Archivio di febbraio, 2006

Brano III – Boom!

giovedì, 2 febbraio 2006 al folle orario delle 12:49
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Sono così partito insieme ai sei nani pesantemente armati ed i miei compagni d’avventura, non senza un fastidioso senso di colpa per aver tradito la fiducia di Sebastian: nonostante tutti i misteri che si porta dietro, avrei voluto almeno incontrarlo ancora una volta, per cercare di capire di chi fosse meglio fidarsi. Ma le circostanze ci hanno costretto.

Guardo il cielo: la strana luce che ci ha condotto sin qui non brilla più nel cielo.

La marcia non ha affaticato molto nessuno di noi, con l’eccezione di Kyro, affannato e infastidito dalla fatica – daltronde, me lo diceva sempre mia madre, al villaggio, che è sin troppo facile abituarsi all’ozio. I nani si muovono ordinatamente e schematicamente, in perfetta sincronia, sicuramente frutto di interminabili e noiosissimi addestramenti. Al calar del sole, con mosse misurate e rapide i nani montano un accampamento essenziale ma funzionale e presto accendono un fuoco ponendovi sopra – con evidente soddisfazione – un grosso pentolone. Alcuni tra loro evitano anche solo di scambiare parole con noi, nuovi compagni di viaggio, solo due tra loro cercano di scambiare qualche parola con noi – o meglio, con Nuin, ma accettando di parlargli in nostra presenza. Uno dei due, di nome Narà k, racconta del signore della loro fortezza – verso cui ci stiamo recando – e delle sue stranezze, forse dovute all’aver vissuto troppo a lungo nella “sopraterra”. Pare, infatti, che l’anziano regnante non solo preferisca vivere nella parte non sotterranea, ma che addirittura ami circondarsi di donne umane anziché di “barbute nane”. Nuin sembra stupito, Tà ras turbato. Kyro, invece, entusiasta: mi lancia uno sguardo di intesa quando sorrido al pensiero che tra tanti nani potrà  vedere delle belle donne.

I nani ci dicono che, per fare prima, dovremo utilizzare un passaggio sotterraneo, una vecchia miniera. L’idea non mi piace affatto, ma se è già  difficile convincere il solo Nuin a cambiare idee, alla presenza di sette nani mi arrendo quasi subito all’idea di entrare nuovamente in angusti ambienti privi di luce.
Nonostante i turni di guardia rigorosamente tenuti dai nani, Tà ras ci comunica l’intenzione di restare sveglio, e io suggerisco a Kyro di dargli il cambio, dato che ha gi� ben avuto modo di riposarsi al villaggio, dove spadroneggiava.

Il resto del viaggio prosegue senza troppe sorprese e, dopo qualche giorno, ci fermiamo davanti ad un grosso portale. I nani distruggono il carro che trainavano a turno con le loro armi sputafuoco e calano una maschera metallica sul loro viso, reso così protetto ed ancora più minaccioso. Il portale reca un’incisione: “osservate la legge di Morghot. Bussate ed aspettate…”. Questa sembra lasciare spiazzati i nani, che esitano sul da farsi. Colgo allora l’occasione per proporre nuovamente di intraprendere una via alternativa ma, esclusa questa possibilità  da Narak, è Nuin a sbloccare la situazione, andando a bussare alla porta con la sua solita fermezza.

Bussa, ed attende. Ma nulla accade.Ruota allora le due maniglie, nel tentativo di aprire. Apre, in effetti: la porta, ed una voragine sotto i nostri piedi. Riesco ad aggrapparmi al bordo della voragine, per mia fortuna: scrutando il fondo, noto che è disseminato di letali punte metalliche. A parte Tà ras che, come me, è riuscito ad aggrapparsi, tutti gli altri sono caduti sul fondo, avendo almeno la “fortuna” di cadere su altri cadaveri e non finire trafitti.

Già  scossi per la trappola all’ingresso, i nani sussultano nuovamente entrando nella miniera: segni di artigli e denti su cadaveri sparsi ovunque. “Pelleverde!”, esclama uno dei guerrieri nanici. Neanche il tempo di finire la frase, che un gruppo di esseri molto piccoli con artigli e denti appuntiti e lunghi ci assale. I nani, fino ad allora sempre rigorosamente in formazione, agiscono scompostamente. Uno di essi cade, sbilanciato dall’assalto di alcuni dei mostriciattoli ed un suo compagno, nel tentativo di colpire uno dei pelleverde, gli fracassa il cranio con una poderosa mazzata. Sorte simile stava per toccare a Tà ras nel momento in cui, caduto a terra, viene ferito sulle sopracciglia con un fendente impreciso di Kyro.
Quando riusciamo, infine, a sbarazzarci di questi “pelleverde” ci avviciniamo ai cadaveri dei malcapitati passati qui prima di noi: si trattava di uomini armati e con le insegne di Sygmar. Sono sei, e tutti stringono il pugno della mano destra. Nuin rinviene in ognuno dei pugni una statuetta, che riconosco appartenere al gioco che facevano gli anziani del mio villaggio, gli scacchi.
Se solo avessi mai chiesto come si gioca, magari quei pezzi potrebbero avere un significato.

