Archivio di gennaio, 2006

Abitudini

domenica, 29 gennaio 2006 al folle orario delle 17:03
Postato in blog

Sto cercando di cambiarle, nella stessa misura in cui sono capaci di cambiare me. La verità  è che ci sono affezionato, concrete o vane che siano, vere o illusorie.

Ogni giorno penso ad un titolo da dare al post nel blog, ogni giorno penso a quante cose ci sono da fare per l’associazione (e a quante se ne aggiungono giorno dopo giorno), ogni giorno penso alla giocata fatta giovedì, e a quella che mi aspetta per il giovedì successivo.
Ma in questi giorni ho messo le mie abitudini con le spalle al muro. Non è un cambiamento naturale, non ho qualche altra abitudine che si prenda il tempo delle altre, non ancora perlomeno: dovevo prendere l’abitudine allo studio. L’intenzione iniziale era quella di privarmi delle abitudini quotidiane per annoiarmi a morte, al punto da farmi venire la voglia studiare, per non capire come sto buttando i miei giorni.

Ma la mia grande immaturità , il mio background, il mio carattere (che tanto, a volte, fa incazzare i miei amici) non mi permette di vedere il tempo dedicato agli studi universitari diversamente da quello sprecato. Non è lo studio di per sè a pesarmi, anzi, mi capita di approfondire gli argomenti che mi interessano o mi servono.
Quello che non riesco a mandare giù è la grande presa per il culo che è il sistema universitario.

Tanto tempo che non scrivo le mie quotidianità , le piccole e grandi cose inaspettate, le infinite riflessioni sulle persone e le cose che mi circondano, i conflitti con la mia famiglia, quello che ho mangiato a colazione, le belle uscite che ho fatto, il grado alcolico troppo elevato dell’Irish Coffee che ho preso al Youth Hostel Agorà , “Quella che non sei” eseguita dai Lambrusco&Popcorn con ogni pizzicata di corda del basso che sembrava un colpo di cassa della batteria, le mie tre settimane di astinenza da rasoio e schiuma da barba.
E così, dato che solo le cose scritte restano, queste cose le perderò. Spero che affondando si portino giù anche una parte di me, quella che mi costringe a pormi domande inutili – perché prive di risposte – e dannose, perchè mi bloccano.

Guglielmo: “Ma tu sei il cugino di Vittorio, vero?”
Cugino: “Sì, e tu…”
Amica (dando sulla voce): “E tu sei Guglielmo!”
Guglielmo: “Sì ero un po’ incerto, ma poi ho ricordato. Ah, lui è Gaetano”
Io: “Piacere! Sappiate che la prossima volta che ci incontreremo, io non mi ricorderò di voi.”

Grazie a Dio (o chi per lui) ci sono sempre i miei amici che lavorano di defibrillatore. E scrivono i propri blog, così che nelle loro giornate io possa vedere, riflesse, le mie – a prescindere dall’avere o meno avuto una particina nel copione della loro giornata.

Ieri? Ieri è stata una bellissima giornata, dalla colazione alla serata di “turismo gastronomico con visita ai Castelli”. Dato che il bello non è “quel che fai, ma con chi lo fai”, mi avventuro nella stesura di un elenco di Credits, col rischio di dimenticare qualcuno.

Si ringraziano:
Angelo
Daniela
Alessandro
Vittorio e Silvia
Mario
Andrea

Alfio
Cesare
Marco
Piero
Livio
Manuele
Valeria e Giorgio
Guglielmo (sms)
Seby
Enrico (sì, mio fratello, ma ci siamo visti fuori ed abbiamo chiacchierato)

Multiplazione

giovedì, 26 gennaio 2006 al folle orario delle 17:01
Postato in blog

“Non c’è tempo!”. Questo, quello che penso da una settimana a questa parte, quando penso di scrivere qualcosa qui. “Non c’è tempo!”, e rimango in stallo, bloccato, evito di iniziare qualsiasi comunicazione o attività  per paura che si protragga troppo a lungo, e mi accorgo di avere speso ancora un’ora nella ricerca di mille modi per risparmiare minuti preziosi.

