Archivio di Dicembre, 2005

Riot Act

Venerdì, 30 Dicembre 2005 al folle orario delle 16:40
Postato in Foto, blog

2005 agli sgoccioli, da una settimana non avevo tempo, bisogno o voglia di scrivere in questa pagina. Ora le mie dita hanno fame di tastiera

Cerco di riprendere un po’ il filo delle mie giornate passate. Vediamo, l’ultima volta che ho scritto risale al 23 dicembre, e non è che abbia parlato troppo della mia giornata. Considerando che questo (ogni tanto mi serve ricordarmelo) è un diario, è una mancanza non indifferente. Tento di rimediare.

Come punto di partenza mi sembra accettabile la sera di martedì 20 dicembre. Titanica giocata notturna a D&D (con relativa, ininterrotta attività  masticatoria), con rientro a casa nella tarda mattinata del giorno successivo, il 21, che scorre via silenzioso, facendomi ritrovare in pieno giovedì 22. L’assemblea dei soci, poi “Collateral” visto a casa di Mario con Andrea e Michele. A film finito è passato Lorenzo, che mi ha dato una bella novità  ed una lettera (sorpresa!) da parte di Giovanna. Verso mezzanotte ero a letto, tenuto sveglio da “Castelli di Rabbia”, fino all’1:30 del 23.

Le 3:30 di stamattina. Mi sono svegliato, dopo due ore di sonno. Sarebbe stupendo dirti che mi sono svegliato in seguito a chissà  quale sensazione o presentimento, purtroppo la ragione del mio risveglio era il cellulare che squillava all’orario che avevo impostato, per svegliarmi. Mezz’ora dopo ero in giro per Acireale a affiggere manifesti, fino alle 7:30 del mattino, per poi distribuire volantini all’entrata delle scuole. Per quella serata, ricordi, gli Eirene?
Una stupidaggine, senz’altro, da parte mia. Ma è quello che mi fa stare bene, anche se ci perdo, anche se “chi me lo fa fare”.

Pressapoco alle 11:30, dopo essere rientrato in casa e aver fatto una lunga doccia, ho risposto ad un’email che mi ha molto sorpreso, scosso.
Nel pomeriggio, ricordo che ho tentato diverse volte di rintracciare Mario, per andare a vedere “Le cronache di Narnia”. La sua buona stella l’ha protetto: non sono riuscito a rintracciarlo, gli altri mi dicono che “stasera non c’è”, e s’è risparmiato un film deludente. Dopo il film io, Angelo, Livio, Manuele, Andrea e Rosario abbiamo vissuto un’avvincente quest: “alla ricerca di un panino”. Rosario ed Andrea sono i primi a desistere, ma la tenacia di chi è andato fino in fondo è stata premiata: il panino l’abbiamo trovato, al quarto tentativo.

Alle 2:00 della vigilia, appuntamento a casa di Cesare, dove ci sono anche Alessandro, Mario, Sebastiano. C’è ancora da andare in giro per l’affissione dei manifesti, ma stanotte è stato quasi piacevole, forse anche grazie alla cioccolata calda alle 5:30 del mattino. Al rientro a casa, mi becco un rimprovero via MSN, verso le 6. Non sono ancora convinto che fosse ben motivato, ma rimane comunque da tenere a mente, come monito.
Buio, dalle 6:30 alle 13:30.
Nel tardo pomeriggio ho ricevuto una bella sorpresa da Sebastiano: un cd di Tom Waits, “Blue Valentine” (che ho ascoltato la sera stessa. Bellissimo!). Poi ho scambiato gli auguri con Mario e Vittorio, che erano di passaggio, e, davanti ad un buon thé, insieme con mio fratello e Sebastiano, con Angelo.
Dopo il cenone, al falò. Evito di fare l’elenco delle persone con cui ho sbagliato gli auguri, l’hard disk di questo server ha solo 20 gigabyte di capacità . So solo che, nel trambusto, mi sono ritrovato tra le mani un bel bicchiere da cioccolata calda e il necessario per prepararne una, al caffè. E ancora una notte fuori, ancora una volta a giocare.

Il 25 l’ho passato a casa. “Natale con i tuoi”, e resa alle lusinghe del letto.

Il 26, “Santo Stefano”. Nel pomeriggio Guglielmo propone di andare a vedere insieme, in serata, una cover band dei Blues Brothers. Un paio d’ore dopo, più o meno alle 17, Vittorio e Alessandro passano da me, andiamo a fare un giro su due ruote (io da passeggero, purtroppo). Al ritorno ci concediamo 10 minuti al bar. Non avevo ancora consumato metà  del mio thé verde che Alessandro dice: “Sarebbe bello andare a Roma prima di Capodanno… ci andiamo?”. Rispondo “sì” senza troppi indugi, poi torno a casa. Il discorso “Roma” mi ha fatto venire in mente che Manuele e Livio sarebbero presto partiti per andare a trovare Giovanna. Mi sono affrettato a buttare già  quattro righe, perché prendessero il mio posto in questo viaggio cui non avevo potuto prendere parte in prima persona. Prelevando al volo Mario, incontro gli altri alla stazione, realizzo la milionesima brutta figura per via della mia inettitudine (anche) nel riconoscere i volti e saluto i ragazzi, affidando loro la mia speciale “missiva”.
Più tardi, dopo decine di rimescolamenti dei “programmi per la serata”, in un modo o nell’altro mi ritrovo al RA5, un locale a Catania, con Alessandro, Mario, Valeria e suo fratello Giorgio, ad assistere allo spettacolo dei “Blues Brothers”. Molto gradevole, anche se siamo arrivati in tempo giusto per le ultime quattro canzoni.

