Le due e dieci circa, sulla strada di casa: è stato più o meno allora che ho ricordato come ho conosciuto i R.E.M. .
Saranno passati più di dodici anni: e io e Guglielmo eravamo in classe insieme. Entrambi avevamo da poco un pc a casa, e ci scambiavamo e-mail scritte su floppy disk in formato rtf di wordpad o txt, con piccoli allegati come foto a bassa risoluzione o piccoli suoni salvati in mp2 (non era ancora scoppiata la mania degli mp3, Tiscali non aveva ancora portato gli abbonamenti gratuiti a Internet in Italia). Ogni tanto pranzavamo insieme, a casa mia o a casa sua, ci spostavamo in autobus. Una volta mi addormentai durante il tragitto e, preoccupato di aver perso la fermata e troppo timido per chiedere al conducente, scesi alla prima fermata familiare, e percorsi l’ultimo tratto di Valverde a piedi, fino ad arrivare a San Gregorio, dove viveva. A casa sua ero sempre molto impacciato, imbarazzato dalla presenza di sua madre, con cui tentavo sempre di sfoggiare l’educazione imparata a casa. Fu in una di queste occasioni che Guglielmo mi disse “Guarda cos’ho trovato: qualcuno l’ha lasciato sul sedile dell’autobus, ero l’ultimo a bordo.” Era un porta-cd. Tra i tanti, uno attirò la mia attenzione: la serigrafia sul disco era una scacchiera bianco-nera, con una scritta nera su campo giallo al centro. Guglielmo mi disse “questo l’ho ascoltato. Ci sono canzone carine! Non li conoscevo. Te lo presto”.
Sarà che Crozza mi ha fatto di nuovo pensare alla teoria del caos, ma sono sicuro che questo sia uno degli episodi che mi ha cambiato la vita.
Così da un po’ ho smesso di chiedermi se mai mi pentirò di tutto il tempo passato in spensieratezza con amici o speso in stupidaggini-che-però-credevo-importanti non meno delle attuali “cose serie” in cui mi impegno, e che probabilmente un giorno mi faranno sorridere. Non ci penso proprio più.
Cerco di essere serio e professionale. E ho capito che l’unica strada, o meglio: l’unica teoria che riesco a far calzare bene su tutti i “casi di studio” esaminati, rientra ironicamente nella dimensione ludica. Per fare bene qualcosa, anche la meno divertente al mondo, bisogna riuscire a inquadrarla nelle meccaniche del gioco. Capire e padroneggiare le regole, individuare alleati, concorrenti e nemici, distinguere protagonisti, comprimari e semplici comparse, tenere sempre a mente lo scopo e intuire gli obiettivi intermedi per raggiungerlo. Voler vincere. Saper perdere. Barare il meno possibile.
Le due e un quarto. A questo punto il flusso di pensieri si interrompe: una fila è ferma sulla statale, lampeggianti e sirene in lontananza. Pochi minuti prima di ripartire verso casa, Alice vede sotto casa sua una scia luminosa, una specie di via di mezzo tra un fuoco d’artificio e una stella cadente, nucleo giallo e coda azzurra. La fila resta ferma per un po’, un uomo esce da una macchina per dare un’occhiata, un altro per raggiungere un angolo semibuio e fare pipì. Comincio a sperare di aver trovato una risposta a quel bagliore notturno. Di lì a poco un muretto distrutto, lamiere contorte e un liquame a terra su cui non ho voluto indagare mi racconteranno di un ennesimo incidente stradale.
Piccola nota a margine: avevo già dato lo stesso titolo a un altro post, ma sono passati quasi cinque anni e nessuno ci farà caso. Avevo anche pensato a un titolo alternativo per tutta sta roba: “Che fa, giuoca?”. Ma ho pensato subito che sarebbe stato poco professionale.