To-do list, diceva Mario, a ragione, ma devo un po’ rivedere quello che sta alla base di ogni cosa che faccio (e in cima al mio collo): la testa.
Il cervello è uno e, per quanto mi dispiaccia ammetterlo, limitato (il mio, poi, particolarmente). Come riuscire?
Dato che ormai siamo tutti nel mondo dell’ADSL (sì, ora anche Cesare :-D ), della banda larga, faccio un’analogia.
Il cervello ha una “banda” limitata, da ripartire a più “utenti” (pensieri, occupazioni). Il mio funziona in Frequency Division Multiplexing, ma è un metodo estremamente inefficiente, fallimentare.

“In FDM lo spettro di frequenza è diviso fra più canali logici e ogni utente ha possesso esclusivo di una certa banda di frequenza. Nel Time Division Multiplexing invece gli utenti a turno periodicamente ottengono l’intera larghezza di banda per un quanto di tempo”

Il secondo modello è estremamente migliore, ma purtroppo la cpu in nostra dotazione è ancora ferma all’elaborazione analogica. Con l’aiuto di alcuni filtri posso sperare di avvicinarmi almeno un po’ ad esso, relegando tutto il rumore in una piccola porzione di banda, per riservare la maggior parte all’informazione utile.
E quando i filtri si impregnano troppo del rumore, finendo per diventare essi stessi rumore aggiuntivo, allora è il momento di cambiare musica.

Brano II – Dimitri Sabbonis II

giovedì, 26 gennaio 2006 al folle orario delle 12:41
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Tà ras si avvicina ai cadaveri dei due malcapitati che si sono posti sulla nostra strada, per controllarli: la loro pelle è segnata con il tatuaggio di un corvo.

 

La mappa del castello

Courtesy of Tà ras – ‘Ma cmq voi Tà ras di più’ è un marchio depositato.

Percorriamo le scale sino alla balconata, dove notiamo tre ulteriori rampe di scale procedere parallele, l’una accanto all’altra. Mi fermo, chiedendomi il perché di quelle tre sontuose scalinate così poste, ma subito vedo Kyro che si avvia su per la scalinata centrale, seguito da Nuin, e così comincio a salire anch’io, lungo la rampa a sinistra. Tà ras sceglie invece la rampa destra.

Non appena Kyro giunge in cima alla rampa di scale porta una mano alla spalla, lasciandosi sfuggire un lamento: è stato colpito da un dardo, si tratta di un agguato!

Percorro di corsa gli ultimi scalini e, sulla destra, noto un guerriero armato di spadone davanti a due balestrieri, che affiancano un quarto guerriero, equipaggiato in maniera vistosamente più lussuosa degli altri.

Il soldato con lo spadone porta a segno un forte fendente su Kyro, facendolo vacillare. Raccolgo le forze nel sollevare la lama lunga più della mia persona e, per non rischiare di colpire goffamente il mio compagno nel tentativo di assisterlo, sferro un colpo all’altezza del polso del soldato, per fargli perdere la presa dall’arma. Ma ancora una volta mi rendo conto che quest’arma è tanto letale quanto poco controllabile da me, nel vedere la lama che, tranciato il braccio, fende perfettamente la vita del mio avversario, separando il torace dal bacino.

Alzo lo sguardo, noto Tà ras guardare allarmato la corda spezzata del suo arco e i balestrieri che prendono la mira. Prima che io possa fare qualunque altra cosa, un dardo mi colpisce.

Sollevo nuovamente la spada, guardando il soldato affiancato dai balestrieri ma Tà ras, percepita la mia intenzione, mi grida di ostacolare i balestrieri, ché lo tengono ancora sotto tiro. Comincio a scattare, ma noto che il balestriere su cui sto per incalzare mi volge le spalle e, dicendo all’altro “l’inganno è finito”, estrae velocemente una spada corta e la conficca nella fenditura dell’elmo del soldato al centro, che crolla con gran clangore metallico. Affondo la lama nel fianco del soldato che s’era voltato, senza badar troppo al significato della sua azione e delle sue parole e, quando mi volto verso l’altro, noto che giace anch’esso inerme, a terra.

