Archivio di gennaio, 2006

Barzelletta

venerdì, 13 gennaio 2006 al folle orario delle 16:56
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Ieri c’era la riunione dell’AGI, ahahahah :D Non ci sono andato, in effetti non so nemmeno se c’è stata.
Avrei dovuto anche portare le tessere ed il registro dei soci, ma non l’ho fatto. Nè l’ho fatto oggi.

Stasera c’era anche riunione del Coordinamento. Non solo non sono andato, ma ho anche dimenticato di avvisare gli altri. Non so cosa rispondere alla proposta via sms di Cesare di convocare la riunione del direttivo, dal momento che è estremamente improbabile che vi prenda parte.

Ho riguardato il sito, è fermo dal 28 dicembre, necessiterebbe diverse correzioni e aggiunte, oltre che aggiornamenti. Giace lì immutato, ospitato ancora per un mesetto sui server di Aruba, non di più se non ricorderò di rinnovare il contratto per quest’anno.

Non posso certo pensare alle sciocchezze dell’Associazione, ho delle priorità  la mia realizzazione, il mio futuro professionale, la mia carriera.

AHAHAHHAHHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHHAHAH :D :D :D :D

L’avete capita?

Non è che me la spieghereste?

Brano II – In esplorazione

venerdì, 13 gennaio 2006 al folle orario delle 12:40
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Un veloce scambio di sguardi tra me e Tà ras, e subito cominciamo a mettere a soqquadro l’armeria, in cerca di un passaggio celato. Dopo aver perquisito l’ambiente, mi arrendo all’idea che le Tenebre Alate avranno un metodo tutto loro per aprire le botole dall’esterno. Non abbiamo ancora capito come guadagnare l’accesso al corpo centrale del castello, non rimane che esplorare il più possibile. Un edificio, nel cortile interno, ha la porta spalancata. Entriamo, sembra essere una camerata ormai deserta. Io e Nuin notiamo una piccola armeria da cui proviene un curioso odore di spezie. Dopo una breve quanto infruttuosa ricerca, raggiungiamo Kyro e Tà ras al piano di sopra, dove vediamo quattro porte. Ognuno di noi ne apre una. Sembra che ci troviamo in stanze di ufficiali. Trovo un mantello nero ed alcuni vestiti dai tessuti abbastanza pregiati nell’armadio. Alcune pergamene con delle annotazioni, sulla scrivania, riportano tentativi di ribellione puniti, ordini ricevuti e dati. Prendo con me le carte, per mostrarle ai miei compagni. Anche Nuin ha preso qualcosa da mostrarci: un mantello veramente enorme che, ripiegato su se stesso, assumeva uno spessore pari all’altezza del suo busto. Usciti da questo edificio, entriamo in un altro. La visione che ci si para dinnanzi ci lascia attoniti: carni, salumi e formaggi d’ogni tipo, pane ancora fresco, erbe aromatiche ed un barile, nella camera adiacente, che non manca di attirare le attenzioni di Nuin, che vi si fionda accanto, prosciutto alla mano. Io riconosco l’odore della carne di cervo, e ne mangio una porzione essiccata ad arte. Su invito del nano festoso, bevo un sorso del liquore contenuto nel barile, birra. Non mi ha fatto impazzire il suo gusto aspro, ma ho mandato giù, come si conviene ad un guerriero assetato! Sufficientemente sazii, ci ricordiamo di non essere esattamente in vacanza, e ci poniamo nuovamente il problema dell’accesso al corpo centrale del castello. Ho pensato che l’enorme portone in legno forse era troppo robusto per essere buttato giù, ma non avrebbe resistito al fuoco. Rivolgo allora il mio sguardo al mucchio di legna da ardere contenuto nella stanza del barile, accanto ad un forno. Mi avvicino al legname, ed avverto un terribile tanfo, che subito ricollego a quello sentito alla fossa comune di Mordehim. Vedo Kyro e Nuin assumere un colorito verdognolo e voltarsi di scatto, per poi vomitare convulsamente, quando giungono dove la puzza è più intensa. Spostiamo il legname, temendo già  cosa possa nascondere, ma non troviamo nulla. Apro, allora, il portello del forno, ed un’ulteriore intensissima zaffata ci investe. Tà ras accende una torcia a rischiarare il buio all’interno di quello che, più che un forno, riconosciamo essere un passaggio. Un cunicolo, reso macabro dalla presenza di decine di cadaveri bruciati, scheletri con brandelli di carne straziata ancora addosso. Presagisco quale sarà , nostro malgrado, la cosa da fare e copro con un panno naso e bocca, per quel che possa servire. Difatti poco dopo ci infiliamo uno ad uno, Tà ras in testa, nel ripido cunicolo e, cercando di non pensare a quali sono gli appigli con cui ci aiutiamo durante la scalata, giungiamo alla sua fine. Ci troviamo in un edificio in pietra. Tà ras prende la guida del gruppo e apre una porta. Entriamo in una stanza in cui, oltre le “solite” porte in legno, ne vediamo una in pietra. Provando a spingerla, ruota su se stessa e, una volta perpendicolare alla parete, permette il passaggio. Ci troviamo adesso in un grande salone con un lungo tavolo. Al centro, un grosso camino, con sopra esposto un vecchio scudo arrugginito. Sulla tavola, due candelabri dorati ed uno nero. Grandi arazzi adornano (o almeno, credo che questo fosse l’intento iniziale) la sala: un uomo, la cui figura imponente e minacciosa ci fa dedurre che si tratti del Conte Dimitri, ed una donna molto bella, dai lunghi capelli. Seguendo Tà ras, usciamo dal salone; ci troviamo ora in un corridoio non particolarmente largo, nè lungo. Ancora una porta da scegliere: Tà ras stavolta