Dopo aver (incredibile a dirsi) rassicurato i nani, scossi per la perdita del loro compagno, Tà ras si pone alla guida del gruppo. Seguendolo, giungiamo in una stanza dove una figura barcollante si avvicina a noi, mentre un’altra sembra restare immobile, come seduta a terra. Qualche attimo di esitazione, per poi capire che le sue intenzioni sono tutto fuorché amichevoli.
Estraggo due pugnali tra quelli sottratti al cadavere di Akhari Vurdalak, l’attentatore di Sebastian. Scaglio il primo, che si conficca tra gli occhi dell’uomo (o quello che sembra un uomo semidecomposto), che continua ad avanzare. Lancio il secondo, e mi pento immediatamente di aver lanciato: non solo non ho colpito il bersaglio, ma il pugnale si ferma solo dopo essersi conficcato nella spalla di Tà ras.
Nuin pensa a spazzare (ma forse sarebbe più corretto dire “spezzare”) via il nostro nemico, ed io mi avvicino a Tà ras, dolorante. Sembra preoccuparsi ancora di più quando viene a sapere dove ho preso il pugnale che l’ha colpito. Senza dire altro si rialza e, cercando di mantenersi stabile sui piedi, ci dice di continuare. Mi offro di stare davanti al gruppo.

Percorso l’ennesimo corridoio, giungiamo in una stanza dove si stava giocando una macabra partita a carte: tre di quei mostriciattoli sfidavano la sorte con altrettanti cadaveri posti a sedere al tavolo. Non appena si accorgono di noi, due di essi saltano giù dalle sedie mentre uno salta sul tavolo, estraendo una rudimentale balestra. Impugno il pugnale a due lame e mi avvento su quest’ultimo, per evitare che da lontano possa colpire Tà ras, ferito gravemente anche a causa mia. Anche gli altri due sono presto sistemati dal resto del gruppo.

Proseguendo, mi scanso appena in tempo: dei macigni si schiantano a terra, attorno a me. Uno dei nani è colpito in pieno e, nonostante io, Kyro e Nuin riusciamo a scostare il masso e Tà ras abbia tentato di assisterlo, per lui non c’è nulla da fare. Un nuovo incontro ci attende: attorniato da un folto gruppo dei “soliti” pelleverdi piccoli, eccone uno decisamente più grande e grosso. A quanto sento dai nani, si tratterebbe di un orco, come quelli di cui raccontavano le leggende al villaggio. Non si trattava solo di favole, eccone uno lì, e presto lo affronterò, come gli eroi delle leggende.
Finisco di sognare – e di infilzare un paio “di quelli piccoli” che si gettano su di noi – all’urlo “Giù” di Narak il nano. Mi volto appena, quanto basta per vedermi puntati alle spalle tre bocche di fuoco. Mi tuffo a terra e quando riapro gli occhi l’orco, come fosse stato davvero una leggenda, è svanito in una nuvola di fumo (che puzza di carne bruciata).

Un’altra porta. Da dietro, sento uno strano rumore, come un sommesso ruggito… ritmico, però. Mi viene in mente un’idea di cosa potesse trattarsi, ma non voglio sperarci troppo (dato il boato provocato dalle bocche di fuoco). Chiedo agli altri di aspettare e fare silenzio e avanzo, il più cautamente possibile, lungo il corridoio. Mi accorgo appena di avere Tà ras con me, mi ha seguito ben più silenziosamente di quanto non sia capace io. In fondo al corridoio, due grossi piedi sporgono. Quando ci affacciamo, notiamo un grosso orco che dorme su un tavolo. Uno sguardo, e le nostre frecce sono già  incoccate, e subito nel suo collo. Si sveglia (questo non l’avevamo previsto!) e si alza, incredulo, smarrito eppur maestoso. Mi ferisce, ma ormai è in gravi condizioni e in poco tempo lo neutralizziamo.

