Brano II – La follia si manifesta
Pomeriggio, al Nano Fabbro. Sebastian Mondracon pizzica, instancabile, le corde della sua arpa, mentre ci fa un riepilogo di quella che sarà la nostra prima missione. “Attenti!”, ci avvisa: “la stirpe degli Strigoi è stata la prima a cadere in preda alla follia, per questo è la più debole – ma è come un animale ferito: può diventare quanto di più pericoloso ci sia per il coraggioso avventuriero o l’incauto curioso” e ci chiede se c’è abbiamo qualche dubbio circa la missione. Colti dalla spossatezza e con troppi dubbi per decidere quale sia per noi pi� d’immediato interesse, rimaniamo in silenzio. Tà ras è il primo tra noi che avanza una domanda, richiamando Sebastian che, dopo averci elegantemente salutato, si appresta a
congedarsi.
Le domande volano:ci informiamo su quanto tempo abbiamo per agire, sulla strada da intraprendere. Non abbiamo limiti di tempo stabiliti, anche se è chiaro che più tempo passerà , più crescerà il pericolo che dovremo affrontare.
Quanto alla strada, una luce nel cielo sarà la nostra guida: ci accompagnerà sino a destinazione- Chiedo di poter rendere l’ultimo saluto al nostro perduto alleato Oberon, ma il bardo ci dice che “se ne sono già curati” gli uomini di Mordheim addetti a questa mansione e ci invita a riposare nelle camere che ha già pagato per noi.
Dopo gli immacabili battibecchi col locandiere del Nano Fabbro, non rimane che decidere la disposizione di noi quattro nelle due camere a disposizione. Messer Manodura non gradisce la forma delle mie orecchie, a quanto pare, per cui dichiara subito che � disposto a dividere la propria stanza solo con Kyro. A me sta bene andare con Tà ras; nonostante non sia un gran conversatore, più d’una volta mi ha dato l’impressione che abbia notato alcune stranezze che però ha sempre tenuto per sè: è una buona occasione per parlarne. Mi siedo sul povero letto, parlando con Tà ras… la cui flebile voce dal tono cadenzato e costante mi induce ad abbandonarmi al sonno e alla stanchezza. Mi sembra che sia passato solo un attimo da quando ho preso sonno, quando odo un verso di orso inferocito che mi fa svegliare di soprassalto! Ci metto un po’ a realizzare che non è possibile che si tratti di un orso, che non mi trovo più nel mio villaggio a ridosso della foresta. Ma non mi sbaglio poi di tanto: è Nuin che russa.
Al mio risveglio noto che Tà ras sta esaminando una sorta di martello che ha trovato ai piedi del suo letto, foderato in un drappo rosso.
Consumiamo qualcosa di caldo – “caldo” è l’unico complimento che posso azzardare per quel cibo – poi mi guardo attorno: dov’è Sebastian? Avremmo dovuto incontrarci qui, ma l’unica traccia del suo passaggio è il martello che Tà ras ha trovato, con una nota recante la sua firma.
Esco fuori dalla locanda, seguito da Tà ras. Ho un’idea, l’elfo me la legge e chiede ad un terrorizzato passante dove possiamo trovare il luogo in cui si seppelliscono i morti della città . L’uomo riesce alla fine a farfugliare che c’è una fossa comune, all’uscita est della città .
Chiamiamo Kyro e Nuin, e ci avviamo. Un pungente odore ci fa giungere in fretta all’orribile spettacolo della fossa comune, una fosse nemmeno chiusa dove i corpi sono ammassati l’uno sull’altro, alcuni completamente decomposti, altri con segni di ferite, o malattie, solo i
corpi dei più fortunati erano avvolti e sottratti allo strazio dei ratti o dei corvi.
Passando in rassegna tristemente tutti i corpi con lo sguardo, noto il fumo di un piccolo fuoco provenire pressapoco dal centro del mucchio e, nelle vicinanze, qualcosa che sembra muoversi. Guardo meglio, mentre Tà ras si precipita a soccorrere quello che crede un uomo ancora vivo, gettato li avvolto nel panno per errore – forse proprio Oberon, ci ha già fatto
temere di esser morto per poi tornare in piedi inspiegabilmente. Ma
stavolta non si tratta di lui. Tà ras è già quasi arrivato alla figura che si agita, mentre incocco una freccia nel mio arco, e rapidissimo un artiglio lacera il telo e lo colpisce alla spalla, poi al torace.