esita, sono io a ruotare la maniglia della porta. Un tonfo, anzi tre, all’unisono: anche stavolta ne ho combinato una delle mie! I miei compagni sembrano non avercela con me, si sono resi conto che non potevo certo immaginare che, al ruotare della maniglia, sarebbe mancato loro il pavimento sotto i piedi. Li aiuto a risalire, almeno, per come posso, calando loro la mia corda. Nella stanza ci colpisce subito la presenza di una statua particolare, posta vicino alla torretta con la scalinata: raffigura infatti un corvo nella parte superiore e le gambe di un uomo. Le due parti non combaciano perfettamente; in effetti non sono nemmeno saldate. Provo, infatti, a sollevare la parte superiore della statua, che viene via facilmente, essendo semplicemente impilata sulla parte inferiore attraverso un piolo. Tà ras si avvia lungo le scale, ci troviamo adesso in un altro corridoio, con molte porte lungo le pareti. Tesi, ci prepariamo ad irrompere nelle altre stanze, quando sentiamo provenire da una delle porte un certo vocìo. L’elfo si avvicina, a passi leggeri, ascoltando: due voci preoccupate per il trambusto accaduto al castello, una delle quali chiaramente distinguibile come femminile. Tà ras bussa con fermezza alla porta, le voci si ammutoliscono. Proviamo ad aprire la porta, ma qualcosa la blocca. Ci rendiamo conto che le persone dentro quella stanza sono spaventate almeno quanto noi, per cui cerchiamo di convincerle delle nostre buone intenzioni. Dopo un po’, un gran trambusto ci fa capire che il mobile posto ad ostacolare la porta era stato spostato. Apriamo la porta, e come sempre Tà ras si avvia per primo. All’interno, una donna dai lunghi capelli bruni ed i lineamenti non dissimili da quelli visti nell’arazzo del salone di Dimitri. L’elfo si avvicina, a passi mirati, alla donna ma, improvvisamente qualcosa lo colpisce alla nuca, facendolo stramazzare al suolo! Da dietro l’angolo una corpulenta figura (impiego qualche secondo a capire che si tratti di una donna) esce allo scoperto, armata di padella e matterello. Ci rivolge alcune minacce, poi sviene impaurita dalle nostre armi (forse). Fortunatamente Tà ras riprende subito conoscenza. Si alza e, stizzito, si allontana dalla donnona. Nuin, solitamente molto burbero e riservato, si fa ora avanti sfoggiando un nanico, raggiante sorriso e chiede speranzoso: “Sei tu a fare quei prosciutti?”. La cuoca, Ester, risponde di sì, un po’ spiazzata dall’improvvisa domanda. Tuttavia lo strano approccio del nano serve a mettere in qualche modo a proprio agio la donna da cui, sebbene eviti palesemente di nominare il conte, riusciamo a carpire qualche informazione sul castello. L’altra donna, decisamente più aggraziata e dalle proporzioni armoniose (sebbene sembri veramente minuscola, accanto ad Ester) non riesce a completare una sola frase; se prima era terrorizzata dalla nostra comparsa, ora lo è per via delle nostre domande sul conte. Dalle parole che timidamente balbetta si riesce a capire che è una governante. Le chiedo della statua del corvo, e il panico s’impossessa nuovamente di lei, ci parla di quattro statue, di corvi che emettono un bagliore rosso dagli occhi, della statua di un uomo che non deve mai spolverare, per evitare il rischio di ruotargli le mani. Questo ci fa capire che le statue vanno ricomposte, a formare le figure originali, poiché sicuramente celano qualcosa di importante per il conte. Torniamo allora al piano inferiore. Percorrendo il corridoio lungo la parete, su quel che rimane ormai del pavimento, apriamo la porta antistante, trovando oltre la statua “opposta” a quella vista prima: zampe di corvo, busto d’uomo. Scorporo anche questa statua e, troppo ingombrante per portarla lungo lo stretto passaggio, lego il busto alla mia corda e lo calo nell’apertura, trascinandolo e risollevandolo, poi, dall’altro lato. Ora abbiamo entrambi i “pezzi” della statua dell’uomo ma, assemblandoli, vediamo che la parte superiore comincia subito a sciogliersi, inspiegabilmente. Ci guardiamo dubbiosi per un attimo, poi Kyro separa nuovamente la statua. Le parti che si erano sciolte, tornano immediatamente al loro aspetto originale. Incerti sul da farsi, decidiamo di tentare a rimontare prima la statua del corvo. Stavolta, messi insieme i due pezzi, sembrano saldarsi perfettamente. La statua non si scioglie, ma i suoi occhi emettono luce rossa. Riproviamo allora a montare la statua dell’uomo, ruotando stavolta le mani dalla posizione iniziale, ma questa inizia nuovamente a sciogliersi. Decidiamo, per il momento, di lasciare la statua smontata e esplorare il resto del castello alla ricerca delle restanti due. Giungiamo in una sala buia, riusciamo solo a distinguerne i contorni: sembra un ambiente circolare, dal soffitto alto. Kyro accede una torcia e due tenebre alate, che erano immobili sulle rampe di scale, si scagliano contro di noi. Sfodero la mia nuova, enorme spada, piantandomi il meglio possibile sui miei piedi e facendomi scudo della stessa lama. La difficoltà  nell’usare quest’arma non mi si presenta tanto al momento di sollevarla sul mio avversario, quanto nel controllare il fendente, una volta partito. In questo caso il colpo va a segno sul mio nemico, già  rallentato da una ferita infertagli da Tà ras con la sua piccola spada. Sono Nuin e Kyro ad occuparsi dell’altro, rendendolo malconcio come solo loro sanno fare.

