escursioni termiche
Per iniziare bene un weekend nonostante la pioggia che mi priva totalmente della voglia di alzarmi dal letto non c’è nulla di meglio della creazione di un mondo. Prelevo Angelo, ingegnere capo del progetto, e ci rechiamo subito all’ufficio designato (Mediterraneo), con libri, carta e penna, cornetto e cappuccino.
Un ragazzo (che, a quanto pare, conosco) entra, mi saluta, mi augura “buon lavoro” e, al mio sorriso imbarazzato, adocchia meglio i manuali che sfogliamo e corregge l’augurio in un “buon divertimento”.
“Lavoriamo” sodo, fino ad ora di pranzo, di cui riporto il menù
- Pane
- Quello che trovi.
Fortunatamente non è la fantasia che mi manca. Il pomeriggio passa sonnolento per via dello studio. Anzi, dei (poco convinti) tentativi di riprendere a studiare. Non capisco cosa mi renda così pesante l’approccio allo studio, a parte poche eccezioni le materie mi piacciono, probabilmente sono argomenti che approfondirei per interesse personale, se non fossero “materie”, se non dovessi studiarle in un modo più efficace nell’esposizione che nell’apprendimento, entro una scadenza che, a prescindere dalla data, sarà sempre troppo vicina.
Il problema è in me, credo, forse si chiama edonismo.
Sono disposto a spendere tutto per ciò in cui credo; caso vuole che ciò in cui credo “non mi darà il pane” (cit. Mamma).
Fa molto “Radiofreccia”, ma non è per fare il Ligabue della situazione.
Credo che la vita non abbia un senso di per sè e che ognuno di noi voglia attribuirgliene uno, cercando di rendersi importante per gli altri.
Credo che i ricordi sono l’unica cosa che mi appartiene veramente, intimamente. E per questo ci tengo a collezionarli, che siano dolci o amari, purchè intensi, fitti, veri.
Altrimenti non saprei spiegarmi perchè in piena notte, con mezza dozzina di ottimi motivi per lasciar perdere, mi sia trovato con Alberto, Alessandro, Emidio, Lorenzo a percorrere i tornanti innevati e ghiacciati dell’Etna per poi ritrovarci al rifugio Sapienza. Insieme. Con vestiti troppo leggeri per i 3 gradi sotto zero, e poi di nuovo in auto, lasciare fuggire l’aria calda dell’abitacolo ad ogni apertura della porta, illusa di poter rendere meno freddo l’ambiente circostante e disperdersi, fallendo, in esso, senza lasciar traccia del suo passaggio.