Sopraffatti i nostri nemici, mi avvio avanti, sin dove il corridoio svolta a destra, per controllare che nessuno ci attenda, dietro l’angolo. Tà ras s’è nel frattempo avvicinato ai cadaveri, per controllarne le fattezze e, sfilato il lussuoso elmo al soldato che era stato colpito dai suoi “alleati”, ci fa amaramente scoprire che non si tratta di altri che d’un esile vecchio. Kyro raccoglie la spada che a malapena reggeva, affascinato dalla fine affilatura della lama più di quanto non lo fosse per via delle gemme che ne tempestano l’elsa. Proseguendo per il corridoio, in breve ci troviamo nuovamente dinnanzi alla porta della cucina con le due donne; torniamo allora sui nostri passi, fino a raggiungere un’altra porta, poco prima dell’angolo opposto del corridoio. Entrati, uno scenario inusuale ci stupisce: una stanza con uno scrittoio ed un caminetto e due sedie. Ciò che mi ha incuriosito è il fatto che la sedia posta dinnanzi alla scrivania era rinforzata con elementi in ferro adatti per legarvi, con catene e lucchetti, una persona. Sembra si tratti di una sala per interrogatori, solo stona la presenza di un piccolo vassoio sulla scrivania, contenente una teiera e due tazze di liquido ancora caldo, che l’elfo non manca di annusare.

Dopodichè, così come fatto nella stanza di Leopold, sacerdote del villaggio, apre i cassetti dello scrittoio, rinvenendo attrezzi da scrittura ed un libro finemente rifinito, un diario.

Tà ras me lo porge, ne leggo qualche pagina: quello che era stata solo un’assurda supposizione, prende sempre più verosimiglianza. Il diario è un continuo elenco di esperimenti ed esiti, dove si parla spesso di metamorfosi parziali o complete, successi o decessi delle cavie.

Il conte, in qualche modo, tramuta in corvi gli uomini che rapisce in gran numero dal villaggio vicino.

Usciti dalla sala per interrogatori, accediamo ad una sorta di guardaroba, con armadi di grandi dimensioni e cassettoni, ed una porta. Oltrepassandola, ci ritroviamo in una sontuosa camera con un letto a baldacchino posto su un enorme tappeto. Mentre giriamo per la stanza, Tà ras si avvicina ad una parete e comincia a toccarla, come se stesse cercando qualcosa al buio. Mi avvicino, incuriosito. Dice di essere sicuro che una porta si trovi qui e poco dopo, la trova: un varco si apre nella parete. Dall’altra parte, nuovamente terrorizzate dalla nostra apparizione ancor più inaspettata della prima, Ester e Magda.

Le loro parole ci chiariscono alcuni dubbi: la stanza da cui proveniamo è quella del conte Dimitri, c’è un passaggio simile anche tra la stanza della bella Magda e l’alloggio del generale (…), le statue formate da due metè differenti erano precedentemente disposte in modo da formare figure intere. Scopriamo anche che il vecchio in armatura era Eribert, il maggiordomo, ma Nuin decide di non rivelare questa scoperta alle donne, negando di averlo visto in giro.

Tà ras guarda il nano con disapprovazione, chiedendogli poi in disparte se non sarebbe stato il caso di dire la verità , ma secondo me le due donne spaventate, per cui noi siamo assolutamente sconosciuti, ci avrebbero creduto responsabili dell’assassinio.Tà ras e Kyro tornano nella stanza di Dimitri. Quando io e Nuin li raggiungiamo, vediamo l’elfo guardare sotto il letto, poi ci chiede aiuto per spostarlo e sfilare via il tappeto. Così facendo scopre una piccola botola. Troppo stretta per essere un passaggio, si rivela un nascondiglio, e cela una cosa orribile, testimoniata da un tanfo che ormai conosciamo sin troppo bene.

Seppure non ci aspettassimo certo di trovare una composizione di fiori di campo, la scoperta rimane agghiacciante: lo scheletro di un bambino.

Ci interroghiamo sul significato di tale scoperta, e io cerco risposte nel contenuto degli armadi presenti in sala e nell’anticamera. Nessun abito per bambini. Trovo due libri, ma non si tratta di nulla di attinente: “La caccia boschiva” e “Sulla salmodia”. Frattanto Tà ras ha già  avvolto in un panno il piccolo scheletro e, insieme a Nuin e Kyro, si affretta a ripartire alla ricerca delle altre statue, non trovando altro che possa condurci al conte.

Giungiamo ad una delle torrette che non abbiamo ancora visitata e, discese le scale, vediamo un corridoio come quello che è crollato sotto i piedi dei miei compagni d’avventura, nell’altro versante dell’edificio. Stavolta vado avanti da solo, chiedendo agli altri di restare sulla soglia. Appena ruoto la maniglia, anche questo pavimento si schiude improvvisamente, ma nessuno di noi è caduto nella trappola.