Twilight to starlight

mercoledì, 11 gennaio 2006 al folle orario delle 16:55
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“A notti, ca passa, e tuttu, ora, pari canciari ndo megghiu: li petri di rasola ciuri addivintari”
Prima o poi doveva arrivare, giorno 11. Mi sono svegliato immotivatamente presto (alle 7), dato che non rimaneva molto da fare per il pomeriggio: solo piantare qualche chiodo per montare i cavalletti espositivi. Ho deciso di temporeggiare un po’, perché mi sarebbe piaciuto montarli insieme a Mario, più per passare insieme le ultime ore prima di metterci in ballo ed incoraggiarmi che per la risibile difficoltà  dell’operazione in sè.

Tuttavia, dopo due fax, qualche telefonata, quattro o cinque sms, la doccia, la sbarbatura, mi ricordo del giorno precedente, della notte insonne di Mario, e del fatto che anche la notte dopo è andato a dormire (se c’è andato) non prima delle 3. E realizzo che sarebbe stato strano riuscirlo a trovare, di mattina. Per cui, sceso in garage, ho martellato fin quando il risultato non è apparso accettabile.

L’appuntamento con gli altri era per le 14 allo Scientifico. Le 13:30, e nessun segno mi induceva a pensare che a casa mia ci fosse intenzione di pranzare di lì a poco. Pazienza, mi sono fatto bastare una fetta di pane e due mele.