La mattina dopo ho detto a mia madre che l’indomani sarei partito per Roma. A mio padre no: era al lavoro. Nel pomeriggio, due sorprese: un libro di Stefano Benni, da parte di Lore (grazie!), e la notizia che i miei genitori si erano recati all’ospedale, dove si trovava mia zia, perché svenuta in seguito ad un malore. Nel pomeriggio ho comunicato anche a mio padre la mia intenzione di partire. Alle 21:30 Alessandro mi ha detto che ha ottenuto l’assenso dei suoi, alle alle 22:18, dopo un paio di telefonate, ho prenotato una camera doppia per due notti.
“Forse fa male, eppure si va.”

Avevo lasciato il racconto a metà , erano le 4 del mattino ed andavo avanti a fatica. Ora sono le 15:05 del 31 dicembre, tra un’ora ho direttivo - ho già  litigato con i miei genitori e rimandato una visita d’auguri ai parenti: insomma, sono tornato a tutti gli effetti.

Eravamo rimasti alla partenza. Alessandro era sotto casa mia il 28 dicembre alle 8:30, l’ho fatto aspettare un quarto d’ora buono, il pieno di diesel all’Ibiza fatto alla SP e, finalmente, siamo partiti.

Le ore scorrono veloci (ma mai quanto i chilometri), tanto che rimandiamo continuamente la prima - ed unica, nel viaggio di andata - pausa alla stazione di servizio dopo Salerno, ad oltre 550km dalla partenza. Qui mangiamo un panino e rabbocchiamo il serbatoio dell’auto. Alle 17 giungiamo all’hotel, ci fermiamo un po’ in stanza per darci una rinfrescata. Telefono a Livio, per organizzare una sorpresa per Giovanna, e ad una persona di cui non conosco nemmeno il nome, perché mi aiuti a contattarne un’altra, di cui conosco il nome e poco altro. Ma, come prevedibile, non si parla con gli sconosciuti.

Passiamo a trovare i gentilissimi zii di Alessandro, che ci invitano a cena per l’indomani, poi andiamo a Bracciano. Arriviamo alle 21:20 sotto casa di Giovanna, ed attendiamo che Livio venga a prenderci. Mentre aspettiamo, una ragazza si accosta al citofono della stesso cancello dove aspettiamo. Prima ancora che prema il pulsante, arriva Livio, dichiarando: «Pazzi! Siete pazzi! Tre pazzi!». Io ed Alessandro sorridiamo, al vedere l’ignara ragazza spiazzata da questo arrivo. «Ma siete amici di Giuseppe?» ci chiede. «No, ma potremmo diventarlo» rispondo. Poi lei va, noi attendiamo istruzioni per portare a compimento la sorpresa. Saliamo le scale e ci “nascondiamo” in mansarda, dove ritroviamo la ragazza “del citofono” (che si è presentata, poi, ma non ricordo affatto il nome) e scopriamo che Giuseppe altri non è che il fratello di Giovanna.

Il seguito non è difficile: con una scusa qualunque, Livio e Manuele fanno salire Giovanna, che trasale e (per scherzo?) corre via urlando.

Ci riuniamo tutti, con l’idea di vedere un film insieme. Ma le ore di viaggio, la penombra della camera e la comodità  del divano mi costringono quasi tra le braccia di Morfeo, per cui io ed Alessandro decidiamo in breve di congedarci, dandoci appuntamento per il giorno dopo.

Interrompo nuovamente: ora devo andare al direttivo.

1 gennaio 2006, ore 9:32

Non è il direttivo che sia durato più del previsto. Racconterò anche di questa lunga interruzione, per il momento “ritorno” a Roma. “Jari” Giampiero, un amico che Alessandro ha conosciuto via Internet, ha insistito perché ci vedessimo, anche in tarda serata, per prendere una birra insieme. Lo incontriamo, e si rivela tanto simpatico da permetterci di ridurre al minimo i convenevoli e andare al sodo: ABBIAMO FAME! In tutta la giornata abbiamo mangiato solo il panino alla stazione di servizio. Andiamo prima in un pub, «un angolo di Monaco a Roma», dove servono una bionda doppio malto alla spina veramente buona. Si chiacchiera a lungo, sorseggiando birra accompagnata da un generoso centro tavola di salumi assortiti e pane casareccio. Dopo aver riso, scherzato ed amabilmente mangiucchiato, richiediamo la concretezza… ed ecco che, anche a Roma, è il “panino zozzone” a far la parte del leone!

Ci renderemo conto solo poche ore dopo che consumare cotal prelibatezza alle 2 di notte non è stata esattamente una cosa furba.

Tornati in “Casa Domitilla”, il nostro hotel, vado a letto quasi immediatamente, non prima di aver acceso il lettore mp3 e indossato gli auricolari. L’ultima canzone che ricordo è “Just like heaven”, ed è su “Fix you” che ho riaperto gli occhi per il tempo necessario a riporre il lettore sul comodino e riprendere sonno, fino alle 9:30 del mattino.