Ricomposta la statua del corvo, non riusciamo a fare altrettanto con l’altra, raffigurante una donna, perché non appena proviamo comincia a liquefarsi. Torniamo alla statua dell’uomo, ma non riusciamo a riassemblare nemmeno questa. Le mani di questa statua, però, possono essere ruotate e sembra che siano modellate per impugnare qualcosa.

Guardo con attenzione, provo ad inserire la mia lancia in una delle mani, ma il manico è troppo sottile… trattandosi della statua di un imponente guerriero, presumibilmente impugnerà  un’arma… un’arma dall’impugnatura massiccia. Guardo lo spadone che Kyro ha preso dall’armamentario messo addosso al vecchio Eribert, fatico non poco per convincerlo a prestarmelo, però la mia intuizione è corretta, e la spada si incastra alla perfezione nelle dita della statua, che quasi sembrano serrarsi attorno all’impugnatura.

Rimane da capire cosa dovrebbe impugnare l’altra mano. Qualcosa mi viene in mente, ma non riesco a far chiarezza nei miei ricordi. Torniamo indietro, a riveder la sala di Dimitri prima, ed il lungo salone al piano di sotto dopo. Uno scudo, posto sopra il camino. Potrebbe essere quello che cerchiamo: un guerriero, una spada… potrebbe essere quello scudo l’elemento mancante. Ma dal momento in cui Tà ras lo prende, spero fortemente che non sia quello, nel vederlo andare in frantumi al primo movimento, per la ruggine che negli anni l’ha corroso.

Continuando a guardarci attorno, è un candelabro diverso dagli altri ad attirare la nostra attenzione. Un candelabro nero e più grande. Prendendolo, notiamo che non sono vere candele, ma sono solo scolpite, in modo molto realistico.

Torniamo alla statua del guerriero. Tà ras pone il candelabro nella mano rimasta libera, e mi consiglia di ruotare lo spadone verso il basso, perché non sia rischioso per noi nel riassemblare i pezzi della statua. Non appena ricomponiamo la statua, essa sembra saldarsi alla perfezione, le candele scolpite nel candelabro si accendono, come fossero vere, la terra trema e sentiamo un urlo lancinante, un’acutissima voce femminile che ci fa coprire istintivamente le orecchie.

Si apre un varco nel sottosuolo, immediatamente dietro di noi, mentre tutto qui sembra stia per crollare da un momento all’altro. Un passaggio s’è aperto e, nonostante le ferite e la stanchezza, non possiamo che introdurci e sperare che non sia la nostra fine. Una scalinata continua a perdita d’occhio nell’oscurità  del sottosuolo, scendiamo a passo veloce per decine di minuti, su degli scalini che man mano diventano sempre meno scolpiti, fino a diventare uno scosceso ed accidentato sentiero. Mentre scendiamo si sente risuonare nell’aria sempre più distintamente una cupa nenia.

Giunti alla fine l’aria si fa pesante, umida e fetida delle acque stagnanti, che costeggiano sulla destra un angusto passaggio. Sulla sinistra, una fila di porte da cui provengono versi mai sentiti prima. Immediatamente mi tornano in mente gli esperimenti letti nel diario.

Avanziamo, evitando di far trambusto, fin dove il passaggio gira ad angolo retto. Quando ci affacciamo, lo spettacolo che ci si para d’innanzi è orribile e maestoso. Un’enorme caverna, con una scalinata che sale sino a giungere su di un altare dove tre figure incappucciate coprono a malapena un’imponente figura umana, che, dandoci le spalle, armeggia con qualcosa recitando strane formule. Alzando lo sguardo, scopriamo l’origine di quei canti: un coro di oscure figure incappucciate circonda l’ambiente. Notiamo anche delle presenze eteree rinchiuse in colonne luminose, spiriti!

Ostentando noncuranza, Dimitri si prende beffe di noi che osiamo presentarci in casa sua, e che assisteremo ora al suo trionfo, ai suoi esperimenti finalmente portati a termine con successo, dopodichè torna ad armeggiare sull’altare, imperterrito.

Nonostante il luogo assurdo e terribile in cui ci troviamo e le ferite e la stanchezza che abbiamo in corpo, non possiamo arrenderci proprio ora, non possiamo, da cacciatori, diventare prede. Nuin corre su per le scale, colpendo una delle figure ammantate che, non appena sfiorata, sparisce, lasciando come unica traccia di sè un vuoto manto.