Poi tutto ha avuto inizio, svolgimento, fine.

Applicare le fotografie ai pannelli, mettere d’accordo le squadre di basket e pallavolo in competizione per disporre della palestra più spaziosa, arbitrare (cioè contare i punti) della partita di pallavolo, improvvisare le due interviste alle tv locali e gli interventi alla conferenza di premiazione, arrivare finalmente al locale.
La cena (troppo, troppo, troppo e non a caso) abbondante, il vino in proporzioni adeguate al resto.

Non scriverò altro della serata: nessun testo renderebbe giustizia a quella musica, in quel contesto e con quella compagnia. Il mio prezioso ricordo di ieri è fatto di immagini, suoni, sensazioni e non ho intenzione di codificarlo in ASCII, né di cercare di trarne bilanci.

Ed ora, mi dedico alla preparazione dei prossimi esami universitari.

Brano II – All’assedio!

martedì, 10 gennaio 2006 al folle orario delle 17:54
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Non so cosa mi spinga a scrivere queste memorie in un momento tanto pericoloso; non ho tanto tempo e potremmo essere attaccati nuovamente,da un momento all’altro.

Raki, l’anziano guerriero, ci ha condotti verso il maniero che avevamo avvistato da lontano precedentemente. Abbiamo visto ancora più corvi morti di quanti non ne avessimo visti all’andata, ma stavolta non erano neppure integri, anzi, erano completamente dilaniati!
Dopo lo scontro con le Tenebre Alate al villaggio, sarebbe stato stupido presentarsi all’ingresso principale del maniero; fortunatamente Raki conosce un lato delle mura adatto ad essere scalato dove dovrebbe essere più facile passare inosservati. Mi stupisce vedere avanzare con tanta sicurezza quell’uomo anziano sullo stretto passaggio che porta alla parete, dal momento che basterebbe inciampare per precipitare in un profondo baratro.

Ha estratto qualcosa da sotto il mantello e l’ha sbattuta per terra, creando una sorta di fumo denso simile a nebbia, dopodichè ha assicurato alla cima della parete il rampino della sua corda e, arrampicatosi, ha subito provveduto a calare una corda per ognuno di noi. Dopo averla afferrata, mi volto a guardare il vuoto alle mie spalle. Stringo il medaglione di Sygmar, deglutisco e comincio la
scalata. Daltronde non ho mai avuto difficoltà  ad arrampicarmi, e se ce la fa Nuin con la sua pesante armatura, non vedo perché dovrei avere problemi io!

Sulle mura, adesso, Raki si è appostato dietro una porta di uno dei torrioni con Tà ras, e fa cenno a me, Nuin e Kyro di appostarci dietro la porta dell’altro. Nonostante l’ambiente sia illuminato, il cielo è completamente nero. Avverto una sensazione inquietante e, nonostante la sua robusta scorza da nano,anche Nuintradisce nella sua espressione un senso d’opprimente fastidio.

La porta dietro cui s’era appostato Raki s’è aperta, coprendoci la visuale. Sentiamo un urlo, Tà ras prova a spingere con il piede la porta, nel tentativo di chiuderla, ma essa è ostacolata dalla presenza
di un cadavere – non quello di Raki, scopriremo poi – e dopo essersi affacciato per controllare, si avvia verso di noi. Nel frattempo anche la porta che presidiavo s’è aperta, ma avendo esitato un istante di
troppo, un soldato è riuscito a cogliermi alla sprovvista, ferendomi al fianco. Nuin, prima coperto dalla porta, è venuto fuori di scatto, tranciando letteralmente in due il soldato; per non ammettere che ha agito per proteggere me non ha trovato di meglio che esclamare “Ed ora vediamo di fare silenzio!“.

Sorrido, incoraggiato dalla spavalderia del nano; poi ci addentriamo nella stanza. Qui troviamo ad attenderci sei soldati, tre armati di spade ed i restanti schierati in fila con le balestre puntate. La battaglia è dura, ma riusciamo in poco tempo a sconfiggere i nostri nemici. Da una botola due soldati, ammantati da piume di corvo ed armati di pesanti spadoni, salgono in fretta. Uno dei due si avventa subito su Nuin, ferendolo in pieno torace, e stavolta rendo il favore ricevuto prima, centrando il soldato con due frecce prima che potesse nuocere nuovamente. Tà ras e Kyro si sono occupati dell’altro; non ho seguito con attenzione le loro mosse, ma il risultato era una figura umana nonproprio bella da vedere.