Al mio risveglio, dopo una rinfrescata, mi rendo conto di essere in ritardo per la colazione, che è servita fino alle 10. Mi fiondo alla sala ristorante, implorante: «sono ancora in tempo per un caffé?». Mi è andata bene, il tempo è sufficiente anche per un panino al sesamo con marmellata ai frutti di bosco. Torno in camera, io ed Alessandro decidiamo di prendercela comoda ed andare a fare un bel giro in un centro commerciale. I monumenti li abbiamo già  visti diverse volte, e avremo occasione di rivederli in altre occasioni, e magari non sotto la pioggia gelida.

Il giro è stato piacevole, sia io che Alessandro abbiamo comprato qualcosa, nulla che non avremmo potuto comprare anche qui dalle nostre parti, ma utili da associare, un giorno, a questa bell’avventura romana. “Questa storia” per me, “Riot Act” per Ale.

“Pranziamo” (le virgolette sono doverose) in uno dei fast-food all’interno del centro, dopodiché ci apprestiamo a raggiungere Giò, Livio, Manu, Alice, Federica. Affidata la macchina ad un luogo d’usura mascherato da garage custodito (5 euro l’ora), per ingannare l’attesa prima che arrivino “i nostri” facciamo un bel giro per la stazione Termini, veramente caotica, allietandoci da soli gli animi parlando dei vari modi in cui potremmo essere contagiati da qualche epidemia o esser coinvolti in qualche attentato terroristico, in una ressa tanto densa e varia di persone.

L’attesa è più lunga del previsto. Ci buttiamo ancora una volta nella musica, a zonzo tra gli scaffali di Ricordi (detto così sembra quasi una cosa poetica, ma si trattava proprio di Ricordi Mediastore :P)

Vediamo finalmente arrivare tutti. Ci incontriamo, senza nasconderne la gioia nel farlo - che motivo ci sarebbe stato, daltronde? Ma non divago, non ora.

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Passiamo 15-20 minuti a cazzeggiare, ridere, parlare, decidere dove andare e come spostarci. La parte riguardante le decisioni viene affrontata col lancio di un d2 (altrimenti detto “monetina” dai profani). Ci spostiamo in metro, per poi attraversare a piedi la snobissima via dei Condotti e arrivare alla “Galleria Alberto Sordi”. Di nuovo fermi lì, per fare shopping, e naturalmente ridere e scherzare. Non mi rendo subito conto del fatto che in galleria è diffusa della musica, fino a quando non riconosco dalle prime note un bel brano del Coldplay, rallegrandomene. Mi volto a guardare Ale, cercando un segno di intesa, ma noto invece che lui guarda ora Giovanna. La guardo anch’io: all’inizio di “Trouble” ha cambiato espressione.

Chiedo ad un passante di farci una foto di gruppo, e per me ed Ale è già  il momento dei saluti; sono le 19:15 e alle 20 abbiamo l’appuntamento per cena.

Riusciamo a non arrivare troppo in ritardo. I complimenti che ho fatto alla zia di Alessandro per la cucina non erano pura formalità , ed il menù merita senz’altro di essere ricordato:

  • Pasta al pomodoro

  • Scaloppine al limone

  • Sfoglia con funghi e mozzarella

  • Contorni: finocchi e patatine fritte

  • Arance siciliane, mele rosse

  • Panettone

Un’ottima cena, ed un’ottima conversazione, ci fanno perdere la cognizione del tempo e, consecutivamente, la puntualità  per l’appuntamento al Jailbreak per vedere Jari ed il suo gruppo all’opera con le canzoni dei Skid Row. Infatti al nostro arrivo si stavano già  esibendo “The Invaders” con le loro interpretazioni degli Iron Maiden. Mi hanno impressionato con “Fear of the dark”, veramente bravi. Meno raffinata, ma sicuramente “divertente”, la cover-band dei Black Sabbath, con le improbabili acrobazie del pittoresco cantante a torso nudo, con un (troppo) piccolo gilet sbottonato addosso.

Finite le esibizioni, salutiamo anche Jari, e torniamo in hotel. Preparo sommariamente la roba da mettere in valigia l’indomani, per poter liberare in fretta la camera, e mi ficco nel letto al più presto. Quattro chiacchiere con Ale: su come abbiamo passato questi due giorni a Roma, su quello che ci aspettavamo, su quello che è arrivato. «Inutile girarci attorno: sia io che te speravamo in qualcosa che non è stato». Vero, ma non tutto può andare sempre come sperato, e la quasi totalità  dei momenti passati a Roma sono stati bei momenti. Forse si tratta di “chi si accontenta gode”, ma è stato comunque molto bello.

Alle 3 sentiamo “BOM-BOM-BOM”, tre forti colpi alla parete. Le pareti sono sottili e il vicino di stanza s’è alterato. Vedo Ale voltarsi di scatto verso me, guardandomi sconvolto; realizzo allora che ha pensato che fossi stato io, in preda a chissà  quale raptus, a battere pugni al muro. Non riesco a trattenere le risa, e spiegatone il motivo, ridiamo entrambi per una decina di minuti abbondanti - inducendo il paziente vicino ad imprecare ulteriormente.