Possiamo ora vedere che sull’altare c’è un uomo che si contorce sotto i gesti del conte, con i muscoli tesi e le articolazioni che producono forti scricchiolii. Tento di colpire con una freccia quell’uomo, perché smetta di soffrire e non diventi una minaccia per noi, ma metto troppa forza nel tendere l’arco, forse per la tensione, e ne spezzo la corda.

Il temibile prodigio s’è compiuto, l’uomo è adesso un grosso e minaccioso corvo, e rotea minaccioso su di noi. Tà ras lo colpisce con una freccia, scagliata con l’arco che fu di Raki, privandolo del becco. Ci carica, calando in picchiata, ma incorre nella lama dell’ascia da guerra di Nuin e, dopo poche altre cariche, precipita privo di vita.

Nuin cerca di raggiungere il conte, togliendo di mezzo le altre due figure incappucciate, ma egli padroneggia ormai la tecnica di trasformazione e, non certo per vendicare l’uccisione del suo primo esperimento, quanto più per punire la nostra intrusione, la applica su se stesso, iniziando a trasformarsi.

Prima di trasformarsi del tutto si rivela ai nostri occhi sotto le sue vere, raccapriccianti sembianze. Il suo corpo si sviluppa enormemente, il suo cranio si allunga, lunghi ed affilati canini sono evidenti nella sua bocca aperta in un urlo di follia. Nuin sembra ora, più che stupito, terrorizzato da ciò che è accaduto a pochi passi da lui. Una volta completata la trasformazione, anche Dimitri diventa un mostruoso corvo, ma di dimensioni enormi: alzatosi in volo, basta il battito delle sue ali a spingerci indietro.

Con un poderoso colpo d’ala scaraventa lontano Tà ras, che sembra perdere i sensi, poi lancia a me e Kyro dei corpi luminosi che, inesorabilmente, ci colpiscono. Sento un forte bruciore ma riesco a resistere e corro incontro all’enorme volatile che s’è ora posato in cima alle scale, seguito da Kyro. Come prima, con l’altro corvo, anche ora il mio fendente va a vuoto. Quest’arma mi ha tradito proprio quando più contavo su di essa. Mi sembrava potente e minacciosa, prima, ed ora mi sembra un impedimento, un enorme, rozzo e pesante pezzo di ferro che rallenta i miei movimenti.

Kyro, accanto all’enorme zampa, sembra trovarsi ai piedi di un albero dal grosso tronco. E, come un boscaiolo usa la sua ascia, così lo vedo insistere sulla zampa del corvo, intaccandone la pelle prima, e andare sempre più in profondità , nella stessa fenditura.

Il conte, se ancora è possibile chiamarlo così, s’alza in volo, facendo riecheggiare un urlo terribile, di dolore e cieca ira. Le colonne di luce entro cui sono gli spiriti ad un tratto esplodono, spariscono i cori di figure incappucciate, si apre una sorta di varco luminoso. Dimitri vi si introduce. Io e Kyro ci voltiamo e notiamo che Tà ras ha ripreso conoscenza e che Nuin s’è calmato dal panico che, nonostante il suo sprezzo del pericolo, l’ha colto.

L’entrata da cui siamo giunti è ormai crollata, e sembra che l’intera caverna stia per seguire la stessa sorte, per cui, sempre più feriti e mossi solo da disperazione, inseguiamo Dimitri oltre il varco.

Ci ritroviamo su uno dei faraglioni in mezzo all’acquitrino. Il conte, ancora sotto le sembianze di enorme corvo, volteggia sull’altro, in preda alla follia: nessuno può prevedere se e quando deciderà  di attaccarci nuovamente. Una nuvola formata da migliaia di corvi che volteggiano nell’aria incrociando le traiettorie dei loro voli, assume in breve le sembianze di un immenso corvo, che scaglia qualcosa contro il nostro nemico, facendolo precipitare, dopodichè centinaia di corvi si separano da quell’assurdo schieramento e compatti, fanno sparire quel che rimane del corpo di Dimitri, strappandone le carni a brandelli.

Ormai del tutto sgomenti per l’accaduto degli ultimi tempi, non perdiamo neppure tempo a chiederci chissà  quale grande prodigio abbia fatto accorrere quell’enorme essere dalle sembianze corvine in nostro aiuto, riconoscendo facilmente in esso Rowen, il dio precedentemente venerato dalla gente del villaggio.