“Scansati, Tà ras”, urlo, e la corda del mio arco è nuovamente dritta, vibrante mentre la freccia stacca di netto la testa a quell’orribile figura che ha aggredito il mio compagno. Il corpo si muove ancora, ed è ancora Tà ras a fermarlo una volta per tutte, con un deciso fendente della sua spada.
Mentre torna verso di noi, un altra figura avvolta in un panno di lino attira la sua attenzione. Scosta un po’ il panno, scoprendo il volto. Riconosciuto il corpo di Oberon, chiama Nuin perché lo aiuti a trascinarlo fuori dalla fossa. Ci accordiamo di allestire un rito funebre per Oberon e tutti gli altri poveri malcapitati, perché non tornino mai come schiavi non-morti. Tà ras raccoglie gran parte della legna più secca ed adatta a bruciare, io la accatasto, ed infine diamo fuoco all’enorme pira della fossa comune e a quella costruita per Oberon.
Prometto che non mi dimenticherò mai di Oberon, che con le sue stranezze mi ha insegnato a credere a quel che non posso vedere, e che la fede in Sygmar è� ben riposta. Non potrei, del resto, dimenticarlo mai anche perché anche lui ha ricambiato il nostro saluto, manifestandosi con un prodigio che non ci lascia sconvolti come la prima volta, solo sorridenti e ritemprati. La fiamma della pira diventa del colore del cielo, sento la sua voce risuonare nella mia testa, non più balbettante e timorosa ma finalmente serena e sicura, e infine lacrime di sangue piovono su di noi, curando perfettamente le nostre ferite.
Tornati al Nano Fabbro, apprendiamo dal locandiere che Sebastian non s’è ancora fatto vivo. Non possiamo restare qui, del resto: dobbiamo andare. Propongo di passare da Aramis, il venditore di pozioni medicinali, per comprare alcuni curativi per il viaggio. La porta del negozio è socchiusa, ed entrando notiamo un rivolo di sangue accumularsi sul pavimento ed andare ad inzuppare un tappeto. Sul tappeto, il cadavere di Aramis, il mercante. Tà ras si avvicina al corpo, nota che portava al collo un amuleto a croce, che si ricorda di aver già visto nelle mani di Oberon. Ricordando l’effetto che ha avuto con il drago d’ossa, glielo sfila da quel che rimane del collo e lo conserva. Stiamo portando solo sventura e morte in questi luoghi, dobbiamo partire immediatamente.
Usciti da Mordehim, guardiamo il cielo: seppur in pieno giorno, un’intensa luce, come una stella di notte, risalta: ecco la nostra guida. La seguiamo, verso sud, la seguiamo, mentre la vegetazione si fa sempre più rada, la seguiamo, attraversando un deserto inospitale, per tre giorni. Comincio quasi a dubitare del segnale che seguiamo quando, ad un tratto, ci addentriamo in una fitta nebbia. Avanziamo, l’ambiente è umidissimo ed in lontananza possiamo sentire dei rintocchi di campane.
Un villaggio, una città forse! La strada ad un tratto curva improvvisamente, costeggiando un acquitrino che noto appena in tempo per evitare a qualcuno di noi un tuffo inaspettato. Seguiamo il sentiero fino ad un bivio. Sinistramente, un corvo privo di vita giace ai piedi di un cartello posto ad indicare la biforcazione dei sentieri.
La nebbia si dirada, vediamo che uno dei due sentieri porta al maniero, l’altro ad una cittadella fortificata da muri di cinta.
Guardo il cielo, la luce che ci ha condotto sin qui è scomparsa: è questa la nostra destinazione. Propongo decisamente di andare dritti al maniero, perché se è il signore di queste terre che stiamo cercando, è più probabile trovarlo lì che altrove, e perché ho ricordato che Sebastian ci suggerì (ora non ricordo se con parole sue o voci tramandate da
canti) di puntare direttamente al nostro obiettivo finale piuttosto che attirare l’attenzione e dover affrontare di conseguenza tutti i suoi sottoposti.
Nuin e Kyro sembravano della mia idea, quasi impazienti di affrontare il nemico, ma Tà ras
sembra perplesso: guardando oltre il cartello, tra i due sentieri, ha visto un grandissimo numero di corvi morti, come quello lì per terra. Inoltre, scrutando il cielo, ci fa notare che è meglio cercare di passare la notte tranquillamente ed agire con la luce del giorno.