La mattina successiva, dopo una doccia al volo e il solito caffé in extremis, lasciamo l’albergo. Passate un paio d’ore, insieme agli - impareggiabili - Zii, ci mettiamo in viaggio per il ritorno.

Stavolta c’è neve, per strada. Senz’altro uno stress per Ale che guida, ma non posso che apprezzare il senso di rilassatezza che riesce a darmi il paesaggio innevato. Forse anche a causa di Svefn-g-englar dei Sigur Ros alla radio.

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Alle 22 rientriamo ad Acireale. Ammetto di non provare alcun piacevole senso di “ritorno a casa”, forse per la brevità  e l’intensità  del viaggio.

 

Incompleto

Giovedì, 22 Dicembre 2005 al folle orario delle 16:40
Postato in blog

Come un riassunto di poche righe per un vissuto di molte ore.
Come una giocata a D&D, a cui non bastano le poche ore di una notte.
Come un “paninopocco” senza le patatine.

Come un grande progetto, quando non trova supporto.
Come un caffè letterario senza Baricco. E senza Irwing.
Come una squadra, quando i membri non credono in essa.
Come il riposo che due ore di sonno possono dare nell’arco di una giornata.
Come la carriera, o il lavoro, senza la passione.
Come la famiglia, quando l’unica cosa in comune è il tetto.
Come il dolce senza l’amaro. E viceversa.
Come i sogni senza la fede.
Come il tuo tempo, quando non sai dove andare. E con chi.
Come il dialogo con gli amici che incontri quotidianamente.
Come il rapporto con gli amici che incontri raramente.
Come la conoscenza di una persona senza il contatto fisico.

“in una fredda giornata d’inverno due porcospini si rifugiano in una grotta e per proteggersi dal freddo si stringono vicini. Ben presto però sentono le spine reciproche e il dolore li costringe ad allontanarsi l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li porta di nuovo ad avvicinarsi si pungono di nuovo. Ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra due mali, finchè non trovano quella moderata distanza reciproca che rappresenta la migliore posizione, quella giusta distanza che consente loro di scaldarsi e nello stesso tempo di non farsi male reciprocamente. Un giorno uno dei due porcospini si allontana, senza preavviso, sale su un pezzo di legno che vedeva galleggiare in un fiume e la corrente lo porta all’altra riva. Si rende allora conto che il rischio di sentirsi pungere dalle spine dell’altro era ben poca cosa dinnanzi al gelo di questa nuova terra al di là  del fiume, immensa e sconosciuta. Si affaccia, allora, raduna tutta la voce che ha in corpo e chiama a gran voce il porcospino rimasto:”Che triste sorte, che destino, il nostro” - si lamenta - “eravamo così vicini, prima, da poterci riscaldare ogni volta che ne avessimo avuto voglia; ma una stupida paura ci teneva distanti. Ora siamo lontani, ora mi accorgo che ci sei sempre stato, solo ora”. L’altro porcospino lo sente, cerca di rassicurarlo e confortarlo, ma ormai non può che raggomitolarsi, accucciarsi, difendersi dal freddo come meglio può. Aspettando. Che un altro pezzo di legno riporti indietro il porcospino lontano, o che almeno un altro porcospino arrivi e non si lasci intimorire dalle spine che ognuno si porta addosso.”

Brano I - Dust’n'Bones

Martedì, 20 Dicembre 2005 al folle orario delle 17:45
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Dietro di noi l’enorme portale di pietra, irrimediabilmente chiuso.
Attorno a noi, l’oscurità . Solo la fioca luce d’una torcia a guidarci dentro l’umido e fangoso antro. Avverto una lieve brezza che mi fa avanzare la proposta di procedere, nella speranza di trovarne l’origine - e che non si tratti di una fessura, ma d’un passaggio. Dopo pochi
passi, una porta socchiusa e impolverata. Tracce nella polvere mi fanno subito capire che eravamo stati preceduti da qualcun altro, con tutta probabilità  l’uomo che avevamo visto schizzare fuori dal portale. Il pavimento era piastrellato con mattonelle di chiara fattura nanica, come ci istruisce prontamente messer Manodura, orgoglioso.
Leggiamo soddisfazione nel modo in cui si propone di farci strada, nonostante la tensione che pesava indistintamente su tutti noi. Lo seguo da vicino, e mi blocco quasi subito quando sentiamo un rumore provenire da una mattonella *CLACK*.
Il nano sembra veramente scosso, io mi interrogo sulla sua reazione, ai miei occhi esagerata, e mi avvicino per esaminare cosa avesse causato in un carattere tanto fiero un così vivo sgomento.

Provo anch’io un brivido lungo la schiena quando, sotto il mio peso, un’altra mattonella scende con lentezza ma inesorabile regolarità , producendo un’altro scatto. Realizziamo che non si tratta di un caso o un difetto di costruzione. Faccio un balzo in avanti, pensando di potermi togliere d’impaccio, ma non appena abbandono la mia posizione una lama percorre
il corridoio ove ci trovavamo, ferendomi profondamente alla spalla.