Ci ringrazia, spiegandoci che da tempo voleva mettere fine alla follia del signore del Castello Dimitri, ma che la fortificazione sorge su una terra consacrata che neanche la sua potente magia, nè i suoi corvi (che morivano all’istante al solo avvicinarsi ad esso) potevano guadagnarne l’accesso. Noi siamo riusciti a metterlo in fuga, fuori dal suo antro, scoperto dalla sua protezione.

Ci spiega altri dettagli sul conte, sul potere che il sigillo gli forniva, sulla storia del castello, sul culto del villaggio, ma ero troppo scosso e sfinito per prestare l’attenzione necessaria a ricordarmi i dettagli. La cosa importante è che Rowen abbia capito l’importanza della nostra missione, schierandosi dalla nostra parte con un atto di estrema fiducia: la consegna del sigillo, un disco metallico recante inciso, in rilievo, un calice grondante sangue.

E’ ancora il dio a riportarmi repentinamente all’attenzione: vuole ricompensare ognuno di noi, concedendoci di vedere realizzato un nostro desiderio. Colto alla sprovvista, la mia mente va subito al vicino villaggio, dove regna la miseria e solo pochi anziani sono rimasti. Chiedo che la normalità  sia ristabilita in essa, e mi risponde che questo succederà , nel corso degli anni, ma solo ciò che ha lui distrutto, lui può ricostruire. Questa risposta mi lascia un po’ perplesso, dato che evidentemente ha contribuito anch’esso alla distruzione di quel villaggio. Cionondimeno, non metto in discussione la parola d’un dio, e non posso che fidarmi della sua previsione.

Il burbero, orgoglioso, generoso Nuin chiede che le nostre ferite siano sanate. Tà ras dimostra ancora una volta la sua natura modesta e pratica, ma altruista, chiedendo per sè e me un arco nuovo, giacchè i nostri sono andati perduti. L’arco che mi compare tra le mani è simile solo nelle dimensioni a quello che avevo prima, ma è completamente bianco e dalla corda appena percettibile alla vista. Con esso, una faretra dalle frecce piumate nere.

Infine anche Kyro chiede armamenti per sè e Nuin, ed anche la sua richiesta viene soddisfatta.

Così com’è apparso, il dio è ora sparito, lasciandoci nel mezzo dell’acquitrino, con i nostri dubbi circa la sua natura, lo scopo della nostra missione e su come andare via da quel faraglione.

Ci guardiamo l’un l’altro, increduli, senza proferir parola. Siamo ancora vivi, ancora insieme.

Ancora un altro corvo arriva allora, volando in modo sin troppo regale per i volatili della sua razza, da cui si distingue anche per il colore, rosso, come quello di Rowen.

Si posa sulla spalla di Tà ras, che non si scompone, come se in fondo lo stesse aspettando. L’elfo accenna appena un sorriso, in risposta ad una promessa che, probabilmente, solo lui può aver sentito.

 

Un sorriso, un sospiro

domenica, 22 gennaio 2006 al folle orario delle 17:00
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Oltre mezz’ora da quando ho aperto openoffice, per scrivere queste righe. Ho iniziato col titolo, quello è stato facile. Poi, una decina di minuti per capire cosa scrivere, ed ho fatto partire Atom Heart Mother. 23 minuti, la canzone è ormai sul finire, e li ho passati tutti rannicchiato, piegato su me stesso, con la testa tra le ginocchia.

Ad ascoltare, lasciandomi assopire. Devo riuscire a privarmi di questa abitudine, ad abbandonare questa postura: dopo, sento le ginocchia a pezzi, la schiena di certo non ne gioisce, e neppure mia madre che, entrando è come sempre senza bussare, inopportunamente è nella mia stanza, ne sembra molto “turbata” (eufemismo).

Ma rimane turbata anche al vedermi digitare al pc, qualunque cosa io stia facendo. Se sono al pc, e le mie dita pigiano sulla tastiera, significa che io sto “giocando”. In fondo ha ragione, temo, anche quando sono qui a scrivere file sorgente in Java, e compilarli in binari.

Binari. Venerdì 20 gennaio, stazione di Acireale, h. 22:27. Lorenzo, ancora una volta, parte per Viterbo: questa volta starà  via per un mese. La partenza inaspettatamente in orario, stavolta, niente corsa dietro al treno che parte, niente inspiegabile euforia (forse perché eravamo NOI, non c’era nessun altro da distrarre o consolare, nessun altro dinnanzi a cui dissimulare il nostro rammarico).

