Brano III – Il Rosso Sovrano
Il faraglione su cui ci troviamo è piuttosto alto e scosceso, la nuda roccia corre verticale in una parete, fin sotto il livello dell’acqua. Dopo lo sgomento per l’accaduto e la gioia per esserne usciti illesi, si fa strada un nuovo timore: come fare per guadagnare la riva, distante una quarantina di passi. Mi guardo attorno, in cerca di qualche appiglio per scendere alla base del faraglione, poi vedo alzarsi in volo il corvo dalle spalle di Tà ras.
“Il corvo ci lascia di già ?” chiedo, e l’elfo mi dice che ha affidato un messaggio al rosso pennuto, da consegnare al vicino villaggio. Questo mi fa molto impensierire, ricordando la reazione di paura che ebbero gli abitanti vedendo noi quattro, che di certo non saremo un gruppo usuale o rassicurante, ma almeno non sembriamo la miniatura di un Dio che molti ormai hanno smesso di venerare!
Dopo qualche tempo, vediamo un gruppo di uomini raggiungere la riva del lago a passi svelti. Quando ci notano, da lontano, qualcuno corre via, qualcuno addirittura sviene, altri ancora sembrano esultare e inneggiare a noi. Chiediamo un’imbarcazione, ma ne sono sprovvisti; uno di loro ci chiede allora se disponiamo di corde, consigliandoci di legarle tra loro e lanciarne un capo a riva con una freccia, cosicchè lui possa assicurarla ad un appiglio.
Lego una delle mie frecce ad un capo della lunga corda che otteniamo legando le nostre, e scocco verso la riva, dopo aver legato l’altro capo della corda ad uno spuntone di roccia; quest’arco bianco è molto più rigido di quanto l’aspetto sottile non lasci immaginare.
Adesso abbiamo una corda sospesa dalla punta del faraglione alla riva. Sono stato io stesso ad assicurare la corda alle rocce, mi sembra giusto che sia io a testare l’affidabilità dei nodi, offrendomi di attraversare per primo. Abbandonato il pesante spadone, passo l’impugnatura della lancia sulla corda, trattengo il fiato, stringo il medaglione di Sygmar e, dopo essermi aggrappato alla lancia il più saldamente possibile, mi lascio scivolare.
Tutto sembra funzionare, fortunatamente, e mi lascio andare un po’ prima del dovuto, bagnando i miei vestiti fino alle ginocchia. Subito gli uomini mi coprono di domande, ma li interrompo, invitandoli ad aspettare che anche gli altri riescano a scendere. Kyro è il secondo ad effettuare la discesa, e si getta lasciandosi scivolare sulle mani protette da guanti ferrati, incurante del rischio di danneggiare la corda. In cima adesso vedo Nuin privarsi dei suoi pesanti equipaggiamenti e riporli nel suo sacco e in quello di Tà ras. Rimasto con la sola barba a coprire (in modo più che sufficiente) il torso, avvolge la corda con la maglia sottocotta e si lascia scivolare tra gli scricchiolìi ed i primi segni di cedimento della corda. Tà ras, dunque, lascia scivolare giù il fagotto con gli equipaggiamenti, dopodichè si lascia scivolare con naturalezza, usando l’elsa in cuoio della sua spada.
Quando anche il corvo ci raggiunge, andandosi a posare sulla spalla di Tà ras, gli uomini del villaggio si prostrano in timorosa adorazione. Dobbiamo insistere perché ci stiino ad ascoltare e non ad adorarci come dei. L’uomo che ci ha suggerito di usare le corde è nuovamente il primo a rivolgerci la parola, col suo strano intercalare di “Eh!”. Si presenta con il nome di Ramen e ci invita a recarci al villaggio. Stanchi come siamo, accettiamo di buon grado, nella prospettiva di potere finalmente riposare un po’; ma prima informiamo gli abitanti della dipartita del conte e del sacrificio di Raki.
Entrati nel villaggio, non noto più il campanile del tempio di Sygmar; poco dopo apprendo che è crollato, contemporaneamente al castello.
Raccomando a Ramen e tutti i presenti di rinnovare la fede nel dio Rowen, perché possa esaudire al più presto il desiderio – che ho espresso – di riportare la normalità e la prosperità in quella terra. Tutti continuano ad inneggiare a noi e a riservarci svariate riverenze, ed in particolare chiamano “Signore” Tà ras. Ramen ci spiega allora che, secondo le antiche tradizioni del villaggio, il governatore del villaggio era scelto dai sacerdoti di Rowen a palazzo e che, mancando i sacerdoti, la volontà di Rowen si sta ora manifestando con la presenza di quel corvo dall’inequivocabile piumaggio rosso e, dato che si trova sulla spalla di Tà ras, deve essere necessariamente quest’ultimo il prescelto. Tà ras rifiuta di accettare l’anello che distingue il governatore e lo affida al becco del corvo, affidando ad esso la scelta. Ma il corvo lascia cadere l’anello proprio in mezzo a noi, a rafforzare le convinzioni dei villici.
