Shiny sun
Non scrivo da tre settimane. Questo pomeriggio ho contratto l’influenza: ho un po’ di febbre; per una tanto strana quanto immotivata associazione d’idee, ho reputato che si trattasse di una buona occasione per postare.
Ho trasferito tutto il vecchio blog su questa nuova struttura. Quella richiedeva una manutenzione piuttosto attiva e mi ha giocato un pessimo scherzo facendomi perdere tutti i commenti in blocco. Che erano la parte migliore del blog.
Su questa nuova versione non dovrebbe mai succedere, e mi permette di dedicare il tempo che posso a scrivere piuttosto che ad ordinare i post, applicare patch per migliorare la sicurezza del database e accorgimenti di questo tipo, utili per un portale ma decisamente eccessivi per un blog.
Mi connetto molto più raramente ad Internet – un “raramente” relativo, comunque, dato che riesco comunque a farlo praticamente ogni giorno, seppure solo per il tempo di dare un’occhiata a Gullilibero, ai blog dei miei amici, al forum del direttivo dell’AGI (che non si sa mai).
In seguito al mio “allontanamento” dal pc – di cui devo ringraziare (”un giorno lo farai”, dicono) i miei genitori, ho notato che si contano sulle punte delle dita le persone con cui riesco a parlare. E intendo Parlare: di persona, senza avere necessariamente qualcosa da raccontare o da chiedere, senza percepire il tempo impiegato a farlo. Il fascino e la comodità della parola scritta, pesata, studiata per causare una reazione, un’oscillazione dell’anima in chi la legge sono poco resistibili.
Da dietro uno schermo ogni parola è quella giusta, quando le parole non bastano ci pensa una canzone a parlare per te, e le foto riproducono il reale solo nella misura in cui due dimensioni dello spazio sono sufficienti a descriverne tre, e la staticità a lasciarne intuire il dinamismo.
Ho capito che, per quanto possa cercare di donarmi, di essere trasparente al prossimo, in realtà conservo sempre una gran bella porzione di fatti miei e, più o meno inconsapevolmente, la difendo gelosamente. Ed ho capito che la cosa vale anche per chi mi circonda, a maggior ragione in chi non si impegna a contrastare tale tendenza.
E mi intristisco, poi, perché questo fa tornare in mente gli “incoraggiamenti” dei miei, che mi spronano a fare qualcosa della mia vita, a lasciar perdere l’associazione e le altre cose inutili, e mi ricordano che le amicizie si perdono, spiegandomi – benevolmente (non sono ironico) – che non è questione di cattiveria, cinismo, disincanto o povertà di sentimenti; il più delle volte è una questione di tempo. Perché col tempo la vita diventa dura, e non hai più il tempo per Vivere, perché vivere ti prende tutto il tempo.
E così crolla ciò in cui si crede.
Comprendi il destino, vivi il tempo, coltiva le amicizie.
Tempo ed amicizie hanno giorni contati, e “comprendere” diventa un insoddisfacente, razionale “accettare”, dall’amaro retrogusto di rassegnazione.
Ho letto una cosa stupenda, sull’ultimo numero de l’Espresso: “Così come il sole non si lascia guardare, pena l’accecamento degli occhi, così la morte non si lascia pensare, pena l’annientamento di sè“
Chi ha avuto la pazienza di arrivare sin qui mi perdoni per i toni patetici presi dal discorso. Ora posso tornare a “preoccuparmi” delle materie all’università , delle elezioni politiche del 9 aprile, della febbre che mi farà saltare la partita di pallavolo, la palestra, speriamo non anche la partita di sabato. Mi piace muovermi, e vorrei approfittarne per migliorare il mio aspetto fisico. Sì, pure vanitoso
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marzo 23rd, 2006 at 0:18
Bentornato.