kiss you all goodbye

mercoledì, 26 ottobre 2011 al folle orario delle 3:12
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Proprio ieri un amico che non sentivo da tempo mi contatta dicendomi “Sai, ho visto il tuo nuovo blog. Bello. C’è più luce”.

Dubito si riferisse esclusivamente alla grafica. Nel mio nuovo blog parlo di quello che mi piace, dell’ambito in cui mi sto formando, in cui lavoro, di cui sono appassionato. Di quello, e non di me. Forse è finito il tempo dei perché insoluti e insolubili, forse sono diventato un po’ più prudente negli anni, forse perché anche questa cosa di confidarsi a tutti-barra-nessuno ha fatto il suo tempo.

I filosofeggiamenti socio-esistenziali abbondano ancora nella mia vita, ma fanno parte adesso di una sfera di converazioni che voglio condividere di persona, magari non con i “veri amici” (ovvero “la comitiva”, tutti quei rapporti di stampo adolescenziale e natura simbiotica, di cui mi sono faticosamente liberato), ma almeno con persone che incontro realmente.

Forse è passata la paura di crescere. Era giustificata. Si diventa più maturi ma più “piccoli”. Ora ho molto meno con me, di sicuro niente che possa permettermi di regalare o sprecare.

play for today finisce qui.

late reflections

lunedì, 29 novembre 2010 al folle orario delle 4:40
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C’è un suono che permane in un ambiente quando il segnale diretto si è esaurito.  Questo suono è originato dalle riflessioni del suono originario sugli ostacoli che incontra. Nella riflessione, una parte dell’energia associata all’onda sonora viene assorbita e un’altra parte viene riflessa: dunque ad ogni riflessione il suono perde una parte di energia, fino a estinguersi del tutto.

Le ultime riflessioni sono quelle  che hanno incontrato più di un ostacolo. Queste arrivano sovrapponendosi l’una con l’altra generando un suono mediamente continuo.

Di ogni parola, di ogni armonia non resta che un murmure.

out of time

giovedì, 25 novembre 2010 al folle orario delle 3:48
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Le due e dieci circa, sulla strada di casa: è stato più o meno allora che ho ricordato come ho conosciuto i R.E.M. .

Saranno passati più di dodici anni:  e io e Guglielmo eravamo in classe insieme. Entrambi avevamo da poco un pc a casa, e ci scambiavamo e-mail scritte su floppy disk in formato rtf di wordpad o txt, con piccoli allegati come foto a bassa risoluzione o piccoli suoni salvati in mp2 (non era ancora scoppiata la mania degli mp3, Tiscali non aveva ancora portato gli abbonamenti gratuiti a Internet in Italia). Ogni tanto pranzavamo insieme, a casa mia o a casa sua, ci spostavamo in autobus. Una volta mi addormentai durante il tragitto e, preoccupato di aver perso la fermata e troppo timido per chiedere al conducente, scesi alla prima fermata familiare, e percorsi l’ultimo tratto di Valverde a piedi, fino ad arrivare a San Gregorio, dove viveva. A casa sua ero sempre molto impacciato, imbarazzato dalla presenza di sua madre, con cui tentavo sempre di sfoggiare l’educazione imparata a casa. Fu in una di queste occasioni che Guglielmo mi disse “Guarda cos’ho trovato: qualcuno l’ha lasciato sul sedile dell’autobus, ero l’ultimo a bordo.” Era un porta-cd. Tra i tanti, uno attirò la mia attenzione: la serigrafia  sul disco era una scacchiera bianco-nera, con una scritta nera su campo giallo al centro. Guglielmo mi disse “questo l’ho ascoltato. Ci sono canzone carine! Non li conoscevo. Te lo presto”.
Sarà che Crozza mi ha fatto di nuovo pensare alla teoria del caos, ma sono sicuro che questo sia uno degli episodi che mi ha cambiato la vita.

Così da un po’ ho smesso di chiedermi se mai mi pentirò di tutto il tempo passato in spensieratezza con amici o speso in stupidaggini-che-però-credevo-importanti non meno delle attuali “cose serie” in cui mi impegno, e che probabilmente un giorno mi faranno sorridere. Non ci penso proprio più.

Cerco di essere serio e professionale. E ho capito che l’unica strada, o meglio: l’unica teoria che riesco a far calzare bene su tutti i “casi di studio” esaminati, rientra ironicamente nella dimensione ludica. Per fare bene qualcosa, anche la meno divertente al mondo, bisogna riuscire a inquadrarla nelle meccaniche del gioco. Capire e padroneggiare le regole, individuare alleati, concorrenti e nemici, distinguere protagonisti, comprimari e semplici comparse, tenere sempre a mente lo scopo e intuire gli obiettivi intermedi per raggiungerlo. Voler vincere. Saper perdere. Barare il meno possibile.

Le due e un quarto. A questo punto il flusso di pensieri si interrompe: una fila è ferma sulla statale, lampeggianti e sirene in lontananza. Pochi minuti prima di ripartire verso casa, Alice vede sotto casa sua una scia luminosa, una specie di via di mezzo tra un fuoco d’artificio e una stella cadente, nucleo giallo e coda azzurra. La fila resta ferma per un po’, un uomo esce da una macchina per dare un’occhiata, un altro per raggiungere un angolo semibuio e fare pipì. Comincio a sperare di aver trovato una risposta a quel bagliore notturno. Di lì a poco un muretto distrutto, lamiere contorte e un liquame a terra su cui non ho voluto indagare mi racconteranno di un ennesimo incidente stradale.