Con uno strano e cruento rito Oberon, ferito a sua volta dalla trappola che mi ha sorpreso, fa rimarginare in fretta la propria ferita, e da’ un po’ di sollievo anche a me.
Ancora una volta quest’uomo apparentemente pazzo mi ha stupito.
I miei compagni di viaggio sono stati più pronti, o forse più fortunati, uscendo di fatto illesi. Dopo lunghi minuti di indecisione, realizziamo che l’unica cosa possibile per noi è farci coraggio, esser prudenti ed avanzare nel periglioso corridoio. Pur avendo fatto scattare altri
meccanismi, riusciamo a giungere alla fine di esso, oltre un portale molto pesante, che io e Nuin apriamo a fatica.

Notiamo adesso, qualche passo più in là , una grande stanza circolare. Davanti a noi un
magnifico tappeto, oltre il quale notiamo una scalinata, affiancata da due colonne sovrastate da torce. La scalinata termina con un altare dietro cui si staglia imponente un’enorme statua. Nuin è nuovamente stupito: si tratta di Tolgrim, potentissimo re nano. Kyro, molto taciturno finora, ci fa notare che la statua ha gli occhi cavi.
Chiedo il permesso a Nuin, e mi propongo di scalare la statua per analizzare le cavità  oculari. Senza troppe difficoltà  raggiungo la gigantesca spalla della statua e, accesa una torcia, illumino l’interno della cavità , scorgendo “qualcosa”.
Rinunciando dopo poco a capire di cosa potesse trattarsi, la afferro, ma non riesco a prenderla. Si muove, però, e sento due meccanismi attivarsi. Mi volto di scatto: sono
le torce, sui supporti. Mi calo giù dalla statua con l’aiuto di una corda lanciatami - tra le imprecazioni ed il disappunto del nano - da Tà ras l’elfo.

Gli rendo la corda e, presa la mia, che uso con maggior precisione, ne lancio un capo: riesco ad agganciare una delle due torce. Basta un lieve strattone per attivare un meccanismo che fa aprire un passaggio alla destra dell’ingresso da cui eravamo giunti.

Privi di alternative, ci avventuriamo dentro un nuovo corridoio, percorrendolo fino ad un punto in cui la parete era squarciata ed annerita, pare - a detta di Nuin - con della “polvere esplosiva” (o qualcosa del genere). Decidiamo di proseguire oltre, ma troviamo solo
pareti attorno a noi. Anche se alcune delle pareti sembrano decisamente meno spesse dalle altre, come ci indica Tà ras. Attraversiamo allora il varco per giungere, in pochi passi, ad un’altra sala circolare. Qualche moneta, disseminata qui e là , risveglia l’attenzione di Kyro.
Noto un rilievo sotto un grande tappeto. Ne tiro un lembo tanto quanto basta per lasciare il rilievo scoperto. Dopo qualche attimo di indecisione, Manodura sale sul rilievo, premendolo. Odiamo un tremore.
Tà ras si precipita oltre il varco, lo seguo. Torniamo alla fine del corridoio, ma niente è cambiato rispetto a pochi minuti prima. Nuin propone di tornare alla sala della statua, “qualcosa dovrebbe essersi aperto”. Così è, infatti: quello che prima era il pavimento del salone è ormai crollato in pezzi, lasciando a vista un’altra ripida scalinata.
Nuin la percorre, lo seguo, e così gli altri.

Non appena tocchiamo il suolo oltre l’ultimo scalino, un turbine di ossa si solleva dal terreno, andando a comporre in pochi terribili istanti un mostruoso essere volante, direi che si trattasse di un drago, se non per il fatto che era interamente composto d’ossa.

Preparo immediatamente due frecce, mentre vedo che lo spaventoso essere aggredisce Nuin, ferendolo al torace con i suoi artigli.
Oberon schizza con il proprio sangue il drago, ma esso sembra non avvedersene; dunque Nuin reagisce prontamente, mancando per� il colpo. Una freccia parte dal mio arco, attraversa il suo costato privo di carni e sbatte contro la parete rocciosa, spezzandosi. Una seconda freccia scalfisce appena un osso tra i tanti: si leva uno stridente ed insopportabile ruggito. Tà ras scocca a sua volta una freccia, che manca appena il bersaglio. Anche Kyro non riesce a vibrare un colpo della sua pesante spada contro il minaccioso “drago”, che reagisce al suo tentativo, ferendolo.
Allarmato, preparo altre due frecce. Ne scaglio frettolosamente una, ma non colpisco il nemico. Con la seconda miglioro il tiro, “stavolta è fatta”, penso, quando vedo la mia freccia
dirigersi dritta contro il cranio. Ma, ancora una volta, la punta colpisce il bersaglio, scalfisce l’osso e schizza via. Stessa sorte segue la freccia scagliata da Tà ras. Oberon riesce a scalfire la gamba scheletrica dell’essere con l’ennesimo spruzzo di sangue. Il drago
emette allora un gas, che subito si condenza circondandoci. Io, Tà ras e Nuin riusciamo appena a scansarci, ma bastano le poche gocce del terribile liquido che ci toccano a causarmi un gran senso di bruciore.
Kyro e Oberon sono investiti completamente dalla fatale pioggia. Preso in mano la lancia, comincio a correre incontro all’ammasso di ossa volante, che però colpisce me, Nuin e Kyro con un colpo di coda. Crollo a terra. Sono sicuro di aver pensato di rialzarmi, ma il mio corpo non ha risposto minimamente a questo mio impulso. Non lo sentivo affatto, il mio corpo, riuscivo appena a tenere gli occhi aperti. Solo in futuro mi sarebbe stato confermato che quello che ho visto è accaduto veramente e non erano visioni causate dal torpore dell’eccessivo dolore.