Anche ai piedi del torrione la battaglia infuria. Fiamme lambiscono la stalla, da cui escono cavalli
impauriti al galoppo, ed un uomo, avvolto dalle fiamme, rincorre e si getta addosso a quanti più soldati riesca a raggiungere, nel tentativo di ustionarli.
Subito dopo, abbiamo sentito ancora urla e rumori di passi provenire dal basso; ho subito rivolto la mia attenzione alla botola: un’altra figura, più imponente e massiccia delle altre, ne viene fuori. Non
indossa armature, i suoi occhi sono totalmente neri e impugna una strana arma composta da un grosso bastone con delle sfere chiodate legate allle estremità . Tà ras corre subito temerariamente contro il nuovo nemico e, spada corta alla mano, lo ferisce alla spalla.
L’inquietante figura non si lascia sfuggire nemmeno una smorfia, e procede verso Kyro. Incocco una freccia, la scaglio, e faccio lo stesso con una seconda. Ora il nemico ha due frecce in gola; mi aspetto di vederlo cadere inerme, ma sono le mie frecce che, quasi fossero state rifiutate dal suo corpo, cadono a terra insanguinate. Subito dopo è Nuin a sferrare un deciso colpo di mazza alle costole del soldato, colpendole, a giudicare dal rumore d’ossa fracassate.
Tuttavia, incredibilmente, il guerriero non demorde, continuando ad avanzare.
Kyro decide di smettere di aspettarlo e andargli incontro. Solleva la sua lunga spada, portando un velocissimo fendente che tronca di netto un braccio al nostro avversario e, con un impressionante colpo di scudo, lo scaraventa contro un muro, dove rimane finalmente immobile.

Scendiamo attraverso la botola, lungo una scala a chiocciola, per ritrovarci in un cortile interno. Intorno, diversi cavalli corrono, terrorizzati dalle fiamme. Tà ras riesce ad ammansirne alcuni, perché le loro bizze non costituiscano un pericolo per noi, poi un corpo inerme attira la sua attenzione. Incuriosito, lo seguo, per ritrovarmi con lui dinnanzi ad un corpo semicarbonizzato. Un arco composito nero che tiene ancora addosso – incredibilmente non danneggiato dalle fiamme – ci fa subito capire che si tratta del coraggioso Raki.
Consiglio a Tà ras di prendere l’arco, dal momento che Raki è morto per combattere le Tenebre Alate e non vorrebbe mai che la sua stessa arma venisse adoperata da uno di esse contro il suo popolo. L’elfo indugia in un lungo silenzio, poi raccoglie l’arma, esprimendo l’intenzione di restituirla ai cari di
Raki non appena se ne presenterà  la possibilità .

Ci rechiamo dinnanzi al portone dell’edificio centrale, che è chiuso, come ci aspettavamo. Torniamo sul torrione attraverso cui s’era fatto strada Raki, dove troviamo un’altra botola ad ostacolare il nostro passaggio.
Nuin tenta di farne saltare i tre cardini colpendoli con la mazza. Forza con facilità  i due alle estremità , ma quello centrale resiste ai colpi. Prova ancora una volta, poi sono Kyro e Tà ras ad accanirsi sul restante cardine.

Tà ras, dopo aver menato qualche colpo di spada corta sul cardine, si ricorda di avere una sorta di strano martello lasciatogli da Sebastian. Risolùto, lo afferra con decisione e vibra un forte colpo, ma con l’imprecisione di chi usa un attrezzo mai adoperato prima. Sente un rumore di un meccanismo che scatta, poi un lamento provenire dalle sue spalle. Controlla il martello: non sarà  stato forse
in quello a muoversi qualcosa? Si volta lentamente, per scoprire lo spettacolo che ho davanti agli occhi, non senza esserne preoccupato: Nuin paonazzo per la rabbia, che avanza minacciosamente verso l’elfo, imprecando. Aveva scoperto uno degli usi del martello: era lì, conficcato nella sua spalla, un piolo appuntito. Mi avvicino cautamente e, visto il modo in cui il paletto era penetrato, mi offro di estrarlo, adottando la tecnica con cui, a caccia, estraggo le frecce dai cinghiali, cercando di evitare di rovinarne le carni. Ammetto che il nano non s’è lamentato più dei cervi morti; credo che fosse la sua
rabbia a prevalere sul dolore.