Tanti ricordi, a contorno, tante sensazioni: cominciate a Catania con Alessandro, Mario e Valeria, proseguite al Gasoline, davanti ad una McFarland rossa, con Vittorio e Silvia. Non mancano gli argomenti di distrazione e, con la birra, scorrono tempo e risate.

Mi vergogno un po’ a fare i conti con la mia debolezza. Sarebbe necessario cambiare, e non posso sempre sperare di essere trascinato in qualche stravolgimento che mi costringa ad adattarmi di conseguenza. Stavolta sta a me, e ho paura di non riuscire. Ho paura di rinunciare all’abitudine, di udire le grida di cui risuona l’aria.

La paura è un’ottima cosa, se spinge a reagire. Ben peggio la rassegnazione… quella non è affatto serenità . Quella è veleno.”

E non posso permettermelo: sono una frana, con gli antidoti. Per fortuna ho degli amici che mi possono aiutare con l’individuazione.

 

Ballaci su questa terra:
faremo un pò piovere. 
Vieni qua che c'è questo drive in
che ha per schermo un gran cielo gonfiato.
Macchina o no c'è un bel pezzo d'asfalto
da correre. 

Gran bella serata, sabato. Il coro degli Unashamed Singers e i Lambrusco&Popcorn, che da così tanto tempo mi ero ripromesso di ascoltare. Bravi, molto! E’ stato molto simpatico anche accompagnare Alessandro e Mario, armati di macchina fotografica e treppiedi, a far foto a Catania, all’ingresso della facoltà  di Giurisprudenza, con Valeria, Manuele e Livio. Anche in questo caso la serata è andata, tra momenti di torpore e battute surreali, gag e fotografie di gruppo in pose più o meno strane , una bevanda a Piazza Trento appena prima che il chiosco chiudesse, una cioccolata ed una fetta di crostata all’arancia alle 5 del mattino, ad Acireale. Certe notti sono solo piu’ allegro, piu’ ingordo, piu’ ingenuo e coglione che posso – quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere mai.

if the sun refused to shine…

mercoledì, 18 gennaio 2006 al folle orario delle 16:58
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Ore 10:15, mercoledì 18 gennaio. Il mio ultimo post risale a domenica, e descrive la giornata di sabato. Stamattina, finalmente, il sole filtra dalla finestra a tetto, Lorenzo mi invita a studiare da un’altra finestra, quella di un programma ormai tristemente noto col nome di msn, dove il mio avatar si lamenta: “Ommioddio, non riesco più ad esprimere il mio pensiero!!“. I Sigur Ròs in playlist, ed un po’ di ricordi da riordinare.

In questi giorni non ho scritto nessuna di queste pagine, nonostante non siano mancati i momenti di inattività  – anche piuttosto prolungati, devo dire – davanti al computer. Il fatto è che ho voluto “staccare” da tutte le routine che mi tengono compagnia, per ricominciare a studiare. Staccare non (solo) perché non posso permettermi di dividere ogni mio giorno tra associazione, almeno un’impegno a pomeriggio (tra calcio, d&d, varie ed eventuali) e il blog. Credo che – se mi piacesse studiare – riuscirei a mantenere buona parte delle mie abitudini, semplicemente limitandomi nei tempi. Se ho avuto bisogno di staccare, è per togliermi le “alternative”, e vedere la riconquista delle mie routine come obiettivo del mio studio, dato che non riesco a trovare interessante la conquista di “una posizione” o della carriera. Preferisco il resto.

Così, come ogni volta che scrivo il mio diario con qualche giorno di ritardo, do’ un bel colpo di spugna a tutte quelle sensazioni, considerazioni, particolarità  che rendono ogni giorno unico (e interessanti da leggere – per me – queste pagine), riducendo il tutto ad un elenco della partita a bowling di domenica, del mio lunedì di playlist fortunate mentre stampo le dispense di informatica e metto alla prova le capacità  coordinative di Bianca, di preoccupazioni – motivate – ma fuori luogo e consigli – sempre ottimi – di Mario, e della partita a calcetto a Zafferana, che mi ha causato molto dolore (solo fisico).