Convinti dall’argomentazione, ma circospetti, ci avviamo verso la città . I rintocchi si sono adesso fatti più vicini e ancora pià frequenti di prima. Arrivati alla cinta muraria della città , notiamo che essa è stata ricostruita più d’una volta, ci sono vari ammassi di macerie attorno. Stranamente sembra mancare la porta, ma ci accorgiamo presto che in realtà era stata sfondata e buttata giù. Ci addentriamo circospetti, la città si presenta assolutamente deserta. Scorgiamo una torre, un tempio, e decidiamo di seguire il suono delle campane, potrebbero essere una richiesta di soccorso, un segnale.
Dopo qualche passo ci troviamo davanti alla porta d’un tempio. Tà ras si appresta a bussare: nessuna risposta, ma si accorge che il legno della porta è del tutto marcio.
Il grosso Nuin ci apre il passaggio con una decisa spallata. Dentro, l’aria è pestilenziale, la terribile puzza e la polvere induce tutti a rimettere convulsamente, tranne Tà ras, che resiste tenacemente.
Il largo ambiente centrale, completamente in stato d’abbandono, presenta varie file di panche e termina con un altare, dietro cui è innalzata una piccola parete separatoria. Aggirandola, notiamo due porte, l’una opposta all’altra. Una delle due conduce verso la torre campanaria.
Tà ras la apre, accende una torcia e ci costringe ad un terribile spettacolo: la corda è scossa solo dal penzolare di un uomo in avanzato stato di decomposizione, ad essa impiccato.
Tà ras libera il cadavere del malcapitato dall’oltraggiosa corda, e lentamente i rintocchi cessano. Anche questo corpo ha addosso un amuleto di Sygmar, che conservo io. Torniamo all’altra porta, notiamo che ha una serratura forzata. Entriamo e, dopo qualche esitazione, controlliamo il luogo. Nuin si avvia con sicurezza verso un armadio, che spalanca. Nota qualcosa sul ripiano alto, e allunga una mano. Neanche lo sapesse da
prima, la sua curiosità lo aveva guidato ad un oggetto a cui lui era avvezzo, una mazza ferrata dagli strani riflessi blu. Tà ras si è dedicato invece a esaminare una scrivania, ed i suoi cassetti. Io e Kyro siamo andati davanti ad un’ulteriore porticina dall’aspetto più
robusto ed ancora chiusa a chiave, incerti sul da farsi. Proprio quando mi sono deciso a chiamare Nuin per chiedergli di buttare giù anche quella, Tà ras ci chiama a bassa voce, stringendo una piccola chiave nella mano, appena estratta da un sacchetto.
Kyro si avvicina a Tà ras, chiedendogli chiave e sacchetto, ed ottenendo solo la prima. La chiave è quella giusta, entrando guadagniamo l’accesso ad un piccolo giardino interno. La nostra attenzione è subito catturata da un pozzo, al centro di esso, accanto al quale si staglia un grosso albero. Ci avviciniamo. Il bordo del pozzo presenta qualche piccolo accumulo d’acqua, che sembra tutto fuorché limpida. Nonostante questo Tà ras ne tira su un secchio, la guarda, la annusa ed infine la assaggia: l’acqua è pura. Ci dissetiamo e riempiamo gli otri, mentre Tà ras controlla la terra vicino all’albero.
Tornati in strada, ci accorgiamo che il crepuscolo è ormai vicino, dobbiamo trovare un posto riparato per passare la notte. Decidiamo di cercare ospitalità in una casa barricata, su una via secondaria. Tà ras bussa ripetutamente, ma non otteniamo risposta. Sentiamo provenire dall’interno sussurri spaventati. Ci allontaniamo, rassegnati al fatto che non ci avrebbero aperti, e un particolare mi colpisce: sul tetto della casa c’è un grosso comignolo, da cui non esce fumo! Penso subito alla corda con rampino che mi porto dietro, e invito gli altri a tenersi pronti ad entrare. Tà ras tenta ancora di convincere chi è dentro ad aprire; credo che sia un modo per distrarli, e comincio a preparare il rampino, ma inaspettatamente un’anziana signora apre la porta e schioda le travi per farci entrare.
Rassicuriamo lei ed un’altra donna delle nostre buone intenzioni, e chiediamo informazioni sul luogo. Le donne sono molto spaventate e poco informate, si limitano a descriverci quello che hanno vissuto: dal cambio del reggente sono avvenute molte stranezze: non solo le centinaia di corvi che andavano a morire su quelle terre; prima solo qualche giovane donna, poi anche bambini e uomini di tutte le età sono stati “prelevati”, rapiti dai gregari del conte e solo alcuni di essi tornano nelle vesti di “Tenebre Alate”.