Nella stanza in cui ci troviamo adesso vediamo una semplice scrivania, e a terra delle tracce insanguinate spariscono sotto una libreria – che evidentemente, nasconde un passaggio. Mentre io e Kyro cerchiamo il modo per aprirlo, Nuin va a controllare il contenuto dei cassetti, rinvenendo un diario.
Le pagine che attirano l’attenzione del nano sono quelle riguardanti la ribellione degli schiavi della miniera al precedente padrone, che già  da tempo teme possa essere guidata da un tale Morghot. Le ultime parole del diario recitano, appunto: “bisogna uccidere Morghot”.

Scoperto il meccanismo d’apertura del passaggio nella libreria, il percorso prosegue a lungo in discesa. La temperatura aumenta in modo preoccupante fin quando non ci troviamo su un corridoio in pietra che fa da ponte su una distesa di fuoco. Sul finire, il corridoio si allarga in una piattaforma dalla forma circolare e larga più o meno dodici passi. Un trono, al centro, su cui è seduto un enorme essere dalle braccia lunghissime, sproporzionate rispetto al resto del corpo. C’era anche un piccolo pelleverde, ma nessuno di noi sembrava aver intenzione di badare a quello adesso, nemmeno quando – poverino! – per attirare la nostra attenzione esegue un perfetto tuffo nel lago infuocato.

“Morghot?” dico, incredulo, e il mostro educatamente si alza al mio invito, correndo verso di noi per “accoglierci”. Non so dove ho trovato il coraggio per non scappare via – forse mi è stato dato dalla consapevolezza di avere il corridoio alle mie spalle ostruito da un uomo, un elfo e SOPRATTUTTO sei nani – così ho puntato i piedi al terreno e la lancia contro Sua Mostruosit� (non più) In Trono. Per un momento
spero di averlo ucciso, avendolo trapassato da parte a parte, ma sembra più infastidito che realmente dolorante. Il suo corpo sembra non soffrire dei tagli e delle perforazioni che gli procuriamo con le nostre armi, in quanto subito si rimarginano. Quasi a dimostrazione di ciò, non trovando di meglio lì attorno, ci stupisce strappandosi da solo un braccio, brandendolo con l’altro come fosse un enorme clava.
All’urlo “giù” le bocche metalliche che i nani chiamano “archibugi” sputano fuoco nuovamente. Ora il nostro nemico ha un grosso buco in pieno ventre, e questo non sembra rimarginarsi. “Benissimo”, penso, “basterà  che lo colpiscano ancora con quegli affari”.

Mi volto, e subito quest’altra mia speranza si rivela illusoria: i nani lamentano infatti di aver finito la polvere nera necessaria a creare il fuoco. Annuso l’aria, e al sentir nominare “polvere nera”, penso al sacchetto che ne ho raccolto da Akhari, insieme ai pugnali, e lo lancio ai nani con gli archibugi.
Dopo aver “tenuto a bada” questo enorme pelleverde per il tempo necessario a ricaricare l’arma, di nuovo un avviso ci fa scostare, ma stavolta il boato è di violenza molto maggiore. Il pelleverde ha un altro buco addosso, ma nell’esplosione uno degli archibugieri ci ha rimesso la vita. Kyro, all’improvviso, si avventa con rabbia contro il nemico ma, non riuscendo a coglierlo di sorpresa – e procedendo di certo a passi non mirati – sembra destinato a cadere nel lago infuocato. In un atto di disperazione s’è aggrappato al braccio strappato che il mostro usa come arma, salvandosi da morte certa.
Narak estrae quello che sembra un piccolo archibugio, si avvicina al pelleverde e, pronunciata qualche strana parola (forse propiziatoria?), anche la sua arma produce fumo, fiamme e rumore. Finalmente, Morghot barcolla all’indietro e, sbilanciandosi, crolla nella distesa infuocata, sparendo tra le fiamme.

Brano III – Il Rosso Sovrano

giovedì, 2 febbraio 2006 al folle orario delle 12:45
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Il faraglione su cui ci troviamo è piuttosto alto e scosceso, la nuda roccia corre verticale in una parete, fin sotto il livello dell’acqua. Dopo lo sgomento per l’accaduto e la gioia per esserne usciti illesi, si fa strada un nuovo timore: come fare per guadagnare la riva, distante una quarantina di passi. Mi guardo attorno, in cerca di qualche appiglio per scendere alla base del faraglione, poi vedo alzarsi in volo il corvo dalle spalle di Tà ras.