Piccola nota a margine: avevo già dato lo stesso titolo a un altro post, ma sono passati quasi cinque anni e nessuno ci farà caso. Avevo anche pensato a un titolo alternativo per tutta sta roba: “Che fa, giuoca?”. Ma  ho pensato subito che sarebbe stato poco professionale.

Chiodi, un sogno.

domenica, 5 settembre 2010 al folle orario delle 13:59
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Un vecchio autobus. Tutto pieno, per salire è necessario sottoporsi a una perquisizione, che si rivela però molto superficiale e affrettata. Ho un martello alla cintura, ma nessuno lo vede e riesco a salire senza problemi. Sono con alcuni ragazzi molto magri, dai capelli lunghi e il volto poco raccomandabile. Mi incitano a fare qualcosa, ma mi tiro indietro e dico “no, comincia tu”. Si avvicinano alla prima persona che capita, gli stringono la mano, prendono martello e grossi chiodi e gli inchiodano tra loro dito indice e medio. Non ci sono apparentemente perdite di sangue, e il malcapitato non si scompone nè si lamenta. Usano due chiodi, piantati ai lati delle dita congiunte. Lo fanno a più persone. In particolare un vecchio anziano, mentre subisce il trattamento, da’ consigli (inascoltati) su come conviene inchiodare, e li rassicura “non fa male, non si sente niente”. Forse su suo invito, gli piantano un chiodo in testa.
Il viaggio prosegue per un bel po’, poi l’autobus si ferma. In alto si vede quello che sembra quello di un paesino inerpicato sui monti, siamo alla base di una stretta serpentina di tornanti che lo raggiunge. Ci incamminiamo per questa strada, c’è una fila quasi immobile di auto che la percorre. Per terra scorre acqua, arriva circa a metà ruota delle automobili. Arrivati su, ci ritroviamo in un paesino deserto, a meno di un paio di ragazzini che scorazzano, sembra, spensieratamente. Sembra un paesaggio pugliese, con le case e le strade in pietra bianca. Vediamo uno dei bimbi passare davanti a un garage, e all’improvviso un boato e un’esplosione. Una mina. Sbalzato via di un paio di metri, il bambino si rialza e ricomincia a corrrere, ma verso un’altra direzione.
Ci addentriamo per le vie con attenzione, le tante automobili che intasano le stradine sono prese di mira da raffiche di mitra e di piccoli dardi metallici. Non si capisce da dove arrivino, sembra dalla sommità della collina. Superiamo il paesino e il cielo sembra riempirsi di enormi frecce pronte a caderci addosso. In realtà si tratta di travi, che precipitano a pochi metri da noi accatastandosi e impilandosi in modo innaturalmente ordinato. Delle braccia meccaniche in breve tempo le compongono creando dal nulla un caseggiato dall’aspetto moderno. Ci avviciniamo a un uomo vestito elegantemente, sembra che sia lui a dirigere i lavori. “Tutti vorrebbero vivere in un posto come questo”, ci spiega.
Io comincio a tornare indietro da dove siamo arrivati, prima camminando e via via correndo; mi rendo conto che sto scappando. Ma uno dei ragazzi che era con me prova a sbarrarmi la strada. Ha dei chiodi in mano. Ne cerco e trovo uno nella mia tasca, ma non lo estraggo. Il ragazzo mi aggredisce, prova a conficcarmi in viso il chiodo, ma mi sposto e mi colpisce sul petto, riuscendo a far penetrare solo la punta. È vero, non fa male. Estraggo il mio e glielo pianto sullo sterno, fino a metà. Lui si fa da parte e mi lascia passare.
Mi impossesso di un minuscolo motocarro e scappo verso la strada a tornanti, dove adesso trovo le macchine in fila ormai ferme: il livello dell’acqua è salito al punto di sommergerne il cofano. Quasi tutte sono ancora piene di gente. Percorro la strada in discesa, senza riuscire a controllare bene il motocarro, anzi quasi guidato dalla corrente d’acqua. Arrivo a un bivio dove incontro una signora con un bambino piccolo. La donna mi dice che andando dritto sarei arrivato in zona Rosolini, mentre a destra sarei andato verso Catania. Ringrazio la donna, e proseguo a destra.

let me be wrong

mercoledì, 28 luglio 2010 al folle orario delle 9:49
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Quino

Quino

Finora, non sono mai stati i miei errori a deludermi.
Per favore, lasciatemi sbagliare.

gestione degli imprevisti

giovedì, 22 luglio 2010 al folle orario delle 3:06
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  • capisci che è una buona idea quando qualcuno la sfrutta prima di te.
  • troppa flessibilità = zero solidità
  • gli accordi presi hanno valore fino alla prima occasione di sovrascriverli
  • quando ti impegni su un progetto, ricordati di informarti periodicamente sulla sua persistenza
  • quante cose starò dimenticando, oggi?
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