Tà ras intuisce allora che farebbe meglio a continuare a tentare di scardinare la botola con l’arma a lui più consona e, sottratte ai cadaveri dei soldati alcune spade, continua a colpire il cardine più resistente, aiutato da Kyro.
Io, dal torrione salto sul tetto dell’edificio, cercando un passaggio, o uno spiraglio da cui osservare l’interno. Lo trovo, ma non riesco a vedere altro che buio. Voltandomi verso i miei compagni, noto che sono riusciti ad aprire la botola e, dopo averli raggiunti, scendiamo all’interno.

La stanza è chiusa, priva di porte, e la botola può essere aperta solo dall’interno. Piuttosto strano, ma per ora sono le rastrelliere colme d’armi alle pareti ad attirare le nostre attenzioni. Io e Tà ras riempiamo nuovamente le nostre faretre.
Voltandomi, vedo un massiccio spadone assicurato alla rastrelliera.
Questa sì che è una vera spada! La sollevo, soppesandola: molto pesante ma ben bilanciata. La assicuro a tracolla, sento che mi servirà  di qui a poco.

Streamshot

lunedì, 9 gennaio 2006 al folle orario delle 16:51
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Istantanee del 9 gennaio che non voglio perdere.

  • Mario che riporta indietro la prima traccia di Physical Graffiti per riascoltare il giro di basso.
  • Sebastiano alle prese con le reazioni telefoniche dei partecipanti al concorso
  • La faccia stupita di Livio all’inizio del concerto degli Unashamed Singers
  • La faccia sconvolta di Livio e quella soddisfatta di Mario all’assolo iniziale di “Amazing Grace” di Paola.
  • L’insospettabile voce di Daniela, ed i nostri fragorosi applausi
  • Il prete che dice “Vergogna!” ai “Cantanti Svergognati” per aver fatto cadere pezzi d’intonaco.
  • Andrea che mi fa notare (ridendo, naturalmente) gli errori in questo blog :-D Sealed
  • Angelo mentre interpreta Nuin, nano affascinato da (i prosciutti di) Ester il donnone.
  • Manuele mentre interpreta Ester il donnone (dei prosciutti).
  • Il tavolino del chiosco con sopra una cioccolata al cocco, un frappè alla fragola, un cappuccino ed un cornetto alla crema
  • Il rosolio alla cannella, e Andrea che esagera con la mescita. Con conseguente colorito vagamente paonazzo di Angelo ed espressione vagamente preoccupata di Manuele, nel riporre il poco liquore ormai rimasto.

Ridere e

lunedì, 9 gennaio 2006 al folle orario delle 16:49
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Serve che io faccia il punto degli ultimi giorni, per andare d’accordo con il calendario.

 

Secondo lui è lunedì 9 gennaio. Possibile?

Secondo me è venerdì: mi sono svegliato “presto” anche oggi, alle 8:30. Cinque ore di sonno che mi faccio bastare, in un modo o nell’altro. Mario passa a prendermi, e andiamo da Livio. àˆ con un po’ di imbarazzo che dico a suo padre che avevamo appuntamento, al citofono, quando sento rispondermi “ma Livio sta dormendo”.

Manuele e Letterio arrivano un’oretta dopo, verso le 10:30. Anche loro stanno dormendo, più o meno, ma in un modo o nell’altro riusciamo a iniziare la giocata. Mi sono guadagnato punti extra per aver fatto ragionare logicamente un drago rosso anziano… nella vita c’è sempre da imparare!

Nel pomeriggio, la tanto rimandata visita dei cugini. Non li vedevo da mesi, nessuno dei due. Mentre chiacchieriamo di tutto e niente, arriva imprevista la telefonata di Alfio, e con essa la proposta di andare a pattinare sul ghiaccio. Estendo l’invito a mio cugino Enrico, che inaspettatamente mi risponde di sè senza esitazioni, e a mia sorellina Laura. E riusciamo a ritrovarci li, al “palaghiaccio” insieme ad Alessandro, Andrea, Alfio, Roberto, Paolo, Licia, Valeria, Marilena.