“Il corvo ci lascia di già ?” chiedo, e l’elfo mi dice che ha affidato un messaggio al rosso pennuto, da consegnare al vicino villaggio. Questo mi fa molto impensierire, ricordando la reazione di paura che ebbero gli abitanti vedendo noi quattro, che di certo non saremo un gruppo usuale o rassicurante, ma almeno non sembriamo la miniatura di un Dio che molti ormai hanno smesso di venerare!
Dopo qualche tempo, vediamo un gruppo di uomini raggiungere la riva del lago a passi svelti. Quando ci notano, da lontano, qualcuno corre via, qualcuno addirittura sviene, altri ancora sembrano esultare e inneggiare a noi. Chiediamo un’imbarcazione, ma ne sono sprovvisti; uno di loro ci chiede allora se disponiamo di corde, consigliandoci di legarle tra loro e lanciarne un capo a riva con una freccia, cosicchè lui possa assicurarla ad un appiglio.

Lego una delle mie frecce ad un capo della lunga corda che otteniamo legando le nostre, e scocco verso la riva, dopo aver legato l’altro capo della corda ad uno spuntone di roccia; quest’arco bianco è molto più rigido di quanto l’aspetto sottile non lasci immaginare.
Adesso abbiamo una corda sospesa dalla punta del faraglione alla riva. Sono stato io stesso ad assicurare la corda alle rocce, mi sembra giusto che sia io a testare l’affidabilità  dei nodi, offrendomi di attraversare per primo. Abbandonato il pesante spadone, passo l’impugnatura della lancia sulla corda, trattengo il fiato, stringo il medaglione di Sygmar e, dopo essermi aggrappato alla lancia il più saldamente possibile, mi lascio scivolare.
Tutto sembra funzionare, fortunatamente, e mi lascio andare un po’ prima del dovuto, bagnando i miei vestiti fino alle ginocchia. Subito gli uomini mi coprono di domande, ma li interrompo, invitandoli ad aspettare che anche gli altri riescano a scendere. Kyro è il secondo ad effettuare la discesa, e si getta lasciandosi scivolare sulle mani protette da guanti ferrati, incurante del rischio di danneggiare la corda. In cima adesso vedo Nuin privarsi dei suoi pesanti equipaggiamenti e riporli nel suo sacco e in quello di Tà ras. Rimasto con la sola barba a coprire (in modo più che sufficiente) il torso, avvolge la corda con la maglia sottocotta e si lascia scivolare tra gli scricchiolìi ed i primi segni di cedimento della corda. Tà ras, dunque, lascia scivolare giù il fagotto con gli equipaggiamenti, dopodichè si lascia scivolare con naturalezza, usando l’elsa in cuoio della sua spada.

Quando anche il corvo ci raggiunge, andandosi a posare sulla spalla di Tà ras, gli uomini del villaggio si prostrano in timorosa adorazione. Dobbiamo insistere perché ci stiino ad ascoltare e non ad adorarci come dei. L’uomo che ci ha suggerito di usare le corde è nuovamente il primo a rivolgerci la parola, col suo strano intercalare di “Eh!”. Si presenta con il nome di Ramen e ci invita a recarci al villaggio. Stanchi come siamo, accettiamo di buon grado, nella prospettiva di potere finalmente riposare un po’; ma prima informiamo gli abitanti della dipartita del conte e del sacrificio di Raki.

Entrati nel villaggio, non noto più il campanile del tempio di Sygmar; poco dopo apprendo che è crollato, contemporaneamente al castello.
Raccomando a Ramen e tutti i presenti di rinnovare la fede nel dio Rowen, perché possa esaudire al più presto il desiderio – che ho espresso – di riportare la normalità  e la prosperità  in quella terra. Tutti continuano ad inneggiare a noi e a riservarci svariate riverenze, ed in particolare chiamano “Signore” Tà ras. Ramen ci spiega allora che, secondo le antiche tradizioni del villaggio, il governatore del villaggio era scelto dai sacerdoti di Rowen a palazzo e che, mancando i sacerdoti, la volontà  di Rowen si sta ora manifestando con la presenza di quel corvo dall’inequivocabile piumaggio rosso e, dato che si trova sulla spalla di Tà ras, deve essere necessariamente quest’ultimo il prescelto. Tà ras rifiuta di accettare l’anello che distingue il governatore e lo affida al becco del corvo, affidando ad esso la scelta. Ma il corvo lascia cadere l’anello proprio in mezzo a noi, a rafforzare le convinzioni dei villici.
Ramen raccoglie nuovamente l’anello e si avvicina timidamente al corvo. Con estrema lentezza ed attenzione infila l’anello nella zampetta del corvo. Il piccolo ornamento immediatamente si rimpicciolisce, adattandosi perfettamente alla zampetta. Decidiamo di fermarci nel villaggio per qualche giorno, per riposarci, decidere su come comportarci circa la questione del governatore per il villaggio e aiutare gli abitanti del villaggio a ristabilire la normalità  di cui da anni ormai dovevano fare a meno, costretti a stare rifugiati e nascosti.