Oberon, che sembrava ormai morto, si rialza e - non so come - rimette in piedi anche Kyro. Sfoderata la spada, Tà ras si scaglia disperatamente contro il drago, riuscendo a fendere un osso del suo piede con la lama affilata della sua spada corta. Kyro si lancia coraggiosamente all’attacco, di nuovo, ma nuovamente manca il colpo. Oberon estrae
allora un manufatto dalle sue vesti, che sprigiona un’intensa luce blu.
Questa investe in pieno il drago d’ossa, che, incenerito, cade disfacendosi. Le sommarie cure di Oberon e Tà ras ci danno un piccolo ma immediato sollievo.

Non ho granchè da dire, ma quello mi viene bene.

Domenica, 18 Dicembre 2005 al folle orario delle 16:37
Postato in blog

àˆ stato un piacere parlare, comunque, per me
e di là  qualcuno c’era.

Di là  qualcuno c’è?

Ancora una volta butto via la notte coi pensieri. Quello di questo istante è che mi sarebbe piaciuto avere Luciano come amico. Quello immediatamente successivo, che in fondo è un bene che sia solo un cantante, ed io sia affezionato alle sue canzoni e non a lui. “Le tue canzoni non ti tradiscono” ecc. ecc.

Credo nell’amicizia. Mi coglierebbe una rabbia insormontabile al pensiero di svilirla, di accorgermi che per me l’amico è stato anche un mezzo, oltre che un fine. Fine.

Brano I - Il giorno in cui i morti torneranno a camminare

Venerdì, 16 Dicembre 2005 al folle orario delle 17:47
Postato in Avventure di un Mezzelfo

Distrutto. Mi sento distrutto, ma è finita. Siamo ancora dentro questo antro, questo umido, buio, inospitale, terribile antro. La spalla duole ancora della ferita, ed anche i miei compagni di viaggio sono un po’ malridotti, tuttavia il parere è unanime: bisogna uscire di qui. Risalendo le scale, con grande gioia notiamo uno spiraglio di luce. Lo seguiamo ed in pochi attimi ritroviamo l’uscita.

Una melodia nota da dietro un declivio si avvicina: riconosco quell’arpeggio, infatti è questione di attimi, e incontriamo Sebastian Mondracon. Dopo averci offerto una pozione curativa, dal sapore molto forte, ma fondamentale per lenire il dolore delle ferite, ci chiede di raccontare quel che abbiamo visto, ma non riesco a non pensare che l’abbia fatto per curiosità  tanto di sapere quello che abbiamo vissuto quanto il modo in cui le abbiamo affrontate.
Quasi ridacchia vezzosamente al sentirci raccontare di scheletri animati. Ad ogni modo, quando gli mostriamo il “tesoro” ritrovato nel forziere, un bigliettino recante la frase: “la vostra via è finita, tornate indietro”, si rende conto (o si limita a rivelarci?) che s’è trattato solo di una prova del nostro valore e della nostra lealtà  nel prestare obbedienza agli ordini ricevuti. Kyro e Nuin si irritano molto per questo; forse anche Tà ras, ma figuriamoci se avrebbe mai potuto manifestarlo apertamente!
Da parte mia, sono molto rammaricato dal non essere riuscito ad abbattere l’odioso drago con le mie forze, non riesco ad accettarlo.

Sebastian ci dirige per un passo scosceso, che solo lui e Tà ras affrontano con la disinvoltura da lepri. Non che io abbia difficoltà , eh! Ma la spalla dolorante non aiuta. In coda i nostri amici più appesantiti dalle corazze. Giunti al carretto di Oberon, una freccia giunge “dal nulla” a pochi passi da Tà ras. Non ci vuole un vecchio saggio per capire che nonè un buon segno, e a quanto pare reca inciso un messaggio vagamente minatorio. Ci affrettiamo verso Mordheim, di fronte al “Nano Fabbro”. Oberon entra dentro la squallida locanda, il cui proprietario ne chiude subito l’ingresso, barricandosi dentro.

Altra freccia che si conficca vicino ai piedi di Tà ras, poi è Sebastian ad essere preso di mira. Per un attimo comincio a credere che qui prendano di mira gli “orecchie a punta”, ma bastano pochi attimi per realizzare che il vero obiettivo è il bardo: “qualcosa” si sposta ad una folle velocità , non riusciamo neanche a scorgerlo mentre ci passa sotto gli occhi colpendolo ripetutamente.
Sebastian intona un canto molto particolare. Ignoro come possa trovare l’ispirazione in una tale situazione, ma so che mi sentivo molto più determinato, ascoltandola. Tuttavia mi sono sentito terribilmente indifeso a sentire lo spostamento d’aria dietro il mio collo, sentire l’urlo di dolore di Sebastian, osservare la lacerazione sul suo torace senza essermi nemmeno reso conto di chi o cosa abbia mosso l’attacco. Vedo Nuin sferrare un violento colpo di mazza in direzione di Sebastian. Dopo lo sgomento iniziale, mi rendo conto che aveva intuito la presenza dell’assassino, riuscendo solo a sfiorarlo e a colpire, però, sonoramente il povero bardo. Anche Kyro, avendo avvertito la presenza della figura, tenta un affondo con la sua lama, e anche lui finisce per fare il gioco dell’assassino.
Proprio quando ero sicuro di avere scoccato la freccia nel momento migliore, la vedo spezzarsi contro un muro. Sorte simile segue quella proiettata dall’arco di Tà ras.
Sembra quasi che cerchi in ogni modo di farci colpire l’un l’altro, e sembra che ci riesca anche bene a giudicare da come l’abile Tà ras, con un’evidente ferita nella spalla ed un pugnale conficcato in petto, colpisca in pieno Nuin con una seconda freccia.