Questo termine mi fa sussultare; improvvisamente ricordo che nel mio villaggio chiamano così i corvi, animali considerati come intermediari tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Le anziane donne si lamentano tra loro, temendo che anche Sygmar li abbandoni, dopo il dio che veneravano in precedenza, un dio corvo.
Non riesco a capire cosa stia succedendo di preciso in questa terra, ma sento che più di un particolare ridesta in me il sospetto.
Organizzati dei turni di guardia, passiamo la notte abbastanza serenamente è per quanto questo sia possibile con un nano che russa in stanza. All’alba sentiamo gracchiare. Io e Tà ras usciamo subito, e troviamo un corvo agonizzante. Dopo pochi secondi il corvo spira. Noto che il corvo ha qualcosa di somigliante ad un pezzo di tessuto nel becco, e avviso
Tà ras, che si china subito a controllare. Si tratta di un lembo di pesante tessuto pregiato e ricamato a filo d’oro. Ci avviamo verso la casa dove abbiamo riposato, per avvisare i nostri compagni, quando sentiamo urla e rumori di zoccoli al galoppo. Corriamo, e troviamo un
uomo completamente ammantato di nero che, finito di legare un altro uomo monco di una gamba, salta in sella e si avvia verso le porte della città , trascinandolo. Altri due uomini sono lì, uno aggredisce una vecchietta con una lama, accoltellandola, l’altro corre a piedi nella stessa direzione dell’uomo a cavallo.
Facendo più in fretta possibile, scocco una freccia verso l’uomo a cavallo, ormai molto lontano da me. Lo colpisco alla spalla, noto che accusa il colpo ma sprona il suo animale a velocizzare l’andatura. Nel frattempo, attirati dai rumori, sono sopraggiunti Nuin e Kyro. Nuin intercetta l’uomo che stava correndo dietro il cavallo, sferrandogli un colpo d’ascia. Lo colpisce, ma l’uomo subito reagisce con un’appuntita spada da stocco, ferendolo. Tà ras scocca una freccia all’uomo che ha accoltellato la vecchietta, mancandolo, come succede a me immediatamente dopo. Kyro avanza oltre Nuin, sferrando all’uomo che già il nano aveva attaccato un fendente con la sua lunga spada. L’uomo non fa in tempo a finire il ghigno di beffa per aver evitato il colpo che viene investito in pieno dal pesante scudo, finendo con la testa sfracellata su un muro.
Estraggo lo strano pugnale che appartenne ad Akahri Vurdalak, l’attentatore di Sebastian, e mi avvento sull’uomo che combatte contro Tà ras. Accorgendosi del mio arrivo, si distrae, mostrando il fianco alla lama dell’elfo, che ne approfitta infliggendogli una ferita. Affondo con decisione le due lame del pugnale, e vedo l’uomo tossire, sputare sangue e crollare a terra.
Tà ras assiste subito la donna accoltellata, che però smette di muoversi e di respirare.
I miei compagni sembrano non aver riportato ferite gravi. Ma il nostro scontro non è passato inosservato. Quel che rimane della popolazione locale, un gruppo di anziani, è li riunita e armata in modo rudimentale, e vuole venire con noi al maniero.
Invito i poveruomini a tornare indietro, il loro atteggiamento è nobile, ma non utile: per noi sarebbero solo un pensiero in più, e carne da affettare per i nemici.
Sembra che riusciamo a convincere il gruppo a non seguirci. Li invito ad avere fede in Sygmar, e Nuin mi rimprovera: “Non alimentare speranze!” – “Perché? Non hanno nulla da perdere…” – “Ecco: non dar loro qualcosa da perdere”.
Non ho proseguito la discussione – non era il momento adatto – ma non sono d’accordo. Che senso ha vivere senza nemmeno una speranza? Anche se questa speranza potrebbe tramutarsi in delusione, vale la pena di credervi.
Uno dei presenti insiste e rimane fermo nella sua decisione di seguirci.
Piuttosto vecchio, di certo non in forma smagliante, ma la sua determinazione, il coraggio che leggiamo nei suoi occhi, l’esperienza che gli da’ sicurezza e soprattutto la prospettiva di avere una buona guida per la strada che ci aspetta, ci induce a lasciare che venga con noi.