Enrico, Laura, Gaetano
Mio cugino Enrico, mia sorella Laura e me al palaghiaccio

I primi pattini ai miei piedi. Il primo giro tenendomi al bordo, poi il timido distacco. L’andatura da pinguino paraplegico non sono riuscito a migliorarla. Concentrandomi a fondo, sperimento e calcolo i rischi, riuscendo a non cadere. Non riesco però ad abbandonare i calcoli, a non pensare a rischi e conseguenze, insomma: a pattinare.

Alle 22:20 è il momento di accompagnare a casa Enrico, poi mia sorella (che sono contento di vedere euforica alle 23, orario in cui è solita dormire profondamente). L’avviso “Io resto un po’ fuori” ai miei, e con Alessandro una veloce cena e poi a Catania, al “Gasoline” – è venerdi e il club che frequenta si riunisce.

La comitiva è simpatica, ma mi sarebbe piaciuto essere più vicino a casa mia, verso l’una – o 800 km più lontano. So che non è ancora nemmeno vicino il tempo di dormire. Il caffè preso all’1:40 mi costa qualche occhiata diffidente dal resto della tavolata. Mezz’ora dopo, con 10 minuti di ritardo, ci si vede da Cesare.

Alle 6 del mattino abbiamo concluso le affissioni con il 105° manifesto in una notte. La stanchezza la avverto, adesso, e si manifesta anche con il dolore delle mie dita, per le troppe ore al freddo. Dopo un’ora, prendo sonno, per poi svegliarmi alle 10:30.

Al direttivo arrivo con un po’ di ritardo, alle 11:30. Trovo lì Cesare, Laura, Sebastiano, Paolo, Giuseppe, Sylvia, Ciccio. Come al solito, ci dividiamo incarichi, speranze, timori. Sciolta la riunione alle 13:30, alle 15:30 si riparte. Partita di calcetto. Abbiamo vinto, sono contento di esser stato presente, ancor più contento di non aver giocato. Perché la partita è andata bene com’è andata, e perché per quanto ami ingannarmi, non credo che il mio corpo mi avrebbe supportato più di tanto.

Un altro paio di appuntamenti, in prima serata, ancora per l’associazione. L’11 gennaio è ormai alle porte, è un traguardo a cui non voglio rinunciare. “Per fortuna” i miei impegni da “gerositter” mi hanno costretto a casa, e consentito di andare a dormire presto.

Al mio risveglio, la domenica è già  nel pieno delle sue ore. Scopro, meravigliosamente, di essermi preoccupato senza motivo per Laura, una persona che, con ogni e senza nessuna ragione, sento molto vicina. Ne scopro la forza, la determinazione che ho sempre cercato in me.

Alle 23 riesco a salutare “al volo”, con il treno che già  accelera sui binari, Lorenzo. L’”arrivederci” è a breve termine, per questa volta: non si fermerà  a Viterbo che per un paio di giorni, poi tornerà  qui.

In ogni caso, aiutato dall’inspiegabile “euforia” che segue ogni partenza, ogni saluto, riesco a coinvolgere Mario e Alessandro in una passeggiata a Catania. Un cappuccino a Piazza Trento, tante risate senza motivo, quasi ad urlare “sì, sappiamo ancora sorridere”.

Si torna, poi, ad Acireale. Accompagnato Mario a casa, andiamo da Cesare; una formalità , giusto gli ultimi 15 manifesti da affiggere.

Una bella stretta di mano dopo aver piazzato l’ultimo. Alessandro a casa, io e Cesare a prendere una cioccolata calda al cocco ed un cornetto, parlando del nostro futuro immediato, prossimo, remoto. Alle 4 torno a casa, trovo una fenice lambita da lingue di fuoco. So che saprà  ancora rinascere dalle sue ceneri, ma mi piace pensare di poter rendere le cose più facili, anche di un infinitesimo, agli altri.
E così, Livio, ti trovi simile a me. Ne sono contento, spero tu abbia ragione. Lo spero per me.

Controllo nuovamente l’orario: 6:22, 9 gennaio 2006. Possibile?!!