre. Sempre aiutandomi con l’asta della lancia, mi chino su una di esse ma, non so se a causa delle loro dimensioni o delle mie condizioni fisiche, mi accorgo di riuscire appena a sollevarla. Si tratta di un magnifico oggetto, ma resterà  lì, accanto ai resti di quello che fu il suo proprietario. Almeno, per quanto mi riguarda.

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