Finalmente ci è viene indicata una casa dove poter passare la notte, che passa tranquilla, credo; perlomeno il mio sonno non è stato affatto disturbato, nemmeno dal proverbiale russare nanico.
Nei giorni successivi ci siamo divisi i compiti: Tà ras individua le zone dove la terra è più fertile, Nuin lavora alla forgia di attrezzi ed armi, io addestro gli abitanti al combattimento con bastoni e lance ed al tiro con l’arco, e Kyro, infine, ha mangiato come dieci degli abitanti, in modo di abituarli ad una sana sovraproduzione che, di certo, tornerà  loro utile in periodi meno fortunati.
Io e Tà ras ci siamo recati anche dove prima sorgeva il castello, nella speranza di ritrovare le scorte di cibo delle dispense, ma sono rimaste solo pietre dell’enorme costruzione. Una mattina Ramen, sorridente, ci conduce in piazza dove alcuni uomini stanno scolpendo delle statue con le nostre fattezze. Trovo la situazione sicuramente lusinghiera, ma molto imbarazzante. Un rumore secco rompe la serenità : sentiamo bussare con decisione alle porte del villaggio, ed un vocione urlare: “APRITE!”.

Nuin sussulta a sentire la voce, poi si reca alle porte e apre: vediamo un gruppo di sei robusti nani pesantemente armati. Dichiarano di essere li per la testa del conte, e sono increduli quando Nuin dice loro che noi stessi l’abbiamo ucciso. Uno dei nani mi guarda con un’espressione mista di compassione e disprezzo, dicendo: “mi spiace per te, il tuo sangue è sporco!” Mi guardo addosso, preoccupato: eppure pensavo di essermi lavato bene e, ad una prima occhiata, non vedo affatto tracce di sangue sul mio corpo. “Forse è un loro modo di dire – strana gente!” penso, e scrollo le spalle. Vedo che tutti i nuovi arrivati guardano minacciosamente Tà ras, bofonchiando qualche parola in una lingua che non comprendo. Non credo, ad ogni modo, che ne stiano tessendo le lodi.

Per un po’ si ritirano in disparte con Nuin, dopodiché escono dal villaggio, appostandosi fuori. Nuin ci informa allora che i nani ci hanno chiesto di portare il sigillo presso il loro regno, dove sarà  al sicuro dalle mire delle casate che se lo contendono, dal momento che Dimitri Sabbonis era a capo solo della più debole tra esse, e la più potente mira a riunire tutti i cinque nelle proprie mani.
Mi irrito molto, pensando alla raccomandazione principale di Sebastian, quella di mantenere assoluto riserbo sulla nostra missione e di consegnare i sigilli solo a lui. Per me, i nani (e le loro intenzioni) sono sconosciuti tanto quanto Sebastian, che però ha combattuto al nostro fianco, in passato.
Dato che ho costruito la fiducia nei miei compagni di viaggio battaglia dopo battaglia, mi sembra un motivo sufficiente a difendere l’impegno preso con lui. Mi piego, però, alla volontà  dei miei compagni: Nuin si fida ciecamente dei “fratelli nani”, Tà ras si fida di più del legame di sangue che c’è tra i nani che di un elfo di cui non sappiamo niente – a questa sua osservazione, ripenso alle stranezze di Sebastian, che anch’io avevo notato – e a Kyro sta bene seguire i nani, “purché non pretendano che si divida con loro il BOTTINO”.

Il sole è ormai alto, e sentiamo provenire da fuori il vocione dei nani: Nuin s’è dimenticato di avvisarci che, se non avessimo acconsentito entro mezzogiorno a seguirli, avremmo dovuto affrontarli, perché avrebbero attaccato noi ed il villaggio. Corre – come solo un nano può correre – ad avvisarli che abbiamo deciso di seguirli, con la condizione – pretesa, a buona ragione, da Tà ras – di trattare tutto noi come amici ed ospiti di un nano.
Tà ras delega il meno anziano del villaggio a fare da vicario del sovrano, supportato da Ramen, che s’è dimostrato saggio ed accorto. Gli abitanti ci strappano la promessa di un ritorno in quella terra, che spero di poter mantenere.