Lo scontro è durato ancora lunghi attimi, durante i quali la mia lancia trova la spalla, poi il ginocchio di quella figura incappucciata, oramai rallentata dalle ferite subite. Tà ras scocca una terza freccia reggendosi con lo scudo paratogli d’innanzi da Kyro; colpisce in pieno petto il minaccioso nemico, finendolo - poi guarda Sebastian… sembrerebbe, per assicurarsi del suo stato, ma leggo nella sua espressione diffidenza… in effetti il bardo ha stupito anche me per come è riuscito, nel corso del combattimento, a creare delle illusioni molto realistiche con la sola forza di suggestione del suo canto.

Improvvisamente Tà ras crolla a terra, colto da improvviso malore: è Sebastian a capire subito che esso è causato dal veleno di cui pugnali dell’assassino sono intrisi. Controllo il cadavere, nella speranza di trovarvi un antidoto, ma trovo dei pugnali, che prendo per me, un mucchietto di polvere nera, un sacchetto con delle monete.
Trasportiamo Tà ras all’interno della locanda, dove troviamo anche Oberon sofferente. Ma non gioiva del suo dolore, come ci aveva abituato a vedere; ci ha invece implorato di cercare un rimedio per l’avvelenamento, la cosiddetta “erba paparina”. Sebastian mi indica la via per raggiungere un venditore d’erbe e medicamenti - nel darmi le indicazioni mi fissa con i suoi occhi che, mi accorgo solo ora, sono del tutto neri, l’iride si scorge a fatica. Acquisto una pozione che, a sentire il venditore Aramis, non sarebbe stata sufficiente ad arrestare l’effetto del veleno, ma solo a rallentarlo. L’unico antidoto, aggiunge, posso trovarlo in un tempio diroccato, nella foresta attraverso cui, nel drammatico viaggio d’andata, eravamo giunti a Mordheim. Porto pozione ed informazioni agli altri nel Nano Fabbro. Oberon, al sentirmi nominare l’erba paparina, ha appena il tempo di raccomandarmi di evitare le piantine con striature rosse nelle foglie, di evitare di pungermi con le spine del gambo. Dopodichè spira.

Oberon è morto, Oberon che mi ha curato, che mi ha salvato! Bisognava almeno evitare che anche Tà ras seguisse la stessa sorte.
Con Kyro e Nuin, vado subito alla ricerca del tempio nella foresta, che grazie alle precise indicazioni di Aramis e Sebastian notiamo in fretta. Tolti di mezzo due mostriciattoli, raccolgo una zolla con piantine dalle striature verdi e blu: decido di portarle con me entrambe.

Tornati al Nano Fabbro, bisognava scegliere quale piantina utilizzare per curare Tà ras, che ormai delirava per il veleno in corpo. Ricordando che i pugnali avvelenati avevano un colore verde, e che nel cogliere la piantina curativa bisogna stare attenti a non pungersi con le spine del gambo ché contengono un potentissimo veleno, ho pensato che i pugnali dovessero essere intrisi con il veleno contenuto in quelle spine, e potesse dunque esser curato con le foglie della stessa pianta.
Non appena, però, Sebastian mette in bocca a Tà ras qualche goccia di linfa della pianta verde, Tà ras comincia a contorcersi e ruota le pupille: la stessa reazione che ha avuto Oberon prima di morire!
Quel che è accaduto è miracoloso: vedo le radici della piantina blu muoversi autonomamente verso Tà ras e conficcarglisi nella ferita avvelenata e in gola, risanandolo. La luce del sole che filtra dalla finestra ci fa scorgere nell’aria la figura di Oberon che, ancora una volta, è venuto in nostro soccorso.

Una volta ristabilito lo stato di calma, Sebastian intona nuovamente la “ballata dei caduti”, e rispondendo alle nostre domande ci fa capire che non si tratta solo di un canto, frutto di fantasia. Il bardo parla dell’immortalità  e delle sue conseguenze, la possibilità  di vedere cambiare le epoche, le ere e la grande solitudine e stanchezza che questo comporta, portando infine alla follia chi ha la vita eterna. Parla dei non-morti, persone riportate “in vita” ma assolutamente private delle propria volontà , come marionette nelle mani del loro signore, il Caso (o un’altra entità  sconosciuta).
Poco a poco acquistano per noi significato profezie che fino ad allora ci sembravano oscure: “Il giorno in cui i morti torneranno a camminare, tra i vivi la storia finirà ” o “La vita � solo un barlume di ciò che potrebbe accadere se i cinque sigilli rimarranno in mano a chi li possiede”.