Ramen raccoglie nuovamente l’anello e si avvicina timidamente al corvo. Con estrema lentezza ed attenzione infila l’anello nella zampetta del corvo. Il piccolo ornamento immediatamente si rimpicciolisce, adattandosi perfettamente alla zampetta. Decidiamo di fermarci nel villaggio per qualche giorno, per riposarci, decidere su come comportarci circa la questione del governatore per il villaggio e aiutare gli abitanti del villaggio a ristabilire la normalità di cui da anni ormai dovevano fare a meno, costretti a stare rifugiati e nascosti.
Finalmente ci è viene indicata una casa dove poter passare la notte, che passa tranquilla, credo; perlomeno il mio sonno non è stato affatto disturbato, nemmeno dal proverbiale russare nanico.
Nei giorni successivi ci siamo divisi i compiti: Tà ras individua le zone dove la terra è più fertile, Nuin lavora alla forgia di attrezzi ed armi, io addestro gli abitanti al combattimento con bastoni e lance ed al tiro con l’arco, e Kyro, infine, ha mangiato come dieci degli abitanti, in modo di abituarli ad una sana sovraproduzione che, di certo, tornerà loro utile in periodi meno fortunati.
Io e Tà ras ci siamo recati anche dove prima sorgeva il castello, nella speranza di ritrovare le scorte di cibo delle dispense, ma sono rimaste solo pietre dell’enorme costruzione. Una mattina Ramen, sorridente, ci conduce in piazza dove alcuni uomini stanno scolpendo delle statue con le nostre fattezze. Trovo la situazione sicuramente lusinghiera, ma molto imbarazzante. Un rumore secco rompe la serenità : sentiamo bussare con decisione alle porte del villaggio, ed un vocione urlare: “APRITE!”.
Nuin sussulta a sentire la voce, poi si reca alle porte e apre: vediamo un gruppo di sei robusti nani pesantemente armati. Dichiarano di essere li per la testa del conte, e sono increduli quando Nuin dice loro che noi stessi l’abbiamo ucciso. Uno dei nani mi guarda con un’espressione mista di compassione e disprezzo, dicendo: “mi spiace per te, il tuo sangue è sporco!” Mi guardo addosso, preoccupato: eppure pensavo di essermi lavato bene e, ad una prima occhiata, non vedo affatto tracce di sangue sul mio corpo. “Forse è un loro modo di dire – strana gente!” penso, e scrollo le spalle. Vedo che tutti i nuovi arrivati guardano minacciosamente Tà ras, bofonchiando qualche parola in una lingua che non comprendo. Non credo, ad ogni modo, che ne stiano tessendo le lodi.
Per un po’ si ritirano in disparte con Nuin, dopodiché escono dal villaggio, appostandosi fuori. Nuin ci informa allora che i nani ci hanno chiesto di portare il sigillo presso il loro regno, dove sarà al sicuro dalle mire delle casate che se lo contendono, dal momento che Dimitri Sabbonis era a capo solo della più debole tra esse, e la più potente mira a riunire tutti i cinque nelle proprie mani.
Mi irrito molto, pensando alla raccomandazione principale di Sebastian, quella di mantenere assoluto riserbo sulla nostra missione e di consegnare i sigilli solo a lui. Per me, i nani (e le loro intenzioni) sono sconosciuti tanto quanto Sebastian, che però ha combattuto al nostro fianco, in passato.
Dato che ho costruito la fiducia nei miei compagni di viaggio battaglia dopo battaglia, mi sembra un motivo sufficiente a difendere l’impegno preso con lui. Mi piego, però, alla volontà dei miei compagni: Nuin si fida ciecamente dei “fratelli nani”, Tà ras si fida di più del legame di sangue che c’è tra i nani che di un elfo di cui non sappiamo niente – a questa sua osservazione, ripenso alle stranezze di Sebastian, che anch’io avevo notato – e a Kyro sta bene seguire i nani, “purché non pretendano che si divida con loro il BOTTINO”.
Il sole è ormai alto, e sentiamo provenire da fuori il vocione dei nani: Nuin s’è dimenticato di avvisarci che, se non avessimo acconsentito entro mezzogiorno a seguirli, avremmo dovuto affrontarli, perché avrebbero attaccato noi ed il villaggio. Corre – come solo un nano può correre – ad avvisarli che abbiamo deciso di seguirli, con la condizione – pretesa, a buona ragione, da Tà ras – di trattare tutto noi come amici ed ospiti di un nano.
Tà ras delega il meno anziano del villaggio a fare da vicario del sovrano, supportato da Ramen, che s’è dimostrato saggio ed accorto. Gli abitanti ci strappano la promessa di un ritorno in quella terra, che spero di poter mantenere.