E poi ieri, martedì, il mio risveglio inutilmente mattiniero, il pomeriggio volato via – spero almeno di non aver deluso Paola, con le canzoni che le ho consigliato per iniziare a conoscere i Cure – e la sera, perfetta.

Iniziata alle 19 (e 20 minuti, il solito ritardatario), da Mario, con Lorenzo, i gatti, un apostrofo di troppo davanti all’amalgama, una cioccolata e quattro chiacchiere, il cd in MI e Giovanna al telefono. Proseguita con un viaggio verso Palermo – interrotto all’uscita per la “Catania – Gela”, quando mi sono svegliato dal rapimento della musica, e mi sono ricordato che dovevo uscire in via Giuffrida.

Tre fratelli Color Indaco (senza nulla togliere al basso – e contrabbasso – del maestro Nello “Knopfler” Nicotra), seguiti dal soundcheck a Stairway To Heaven. E che continuerà  a seguire: davvero bravi! “Thank you” (ma quella dei Led!) dedicata a chi li ha proposti!

Ho parlato di serata perfetta. Dovrei forse omettere il fatto che ho smarrito il mio set di dadi? E che, appena l’ho comunicato a Mario, una volta tornato a casa, è uscito nuovamente (alle 2:45) per percorrere a piedi tutto il tragitto da casa sua a casa mia, nella speranza di ritrovarli. Quante altre persone possono avere a cuore che la tua serata perfetta lo sia fino in fondo?

 

Sono le 12, ormai.

18/01/2006 11.02.32 krisbì ciao ciao ciaoooooooooooooooooooo
18/01/2006 11.02.36 galeot buona giornata :)
18/01/2006 11.02.47 galeot

per fortuna c’è il pomeriggio

Questo tempo me lo sono giocato, e non riesco ad esserne pentito.

escursioni termiche

domenica, 15 gennaio 2006 al folle orario delle 16:57
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Per iniziare bene un weekend nonostante la pioggia che mi priva totalmente della voglia di alzarmi dal letto non c’è nulla di meglio della creazione di un mondo. Prelevo Angelo, ingegnere capo del progetto, e ci rechiamo subito all’ufficio designato (Mediterraneo), con libri, carta e penna, cornetto e cappuccino.
Un ragazzo (che, a quanto pare, conosco) entra, mi saluta, mi augura “buon lavoro” e, al mio sorriso imbarazzato, adocchia meglio i manuali che sfogliamo e corregge l’augurio in un “buon divertimento”.

“Lavoriamo” sodo, fino ad ora di pranzo, di cui riporto il menù

  • Pane
  • Quello che trovi.

Fortunatamente non è la fantasia che mi manca. Il pomeriggio passa sonnolento per via dello studio. Anzi, dei (poco convinti) tentativi di riprendere a studiare. Non capisco cosa mi renda così pesante l’approccio allo studio, a parte poche eccezioni le materie mi piacciono, probabilmente sono argomenti che approfondirei per interesse personale, se non fossero “materie”, se non dovessi studiarle in un modo più efficace nell’esposizione che nell’apprendimento, entro una scadenza che, a prescindere dalla data, sarà  sempre troppo vicina.

Il problema è in me, credo, forse si chiama edonismo.
Sono disposto a spendere tutto per ciò in cui credo; caso vuole che ciò in cui credo “non mi darà  il pane” (cit. Mamma).
Fa molto “Radiofreccia”, ma non è per fare il Ligabue della situazione.
Credo che la vita non abbia un senso di per sè e che ognuno di noi voglia attribuirgliene uno, cercando di rendersi importante per gli altri.
Credo che i ricordi sono l’unica cosa che mi appartiene veramente, intimamente. E per questo ci tengo a collezionarli, che siano dolci o amari, purchè intensi, fitti, veri.

Altrimenti non saprei spiegarmi perchè in piena notte, con mezza dozzina di ottimi motivi per lasciar perdere, mi sia trovato con Alberto, Alessandro, Emidio, Lorenzo a percorrere i tornanti innevati e ghiacciati dell’Etna per poi ritrovarci al rifugio Sapienza. Insieme. Con vestiti troppo leggeri per i 3 gradi sotto zero, e poi di nuovo in auto, lasciare fuggire l’aria calda dell’abitacolo ad ogni apertura della porta, illusa di poter rendere meno freddo l’ambiente circostante e disperdersi, fallendo, in esso, senza lasciar traccia del suo passaggio.