Cinque regnanti, vampiri immortali, custodiscono questi cinque sigilli, e recuperarli è il nostro compito, commissionato dalla casata dei Tol di Middenhim, umani che si oppongono ad abominii dal potere sconfinato. Si oppongono, a sentire Sebastian, solo per mancanza di alternative se non la morte. Il nostro compito è tanto semplice da spiegare quanto apparentemente irrealizzabile: uccidere i cinque regnanti e recuperare i sigilli.
Il bardo ci informa che metterà  a nostra disposizione speciali armamenti, che lui sarà  l’unico intermediario tra noi ed i Tol, che la nostra missione inizia nel regno degli strigoi, con il consiglio di puntare direttamente all’uccisione del regnante, il signore dei ghoul - esseri viventi al servizio della morte che potrebbero avvelenarci o mangiarci (nel vero senso della parola).
Non sono più necessarie le promesse di denaro, gloria, onore, esperienza: tutti sono segnati da un orribile destino, i nostri nomi sono stati scelti per tentare di evitarlo. E, anche se la posta è altissima, il rischio ancor maggiore, io ho deciso di giocare, fino alla fine.

go with the flow

Venerdì, 16 Dicembre 2005 al folle orario delle 16:35
Postato in blog

Ci sono stati dei momenti intensi, ma li ho persi già .

Eccomi, ci sono, sono qui: a poche ore dal caffè letterario sul “sogno”, inteso sia come aspirazione a qualcosa di lontano e dai contorni sfocati, sia come evasione dal “reale”, proseguendo con le inevitabili riflessioni su quanto sia in effetti reale il “reale”, se Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo non è che un sogno dentro un sogno.

Non capisco se questa riga l’ho scritta o l’ho solo sognato.

Ed ora sono lì, tre giorni fa, martedì 13. Forte pioggia, giro per Acireale per sponsor (nulla di fatto), “tonight, tonight” degli Smashing Pumpkins alla radio, a casa a mangiare pasta, carne con patate, pane, mele, kiwi, cioccolato, pomeriggio a riscuotere soldi e loghi per gli sponsor con Lau, grande preoccupazione per i pochi lavori per il concorso letterario-fotografico. < —–> Sera, msn. (auto-censura: Nek non lo cito, spiacente). Chiacchiere, “di quelle belle”… si, ma…. ok, insomma: che fine ha fatto Laura?

Storia: 5 barrette ed un asterisco.

Domenica 4 Dicembre mi trovavo nel posto sbagliato (tendone di altromercato a CT [anzichè a letto]) nel momento sbagliato (decisamente dopo l’orario di chiusura). C’era una volta uno scaffale colorato pieno di invitanti barrette di cioccolato. Sono goloso, ma so trattenermi: ne ho acquistate cinque, una diversa dall’altra. Ed un barattolo di marmellata di arance, ma quella è un’altra storia (ormai finita [la storia {e la marmellata}]).
Le ripongo in fila sulla scrivania della mia camera, crogiolandomi nella scelta. Temporeggio, non ne mangio nessuna subito. Neanche il giorno successivo, né quello dopo. Le barrette avevano deciso che dovevo regalarle a chi sentivo di volerle regalare (tranne una - che doveva essere regalata sin dall’inizio - il giorno dopo - in occasione di un incontro - che non ha - mai - avuto luogo).
Una settimana dopo l’acquisto, una domenica mattina, Musma è passato da me per chiedermi un cavo cross ethernet. Nota le barrette di cioccolato. Noto che nota, ma non ci faccio troppo caso. Poi ci penso, e gli propongo di prenderne una, ma si rifiuta. Nel pomeriggio ci si parla via msn… “è ancora valida l’offerta del cioccolato?”
Naturalmente si. Al miele.
Sempre msn. Mario scrive che “il cioccolato bianco non dura mai abbastanza”. Quella che gli ho dato non avrà  cambiato troppo la situazione, ma era sua di diritto. La sera stessa ho pensato ad una caffeinomane. Solo ieri Lau ha avuto la sua barretta di cioccolato al latte con caffè. Di sera, in giro con Alessandro per sponsor. Incontro un’omonima che non vedevo da tempo, che non vedrò spesso, che poteva tirare per la sua strada - non l’avevamo vista - e che, con tutto quel che ne conseguiva, ci ha chiamato e s’è fermata a scambiare due chiacchiere con noi. La strana barretta al caffè e guaranà  è sua.
Rimane una barretta, LA barretta, quella da regalare, quella da regalare sin dall’inizio. Si ma… che fine ha fatto Laura?
L’ho regalata, la barretta. A me stesso, ore 02:00 di venerdì 16. Buonissima.

Fine.
La morale? Fate voi….a me “non viene”.

P.S.
Questo nelle “Avventure di un Mezzelfo” non l’ho scritto… la giocata di oggi è stata assolutamente grandiosa, per la bravura dei master Livio e Manuele, per la bravura dei player Musma, Angelo, Mario, per la roba da mangiare, per le 3 ore di sonno all’attivo. =)

P.P.S.
Sentendomi in colpa a passare davanti Prink con tutto quel vassoio di bendiddio, sono tornato al bar a comprare un bel panzerotto al cioccolato per Gregorio. Così poi mi sono strafogato senza rimorsi :D