Brano I – La partenza verso il nano fabbro
Un gentile nano ed uno strambo mezzuomo mi convincono, con un breve discorso ed una missiva , ad unirmi alla loro carovana dai tendaggi neri. Salendo noto un grosso e grasso Nano ed un robusto uomo vestito di corazze. I miei compagni di viaggio sembrano un po’ taciturni, o forse sono solo timidi. Centinaia di scossoni dopo, una strana figura si unisce a noi. Noto subito che mi somiglia in qualcosa, ad esempio per quanto riguarda le sue orecchie a punta – che sono comunque più lunghe e sottili delle mie. Se i primi due mi sembravano taciturni, egli non saprei come definirlo! Sembra molto altero, e giurerei che anche il grosso Nano lo guarda con diffidenza.
Il viaggio prosegue, con i suoi scossoni a cui, per altro, mi stavo abituando, quando accade qualcosa: distinguo (ma non ripeterò qui) le imprecazioni del nano contro il mezzuomo, a proposito delle sue conoscenze della via, e mi diverte sentire le minacce del nano di usare come ruota sostitutiva il mezzuomo stesso. Questo mi fa però realizzare che avevamo perso una ruota, e quindi siamo costretti ad accamparci nel folto del freddo bosco ove ci troviamo. Raccolti i resti della ruota, il nano ne ha fatto un fuoco su cui il mezzuomo ha cotto delle vivande, che – devo ammettere – non hanno nulla da invidiare ai manicaretti che mi faceva Athulea.
I nostri accompagnatori ci danno del cibo. Noto che non sono l’unico ad avere fame, e ognuno di noi è abbastanza preso dalla foga di mangiare dal non pensare nemmeno a fare la conoscenza delle persone con cui ha viaggiato. A parte l’ultimo arrivato che si allontanava ad ogni occasione… trovava forse che io puzzassi?!
Il nano gentile doveva essere un gran guerriero! Ho faticato a sollevare la sua ascia, eppure ero il più forte tra i giovani del villaggio!
Dopo aver consumato il nostro pasto, il sonno mi vince. Credo che anche gli altri si siano appisolati, non saprei altrimenti spiegarmi quello che ho visto al mio risveglio. Trambusto, un lamento, l’aria impregnata dell’odore del sangue: ecco cosa mi ha svegliato. Il nano dalla grossa ascia giace li, nel suo sangue. Sento un rumore provenire da oltre la carovana, salto in piedi a cassetta e controllo la situazione, mentre anche i miei compagni di viaggio si svegliano e si mettono all’erta. Si odono allora dei versi fastidiosi, e percepiamo dei movimenti provenire dai cespugli circostanti.Un lurido esserino deforme esce dal cespuglio ed aggredisce il nano, ferendolo al fianco con una sorta di randello chiodato. Altri esserini rudemente armati escono allo scoperto con fare aggressivo; un secondo esserino si avvicina al grosso nano, uno a me, in due si dirigono verso l’uomo, presto raggiunto da quello che ho realizzato essere un elfo. Il nano cala la sua mazza contro l’esserino, ma esita e sbaglia il colpo. L’elfo con decisione ne colpisce uno scoccando una freccia. Anche l’uomo s’è mostrato valoroso e esperto, tagliandone letteralmente in due uno. Io infilzo quello più vicino a me, lasciandogli conficcata la lancia nel petto, impugno l’arco e preparo una freccia dalla faretra. L’uomo corre verso un secondo esserino urlando ferocemente, ne taglia un altro in due. La fortuna è dalla nostra, un “pezzo d’esserino” impedisce i movimenti di uno dei due che aveva aggredito il nano. Lo finisco infilzandolo con una freccia. Noto che l’altro esserino addosso al nano è riuscito ad addentarlo alla gamba. Non so, ora, se sia stato un rischio maggiore avere agito o sarebbe stato più prudente aspettare che il nano se la cavasse da solo, ma nell’attimo non ci ho riflettuto affatto: ho scoccato una seconda freccia. La fortuna è dalla nostra.
L’elfo ha trovato e sepolto i resti del mezzuomo e il nano ha fatto altrettanto con il suo fratello ucciso. Abbiamo deciso di incamminarci, per uscire al più presto da quella strana foresta. Avendo sentito i nostri accompagnatori parlare di una svolta nel sentiero, la troviamo, indicata da un cartello con la scritta Mordeim e qualcosaltro che sembra impressionare i miei compagni di viaggio.
Non mi sono fermato a leggere il resto, in realtà , per la fretta di avanzare. Notiamo da lontano delle baracche, costruzioni ormai in rovina, lasciate fuori da possenti mura di cinta (che il nano guarda però con disprezzo, chissà come mai). Dentro, due guardie davvero indisponenti, indifferenti al racconto della morte dei nostri accompagnatori, sembrano non curarsi delle macchie di sangue di cui siamo pieni. Ci indirizzano svogliatamente all’unica locanda della città : il Nano Fabbro.


